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È un sacco che non te la prendi

Orgasmo di Calcutta, 2018

Copertina Orgasmo Calcutta

Per scatenare una rivoluzione serve un contesto da sovvertire. Nel pop italiano il contesto, fino a due/tre anni fa, era un’accidia divenuta cancrena, un generalizzato ritegno nella composizione che ha prodotto una sorta di stallo. Ha fallito chi ha scommesso di ritrovare una linfa rigenerante nella scena ‘alternativa’, in cui fronde di brillanti energie pop sono sprecate in approcci minimalisti o troppo laterali per affermarsi a livello trasversale. Ha fallito soprattutto il pop-pop, quello dei grandi network radiofonici e dei talent, e anche quello sanremese: abbracciando in toto il modello della produzione seriale, affidandosi a un parco autori fisso alimentato artificialmente come in una serra, a tenuta stagna da quello che accadeva ‘nel mondo reale’, le canzoni hanno cominciato ad assomigliarsi tutte e tutte ad assomigliare a un modello vacuo, inconsistente. Masse di album e lanci e popstar un tempo gloriose oggi mandate allo sbaraglio a cantare canzoni già scadute in partenza: l’evaporazione.

Naturale che si dovesse arrivare a un sovvertimento della situazione. Il MacGuffin della rivoluzione, il pretesto scatenante, è stato Mainstream, il disco di un fino a quel momento quasi sconosciuto Calcutta, se non al fuori di una precisa cerchia di locali romani che hanno svolto una fondamentale azione di semina e coltivazione nella creazione di una nuova controscena, dal Fanfulla all’ora chiuso DalVerme, omaggiato in un frammento strumentale nello stesso album.

Mainstream, otto canzoni scarse più due brevi intermezzi, poco più di una ventina di minuti: tracce rachitiche, sgarrupate, drammaticamente autentiche, un po’ surreali, arrangiate al grado minimo, eppure eroiche, corali, totali. “Frosinone“, “Gaetano”, “Milano”: ballate quadrate e ribollenti, ballate per tutti, tutte in do maggiore, capaci di innescare ululati all’unisono e ampie identificazioni. Mainstream, nomen omen, appunto.

L’effetto è stato quello di investire uno stuolo di over 30, under 30 e persino minorenni di uno tsunami di melodie che fanno a gara di memorabilità, di lampante semplicità e insieme inedita intensità, efficaci al punto giusto da diventare paradigma: quattro/quarti rigidissimi e voce ondeggiante su un range espressivo che varia dall’indolente al rabbioso, che ha costretto ondate intere di popstar del bel canto e della bella presenza a trovare una nuova chiave di accesso alla sensibilità del pubblico. Un pubblico, poi, speciale, che costruisce una propria fierezza nell’aver ritrovato un’identità acustica, che veicola questo orgoglio attraverso i gruppi Facebook di cui fa orgogliosamente parte, diventandone produttore attivo di contenuti, mescolando l’utente e il discografico, il produttore e il critico musicale, la fan e l’artista; un turbine che ridefinisce ruoli e gerarchie pompando ossigeno dentro le communities finalmente non più liminali dell’indie e delle scene alternative, bypassando persino i canali, le pagine ufficiali, gli uffici stampa e le presentazioni in pompa magna. Per una folta serie di artisti che mainstream lo erano, con successo, è il colpo di grazia: salvo alcune eccezioni sperimentali (come Francesca Michielin, non a caso una delle prime a intercettare il talento di Calcutta), per le popstar la ricerca di un linguaggio che venga riconosciuto come credibile dalla ‘community’ non è nemmeno partita.

In tempi rapidissimi Calcutta, suo malgrado più che sua fortuna, si è ritrovato il carico di un’intera generazione addosso (vedi certi titoli stampa che dicono proprio così, letteralmente). Mettendo subito in chiaro di non aver alcuna intenzione di rendersi un eroe/flaneur alla Tommaso Paradiso, al massimo mettendosi a difendere la sua natura borderline, ha lasciato che i cloni riproducessero il suo stile in modo pedissequo, assistendo in silenzio a questa moltiplicazione microbica. Al suo ritorno, invece di spiazzare tutti rifugiandosi in eclettismi artistoidi, ha avuto il fegato di restare nel solco, perfezionando la sua ricerca di una chiarezza popolare, con stoico senso dell’artigianato pop. Il risultato è che le due canzoni che Calcutta ha tirato fuori svariati mesi prima di poter anche solo dire come si chiamava il suo atteso terzo album (Evergreen), e cioè “Orgasmo” e “Pesto”, sono sembrate calcuttiane fino al midollo, paradigmatiche per quello che la vulgata ha voluto autodefinire ‘itpop’, eppure anni luce più elaborate, intense, autentiche, originali, spiazzanti e accorate di gran parte della massa di epigoni di cui sopra.

