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Non basta una città intera: The Zen Circus live a Milano, Alcatraz, 19 aprile 2018

È davvero Gino Paoli quello che si sente risuonare all’Alcatraz, a luci spente, intorno alle 21.50. “Il cielo in una stanza” scorre via quasi per intero, nel suo fluttuante e sobrio arrangiamento originale, in tempo perché un bel gruzzolo di persone si accodi al ritornello con un singalong vintage quasi surreale: ‘Suona un’armonica, mi sembra un organo che vibra, per te e per me’, a dare chiaro il messaggio che qui non si vede l’ora di dare via la voce con tutti i polmoni che si hanno. Poi la voce di Paoli si distorce, come rallentata in un gesto deformante, la stanza si infuoca, arrivano gli Zen: ora si fa sul serio.

A ripensarci, era quasi necessario che fosse così, che il live de Il fuoco in una stanza, l’ultimo lavoro dei The Zen Circus, si aprisse celebrando il classico della canzone tricolore rielaborato simbolicamente dalla band: con le fiamme al posto dell’infinito, l’asfissia in sostituzione dell’evasione sentimentale, il rosso a riempire l’azzurro. Perché questo decimo album è forse il più stratificato e a tratti introspettivo della band: fedele al solco tracciato da 15 anni sul piano musicale, anche se in parte più posato, ma irto di insidie dal punto di vista dei testi, attraversati da una strana forma di lucida sofferenza, da un’inclinazione al bilancio, un tentativo di rivedersi rispetto a un passato con cui si vuole fare i conti, quasi tentare una riconciliazione.

Ad aprire i conti è “Catene”, una canzone attraversata dalla volontà di mettersi in discussione (e dal confronto con il dolore, alla quale ho dedicato un’ampia analisi qui). Gira da poco più di un paio di mesi, come il resto dell’album, ma dà l’impressione di essersi già scavata un posto prioritario nel cuore dei seguaci del Circo. Peccato soltanto che l’acustica all’Alcatraz non la aiuti(come tutta la prima parte del live, ahimè), con la voce troppo compressa nel muro sonoro che ne penalizza i versi.

La scaletta frantuma ogni timore di un troppo polarizzato tra il vecchio e il nuovo, dando l’idea di un coro continuo, una narrazione mai interrotta. Il merito è proprio di queste canzoni recenti, più complesse eppure fedelmente immediate, che ovviamente dal vivo, sostenute dalla dimensione collettiva, acquistano valori aggiuntivi: “La stagione” è più struggente che su disco, “Sono umano” e “La teoria delle stringhe” aumentano di ruvidezza, ”Il fuoco in una stanza” è un trionfo di unisono, “Il mondo come lo vorrei” esplode la sua dimensione sixties in una chiave felicemente sgangherata (“Questo accordo me l’ha insegnato Little Tony”, dice Appino in avvio del brano, e ci si può credere).

Tra un nuovo frammento e l’altro, scorre generosa una retrospettiva del pensiero Zen: si va da “Figlio di puttana” e l’inattesa “Vent’anni” da Villa inferno ad Andate tutti affanculo con il suo omonimo anti-inno (sempre potentissimo dal vivo), “L’egoista” e quel capolavoro di grottesco tossico-familiare che è “Canzone di Natale”, dalla fantasmagoria folk di “Ragazzo eroe” alla propulsione pop-punk di “I qualunquisti” da Nati per subire. “L’anima non conta” è cantata a rotta di corda vocale da tutto un Alcatraz stipato come l’ultimo tram prima dello sciopero dei mezzi pubblici: è una canzone che ha scarsi due anni ma ha già acquistato la forma di un classico senza tempo, forse uno dei pochissimi classici di impostazione chitarristica di questi anni di ritmi sintetici e distorsioni liquide. Forse anche per la sua incredibile umanità, risoluta e tenera: “Giù da questo scoglio, giù nel mare in verticale / Giù e poi nuotare / Non c’è altro da fare, senza bestemmiare, zitto e non fiatare / tanto l’anima non conta / tu libera e felice vai, mi ritrovi dove sai”.

Un capitolo a parte è per il dittico “Questa non è una canzone”  e “Caro Luca”, che chiudono l’album in un flusso continuo e fortemente introspettivo, attraversato da una punta di amarezza, e si qualificano come due dei segnali più evidenti di una ‘maturità dello sguardo’. Per il live gli Zen compiono la coraggiosa scelta di cantarle nel bis: dopo un concerto empaticamente teso verso il coro e l’energia collettiva, in questi dieci minuti buoni la band dà l’idea di suonare per il gusto di suonare tra di loro, in una dimensione quasi sospesa. Quando su “Caro Luca” resta sostenuto soltanto dal pianoforte, Appino pare cantare con le carni scoperte, dopo due ore in cui il ritmo, la band e le sue distorsioni l’hanno quasi protetto. “Caro Luca / … / Ti scrivo per sapere davvero / il senso di tutto questo / … / la gloria è bastarda, per averla alla fine devi piacere a tutti / Ma a tutti no, a noi tutti, Luca, non ci sono mai piaciuti”: Appino trafigge e appare trafitto, mentre la canzone spiega in modo lampante perché dopo vent’anni di attività il circo Zen non ha mutato di una virgola la sua abilità di creare riconoscimento e identificazione con il suo pubblico, semmai aumentando l’abilità di sentirne i mutamenti, le delusioni, le aspettative negate e quelle che non si vogliono mollare, i desideri di riscatto, scazzo, furia, risalita. E l’energia: benefica, curativa, tantissima. Il fuoco in una stanza: il cielo e le fiamme. Quasi imbarazzato da tanta nudità, Appino chiude rapidamente “Caro Luca”, ringrazia e va via. Un minuto dopo è tempo di “Viva”, indispensabile chiusura del rito, fieramente realista e sempre troppo profetica: “Di cosa ridete? / E di cosa urlate? /Perché festeggiate / Ancora l’estate?”. Viva.

Scaletta

Catene
Canzone contro la natura
La terza guerra mondiale
Vent’anni
Non voglio ballare
Il fuoco in una stanza
Andate tutti affanculo
Low cost
Ilenia
Sono umano
Il mondo come lo vorrei
L’egoista
La stagione
Pisa merda
I qualunquisti
La teoria delle stringhe
Ragazzo eroe
Figlio di puttana
Canzone di Natale
Nati per subire

L’anima non conta
Questa non è una canzone
Caro Luca
Viva

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