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Io e la notte siamo qua

Ron e Lucio!: un dialogo introspettivo, oltre le parole

Nel 2017 Ron aveva portato a Sanremo “L’ottava meraviglia”, una ballata a cui teneva molto, frutto della sua esperienza personale di sostegno alla lotta contro la sclerosi multipla. Nel Sanremo iper-radiofonico e talent-cannibalizzato di Carlo Conti, non era arrivato alla finale: a molti, Ron compreso, probabilmente, era parso uno sgarbo alla statura dell’artista e anche in parte al tenore della sua canzone.

Quando ho letto che Ron si sarebbe ripresentato a Sanremo anche nel 2018, sotto la direzione artistica di Claudio Baglioni e addirittura con un inedito di Lucio Dalla, mi è parso evidente il tentativo di ricongiungersi con quel palco, chiudere un cerchio rimasto ingiustamente sospeso, riprendersi una dignità che doveva essere data per scontato. Baglioni ha eliminato le eliminazioni, come sua prima mossa assoluta: così facendo, ha sottratto gli artisti ai meccanismi alienanti del televoto e dei social. Sappiamo tutti come è andata; tuttavia per un folto gruppo di artisti anagraficamente estranei alle piattaforme di streaming e ai fenomeni di hype generation, la mossa di Baglioni ha rappresentato una riconciliazione con quel palco, incentivando la gran parte di essi a superarsi, fare proposte musicali che non scadessero nell’abitudine promozionale, sfidarsi.

A Sanremo Ron porta “Almeno pensami”, vincendo a larghe mani il Premio della Critica e sfiorando il podio (è quarto). L’inedito è puro Dalla anni Novanta e post-Duemila: colloquiale, intimo, dosato, posato, essenziale, solo occasionalmente squarciato da lampi di poesia natura-surreale appena accennati, come pennellate incomplete, ma sufficienti a dare la traccia di una naturale inclinazione poetica. “Almeno pensami / Senza pensarci pensami / Se vai lontano scrivimi / Anche senza mani scrivimi”: è la sensibilità che risuonava in “Tu non mi basti mai” (da Canzoni, 1996), “Malinconia d’ottobre” (da Il contrario di me, 2007) o in un gioiellino tardo-dalliano segreto come “Agnese Dellecocomere” (da Luna matana, 2001), che forse non a caso nascondeva proprio la voce di Ron tra le sue trame.

Ora tutto il progetto discografico di cui “Almeno pensami” è capofila è disponibile, con lo stratosferico punto esclamativo nel titolo fa tanto Broadway: Lucio! Più del tributo che Fiorella Mannoia dedicò soltanto a un anno e mezzo di distanza dalla scomparsa dell’artista bolognese (“A te”), accorato ma un filo manierista, l’album di Ron lavora su coerenza dell’immaginario e capacità evocativa. C’è una forte ricerca sonora, prima di tutto e forse sopra ogni cosa: la voce di Ron è registrata come se la sua distanza dall’ascoltatore fosse iper-ravvicinata, al limite dell’invasione; traspaiono il raschio del fiato, il sospiro, persino il tentennamento.

Ron canta Lucio! ma è come se Ron parlasse a Lucio: i tratti sono quelli densi e un po’ fumosi di un dialogo intimo tra un’entità corporea e una che corporea non lo è più, ma lo è stato. Non c’è una nota che suoni leziosa o meccanica riproduzione: in “Tu non mi basti mai” il suono è svuotato; in “4/3/1943”, grazie alla scelta di tenere un basso fisso, l’armonia è privata del popolaresco per muoversi su trame leggere; “Canzone”, al contrario, è rimpolpata di mandolini, nacchere e altri cotillon, quasi a rimarcare il suo potenziale folkloristico se non stornellaro, in qualche modo mitigato nell’originale. Tutto è oculatamente soffuso, vicino, tangibile come una carezza, familiare come una figura domestica.

Ron Lucio copertina

La scelta dei brani segue le giuste coordinate di un repertorio dalliano tradizionale, concedendo però la giusta attenzione anche a un brano complesso come “Henna”, manifesto della religiosità ibrida di Dalla, difficile da approcciare, senza un ritornello, come un monologo interiore che tenta di liberarsi da ogni vincolo strutturale per involarsi verso un ‘altro’ in cui specchiarsi, riconoscersi e confondersi. Persino Ron sembra cercarne il filo, perdendosi nella sua melodia misteriosa e circolare: seguirlo in questo intimo estremo è un’esperienza sublime.

In alcuni punti (“Chissà se lo sai”, “Com’è profondo il mare”) sono state conservate le tracce originali delle registrazioni di Dalla, cimentandosi in un’operazione sulla carta pericolosissima, a un filo di distanza dai ricatti del ‘duetto virtuale’. Ebbene, il patetico non è mai sfiorato, anzi: Ron ha l’intuizione brillante di scomparire sullo sfondo in “Com’è profondo il mare”, limitandosi a disegnare un paesaggio chitarristico a trame rock alla linea vocale primigenia di Dalla.

Così l’album finisce con una sparizione, con l’artista e l’autore dell’intera operazione che si fa da parte, e mettendosi dietro le quinte, lascia trapassare la bontà del suo tributo, la sua natura più profonda: che tutto questo sia la traccia di un dialogo introspettivo e non verbale tra due entità che hanno utilizzato la musica per varcare le soglie comuni, e quando lo facevano – insieme, nello stesso momento, sullo stesso palco – hanno sfiorato espressioni uniche, inarrivabili nel contesto della canzone italiana.

Come in quel video della televisione svizzera italiana, del 1978: “I ragazzi italiani”, a firma Dalla/De Gregori/Ron, trama parlata un filo sardonica (chissà, forse determinante per scrivere un’altra storia cardine dell’alt-rock italiano, quella dei Massimo Volume), luci e riflessi esagerati, enfasi ironiche, il sax di Dalla ringhiante e spregiudicato, un controcanto un po’ sixties, Ron sciolto, jazzistico, seducente, in completa libertà. La musica sprigiona elettricità e visioni di un futuro apocalittico: “Ma non l’hai visto ancora bene / cosa vuol dire con in mano pochi anni / sapere già come andrà a finire”.

Forse Lucio! guarda a quell’alchimia. Certo, è ricostruita ‘in laboratorio’, ma con levità, cautela, senza artificio, con un filo di mistero: “Son già passati mille anni / Tanto è il tempo che ti guardo e non mi parli”.

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