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Il mago camminante: Angelo Branduardi live a Sponz Fest 2018 23.08.2018

Allo Sponz Fest si ritorna ogni anno ormai certi di rivivere quel raro corto circuito tra familiarità ed imprevisto, tepore della terra madre e stupore da sballottamento in giro per il mondo. È un gioco di contrasti che nasce dalla sua obliqua programmazione: il fieramente scomposto concerto delle 5 del mattino, le scorribande notturne tra le grotte del centro storico di Calitri, la ferrovia storica che si riaccende in un misto tra euforia e nostalgia (ben restituito dal video di “Il treno”), la balera (da quest’anno ‘ballodromo’) in cui la notte scorre via alcolica tra mazurka e batticulo, travolgente variante locale della quadriglia, in un filo di consanguineità tra Romagna e Irpinia, insieme a tutti i continui scontri elettrici ed eclettici tra artisti e pubblico, frequentissimi ed esplosivi, un pezzo forte del programma che nel programma non è indicato, ma che i visitatori più fedeli conoscono bene.

Tutte ritualità che si viene qui in Alta Irpinia ormai a cercare, da un po’ di anni a questa parte, a ogni finire d’estate: perché rincuorano nella loro ripetitività, e perché al contempo fanno parte di un programma che certamente riserverà sorprese, rendendo l’esperienza del festival sempre ‘un inedito’.

Il ballodromo di Calitri si prepara alla sessione notturna di danze.

Un inedito è stato, in una certa misura, il concerto di Angelo Branduardi del 22 agosto, forse auspicato dal direttore artistico Vinicio Capossela, quest’anno in vesti quasi sciamaniche, come un gioco combinatorio sul tema della musica antica e sui suoi punti di contatto con il presente. Branduardi si è esibito affiancato non dalla sua abituale band, ma da una formazione che fa perno attorno a Giovannangelo De Gennaro e che prevede anche Peppe Frana ai liuti, Peppe Leone ai tamburi, Alessandro de Carolis ai flauti e Fabio Valdemarin a tastiere e alle chitarre. Suonatore di viella e ciaramella, conoscitore profondo della musica medievale, De Gennaro è stato il protagonista di uno dei momenti più intensi dello Sponz Fest 2017, il concerto di chiusura ribattezzato “Gran festa dei folli” presso l’Abbazia del Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi.

Ad incrementare la dimensione di imprevisto ci ha pensato il necessario cambio location: divenuto il ‘sentiero della Cupa’ impraticabile per ragioni meteorologiche, il live di Branduardi è stato spostato nel ‘Vallone Cupo‘ di Gagliano, un piacevole declivio che si raggiunge in una buona mezzora di cammino in salita tra rovi stracolmi di more, peri e piccoli terreni coltivati a verza e pomodoro e regala un tramonto con vista sull’Alta Irpinia da lasciare senza fiato.

In apertura di concerto Branduardi annuncia che la band non ha potuto provare nel pomeriggio, sempre a causa del clima avverso. È un elemento che accresce l’impressione che ci si trovi davanti a un’esibizione unica, giocata su equilibri delicati e a tratti attraversata da quella sottile tensione comune a ogni evento che si sa essere irripetibile. Pienamente in coerenza con l’abilità che lo Sponz ha di creare contesti unici, la serata è un piccolo miracolo di sospensione temporale.

Angelo Branduardi allo Sponz Fest 2018

Branduardi, è cosa nota, è il nostro cantautore che più di ogni altro si è ritratto di fronte alla possibilità concreta di un successo commerciale di dimensioni stratosferiche per preferivi un personale cammino – lento, rigoroso, meditativo e armonico – nella “ricerca sulla storia della musica come storia dell’umanità”. La sua carriera è organizzata attorno ai due poli della pop music e della musica antica, che in concerto definisce rispettivamente “musica ritmica” e “musica arcaica” e che tratta come due manifestazioni dello stesso spirito, incrociandone le strade o mantenendole rigorosamente separate, in funzione del contesto o delle suggestioni ricercate.

La scaletta proposta a Calitri tiene le due anime distinte in altrettanti tempi per poi innestarle una sull’altra man mano che il concerto procede. Si comincia con una selezione stringata ma accurata di alcuni brani che Branduardi ha pubblicato nella collana Futuro Antico, nove volumi pubblicati in vent’anni a metà tra antropologia musicale e storia parallela dell’espressione umana dell’ultimo millennio. È un incrocio di lingue e suggestioni – occidentali e orientali – in cui c’è spazio per “Cara Nina”, tradizionale veneziano di cui Mozart ‘si appropriò’ per le sue “Dodici variazioni in do maggiore”, per il madrigale “Sì dolce è ‘l tormento” di Monteverdi (“uno dei più grandi che abbiamo mai avuto”), per la “Polorum Regina” dal Llibre Vermell de Montserrat, anonimo del XIV secolo cantato dai pellegrini sul Cammino di Santiago de Compostela.

Fedele a una sorta di sua ritualità a metà tra narratore di piazza e studioso, che lo accompagna da sempre nei concerti, Branduardi introduce i brani fornendone il contesto storico ed evidenziando gli aspetti melodico/armonici di cui tenere conto. Il tono pacato, il peso attento di ogni parola, l’ironia gentile e l’affabulazione: tutto concorre, a ogni brano, a generare un’atmosfera di grande attesa, una coltre di silenzio e attenzione interrotta solo dal suono della natura attorno.

Dal suo repertorio di ‘musica ritmica’, come ha definito i brani del suo percorso ‘pop’, evita i successi commerciali più scontati in favore di altre magie: dal classico album Alla fiera dell’est arrivano “Il dono del cervo”, “Il funerale”, “Sotto il tiglio” e “La fontana degli aironi”, insieme a “Il ciliegio”, “La canzone di Aengus il vagabondo” (dal bellissimo Branduardi canta Yeats), l’immancabile “La luna”, con il suo testo ellittico, incantato, ‘panico’, rigonfio di potenziali interpretazioni, un picco di suggestione nella vallata ormai buia, e il “Ballo in Fa diesis”, rielaborazione sul tema della medievale “Schiarazula marazula” che, posta in chiusura, pare finalmente celebrare la continuità totale tra i due repertori.

“Sembra di essere, per chi può ricordarlo, in uno di quei festival in stile Re Nudo o Villa Pamphilii”, dichiara Branduardi, e non si fa fatica a credergli: abituato a portare la sua ricerca ormai quarantennale sulla musica antica tra teatri, chiese e luoghi similmente ‘sacri’ per un certo tipo di espressione musicale, Branduardi ha vinto la sfida di una vallata al tramonto invasa di un pubblico festivaliero eterogeneo per natura ma certamente incline a un’espressione festante, catturandone con sapiente maestria l’attenzione e facendone emergere, in un silenzio incredibile e persino emozionante, il desiderio di una compresenza ‘comunitaria’, in uno spirito che a tanti deve essere sembrato davvero fuori dal tempo, almeno da questi tempi iper individualistici (che poi l’esperienza collettiva è uno degli obiettivi più nobili dello Sponz Fest, che si può dire ancora una volta raggiunto).

Chissà se è stato il fato o l’eccezionale intuito dello sciamano Capossela a far sì che tutto avvenisse in assenza di una qualsiasi rete telefonica, riuscendo a evitare il rischio che anche questo concerto si trasformasse in una solipsistica questione di stories. Sicuramente qualcuno all’improvviso si è ritrovato nel pieno della profezia avanzata da Branduardi in apertura di live, nella sua funzione di mago: “Se le cose andranno come devono andare, avrete la sensazione di levitare”. E così è stato.

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