“Orgasmo” è articolata in tre fasi. La prima – che sembra un flashback – vede i due amanti gozzovigliare nel più tipico dei battibecchi sull’incompatibilità (o complementarietà) delle inclinazioni sentimentali:

“E se ti parlo con il cuore chiuso

Rispondi tanto per fare

E se mi metto davvero a nudo

Dici che ho sempre voglia di scopare”

È un aggiornamento più intimista e in qualche modo privato di un topos della canzone d’amore italica: la tenera diversità che diventa alchimia perfetta, e insieme la pretenziosità dei comportamenti, solitamente femminili (per una canzone, anche in questo caso, decisamente maschio-centrica). Jovanotti la direbbe così:

“T’ho detto amore e tu m’hai messo in gabbia

M’hai scritto sempre ma era scritto sulla sabbia

T’ho detto eccomi e volevi cambiarmi

T’ho detto basta e m’hai detto non lasciarmi”.

Già dal primo ritornello e per tutta la seconda sezione del brano l’incompatibilità diventa in realtà insanabile e il brano svela il suo contesto temporale; ci troviamo dopo la fine di una storia, nel pieno della più tipica delle ricognizioni tra ex amanti una volta che è passato il tempo sufficiente a seminare distanze e a riavviare le vite di ciascuno: “Come stai? / è un sacco che non te la prendi”.

manifesto calcutta orgasmo
Uno dei manifesti apparsi a Roma qualche giorno prima del lancio di "Orgasmo".

Si può intuire che un viaggio di lui a New York potrebbe essere stato l’evento che ha fatto vedere le cose in un modo diverso, ma ci si muove nel range delle ipotesi. Tuttavia, è chiaro che la carne e i corpi si chiamano ancora. I due si rivedono, lei chiede a lui “un orgasmo profondo, forse il più profondo del mondo”, ma forse ha già la mente rapita da altro, è già oltre (“ma mi hai dato le spalle”); lui, di conseguenza o forse anche a causa di quel che stava succedendo, ha già preso altri lidi, focalizzandosi altrove, traducendo questa istanza con un gergo che potrebbe essere agreste e rischia, nella sua felice ambiguità, di passare per militaresco (“E adesso tutte le strade mi portano ad altre campagne”).

Nella terza parte i due si ritrovano in un tripudio tardo-mogoliano, alla “Prendila così”, un’altro tomo cruciale del vecchio testamento battistiano di cui il nuovo pop è fedele devoto (anche un po’ integralista):

Ma che sciocca sei ma che sciocca sei

a parlar di rughe a parlar di vecchie streghe

meno bella certo non sarai

Con ormai la relazione alle spalle eppure ancora sotterraneamente rapiti da una specie di torpida malinconia (“In che punto finisce la nebbia in questa pianura”), i due si specchiano raccontandosi frammenti di nuova vita, infilando di sottecchi verità altrimenti sconcertanti, di quelle che si ha egoisticamente paura possano ferire l’altro, e magari lo fanno pure:

Ah non lo sai che ieri ho comprato un’amaca

Ah non lo sai non ci sono salito sopra

Ah non lo sai che ieri ho incontrato un’amica

Ah non lo sai che turututu turututu

dove la progressione dall’amaca all’amica conserva la medesima enfasi con cui si può passare da un discorso di circostanza a una notizia di quelle da soprassalto, comunicate furbescamente di passaggio, apostrofate da un “turututu” da furfante sentimentale, come il fischiettio di un ladro su un tram che sembra quasi fare di tutto per attirare l’attenzione su di sé.

Per nulla intimidito dalla sua brutalità lessicale, ma nemmeno in cerca di compiacimenti virili di bassa lega, Calcutta costruisce il brano attorno al non nuovo ambito retorico dell’orgasmo. Lo fa creando un legame diretto con il suo recente passato, agganciando una delle sue canzoni più importanti, quella “Cosa mi manchi a fare” che aveva in qualche modo lasciato intendere che il potenziale di trasversalità del suo linguaggio potesse essere ben più ampio del ritenuto.

In “Cosa mi manchi a fare” la polarizzazione era a svantaggio del maschio: lei non lo ama più, lui è colpito ma – attraverso la vis creativa – è in grado di rovesciare in rabbia e desiderio di riscatto il sopruso presumibilmente subito. In uno dei suoi versi più archetipici, basati su quei contrasti paradossali che amplificano il senso, lui la ammonisce: “Raggiungermi è un orgasmo da provare”. L’orgasmo è sublimazione della difficoltà di accedere alla di lui serenità, ma è posto a lei in termini di sfida, la sfida inutile di chi è già stato estromesso dalla gara e pensa che esplicitando i premi perduti si possa far pentire l’altro.

