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Amore e capoeira

Che bella la favela

Il Brasile che non esiste, le brave ragazze e il sesso alla coloniale: perché “Amore e capoeira”, irresistibile e insopportabile, deve tutto all’avatar di Giusy Ferreri

Collocata un po’ troppo ottimisticamente in terra brasiliana per via del Mondiale, come chi scommette un risultato quotato 1.05, ed è capace di perdere, “Amore e Capoeira” prosegue il franchising della hit estiva latina alla Takagi & Ketra con voce di Giusy Ferreri con un investimento minimo in termini di originalità da entrambe le parti.

Naturalmente l’effetto finale è appiccicoso e lo si capisce recandosi davvero nelle località balneari, nei quali la canzone sembra riecheggiare anche dai tubi di scappamento delle auto in coda: è la pasta vocale della Ferreri, opportunamente saltata in padella di mixaggio e filtraggio, a stimolare la ripetizione coatta, la parodia necessaria a diventare ‘caso’. Sì, la parodia: perché è cosa nota che Ferreri non abbia più quella voce lì, perché alla sua voce nuova abbiamo tentato di affezionarci ma non è accaduto nulla, nessun ebbrezza. E quindi, lei canta come cantava un tempo, simulando quella rotondità ruvida e lasciva, quel colore scuro e come rabbuiato perennemente da un’impossibilità di librarsi, come un ologramma costruito ad arte, una danza sul filo del birignao indispensabile per convincere l’autore a voler riascoltare/visualizzare di nuovo e chiedersi: ma ha davvero detto “cachaca e luna piena / come in una favela”? Favela?

Mentre Ferreri pare sempre fascinosamente disinteressata a cantare queste amenità esotiche in salsa Lonelyplanet, come non fosse davvero più lei a mostrarsi nel gesto di emettere la voce ma solo il suo avatar balneare, i producer la affogano nel più trucido degli stereotipi verdeoro: il campetto da calcio tra i palazzoni ammassati tra loro, la montagna di rifiuti da cui sbucano i televisori che trasmettono l’irrilevante barra di Sean Kingston (“Flex, time to have sex”, oh), le sirene della polizia, il drone sul Cristo Redentore. E chiaramente un gran tripudio di culi: perché agli occhi del maschio etero occidentale, suvvia, cos’altro è questa capoeira se non un gran titillare le pelvi?

Tutto questo trambusto per un pezzo che torna sul vecchio cruccio dell’avventura di una notte in terra straniera, obbligatoriamente narrato dal punto di vista femminile: come tutte ‘le brave ragazze’, magari deluse, lei è in cerca di “un mare calmo” ma il contesto, la luna piena, la cachaca la inducono ad imbattersi in una tentazione irresistibile alla quale concedersi “soltanto questa sera”, in una performance acrobatica, tutta “amore e capoeira”, in una inebriante contaminazione che si porta dietro l’ebbrezza sessuale del local, come una di quelle fantasticherie un po’ torbide e persino un filo rischiose.

Se è totalmente intenzionale il gioco di trasformazione vocalica e spostamento di accento che trasforma “come in una favola” in “come in una favela”, innescando un corto circuito dei sensi, allora si può dire che siamo felicemente in un tripudio di colonialismo sessuale, un festeggiare il potere dei traveler’s cheque e di un cambio monetario molto favorevole che inebria per egoismo e grettezza, ovviamente attitudini ben mascherate da globalismo e desiderio di ‘altro’.

E allora ecco perché è fondamentale che a incarnare questo cliché sia Giusy, eternamente impressa nella memoria di più di una generazione ben precisa (diciamo dai 30 ai 35, ossia quelli che avrebbero dovuto già essersi riprodotti e invece sono lì a decidere se quest’anno si fa Bodrum o Paros) come la cassiera ce l’ha fatta, suo malgrado, implorando lui al telefono di non dimenticarsi mai di lei, lui che chissà dov’era già. Con il suo irreversibile portato di remissività – non è sempre lei disposta a farsi migliaia di chilometri da Roma a Bangkok per cercarlo? – Ferreri si immola ogni anno, ogni estate, per tenere vivo il sogno di una normalità che non rinuncia all’ebbrezza di una trasgressione, seppure tutelata, lontana da casa e dagli occhi giudicanti, seppure per una sera sola.

Giusy gorgheggia, la produzione reggaetoneggia e le capoeiranti ancheggiano e i videomaker su quei fianchi zoomeggiano, senza pietà: è tempo di scopare, anche quest’estate. E va bene così, che accada.

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