In “Orgasmo”, il parossismo è ribaltato nella sua funzione. Scompare la sofferenza affogata nell’indolenza, e Calcutta diventa insospettabilmente carnale, fisico, umorale. Lui che torna da New York e lei che lo porta sulle scale chiedendogli un orgasmo più profondo del mondo per poi ritrarsi, mentre lui disorientato tira fuori “un bacio stampato tra il mento e la scollatura”, chiedendole “come stai”, è un’immagine di eccezionale densità fotografica: una camera mossa e convulsa su due ex innamorati che ancora vibrano di desiderio e che pure non si capiscono, come quei gesti fisici impulsivi che non trovano una risposta equivalente e lasciano di stucco, tra l’imbarazzo e l’incomprensione.

L’orgasmo non è solo culmine dell’esplosione dei sensi, ma agisce come punto-pivot per l’intera memoria della relazione. Tra tutti gli eventi, ombre e fantasmi compresi, il ricordo va ad impantanarsi sulle sensazioni associate alla pelle che vibra, al “bacio rubato tra il mento e la scollatura”, al sesso e a tutto il suo potere trascendente, la sua abilità di mettere in crisi il pensiero razionale costruito attorno alla necessità di superare l’empasse e ricominciare. Non è un caso che nel video associato al brano girato da Francesco Lettieri, i due protagonisti, ormai nella condizione della solitudine, si ricongiungano dopo essere stati a letto con altri partner: il rapporto fisico con i nuovi arrivati è descritto come un fuoco di paglia, senza l’intensità di qualcosa che rimane, e questa sottile malinconia trova espressione nel più tipico dei campi: lui/lei che si rivestono, dopo l’amore, mentre lo specchio restituisce la loro immagine smarrita.

Questa sensazione ambivalente, così sottile da inquadrare a parole eppure così autentica nella ‘vita vera’, sembra trovare un’espressione perfetta nel campo armonico costruito da Calcutta. Del modello impostato con Mainstream e in cospicua parte sostenuto da Niccolò Contessa, allora produttore del miracoloso dischetto, resta la dimensione ‘quadrata’ dell’armonia, l’incedere a tempo medio-lento, la dualità tra l’intimismo del cantato nella strofa e l’urlo del ritornello. Tutto è profondamente calcuttiano eppure, come dicevo in partenza, è un’evoluzione molto netta del metodo: in “Orgasmo” l’arrangiamento finge di rimanere con i piedi per terra ma in realtà non vede l’ora di involarsi su strade barocche (alla Brian Wilson, per restare su una citazione fatta direttamente da Calcutta nell’intervista a Rolling Stone di Alberto Piccinini).

Il piano sguazza nelle settime maggiori più oscene, come un fiorente Fabio Concato, mentre l’arpeggio chitarristico insegue orizzonti di Americana alla Fleetwood Mac, usando come passe partout le reinterpretazioni fornite da un Tobias Jesso jr o un Mac DeMarco, ma con un ritornello molto più sfrontato di ciò che potrebbero fare i due assieme.

C’è persino una percussione simil-giapponese, che si riaggancia alla copertina hentai del singolo, seminando deviazioni acustiche strampalate (e chissà che non siano molto lateralmente anche un po’ fetish).

Restano comunque piccoli dettagli in una struttura ampiamente ‘tradizionale’, in cui pare che tutti gli elementi debbano funzionare come devono: testo, aperture melodiche, immediatezza del refrain, armonia accogliente ma non scontata, canto partecipato. Anche universalità della materia musicale, capace di restare vivida anche in altre vesti; vedi la versione di “Orgasmo” eseguita

nella terza puntata di Brunori Sa, il suo programma per Rai 3,  intima e un filo struggente.

Un Calcutta al 100%, che ha però barattato una pseudo-rozzezza espressiva con l’ambizione per una forma ‘pura’ e strutturata dl pop, non troppo ricercata da sembrare costruita ma insieme ben più stratificata di quel che sembra. Viene in mente il Vasco Rossi dei tempi di “Ogni volta”, di quando cioè perfezionava il codice sorgente della sua ballata prototipica, rendendola universale e trasversale. A me Calcutta fa pensare spesso a Vasco.

Senza rilasciare spiacevoli odori di costruzione artificiale – olezzi che il nuovo pop italico ci ha messo pochissimo ad emanare – il risultato è oltre ogni previsione: un brano già classico quattro/cinque mesi prima che finisse nel suo album di appartenenza (mentre scrivo non sarei nemmeno in grado di dire se “Orgasmo” sarà in Evergreen”), che obbliga l’esercito degli epigoni a fare i conti con la propria mediocrità e insieme lascia libero Calcutta di rimanere se stesso. Senza pagare il costo peggiore: smettere di giocare a(d at)tentare il mainstream.

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