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Abbiamo sempre qualcuno da salvare

La fine dei vent’anni di Motta, da La fine dei vent’anni, 2017

Motta La fine dei vent'anni copertina

Un primissimo piano in bianco e nero. Lo sguardo a mezz’aria, che dietro un apparente scazzo cronico camuffa un’affermazione di presenza immarcescibile. Il volto è diviso a metà da un’ombra ed incorniciato da un crine selvaggio, orgoglioso come un’aureola informe, protettivo come un casco organico.

Sulla copertina di La fine dei vent’anni c’è Motta ritratto da Claudia Pajewski, fotografa aquilana la cui esperienza professionale è legata in particolar modo al teatro contemporaneo italiano: gruppi come Ricci/Forte, Babilonia Teatri, Fies Factory. Nel momento in cui scrivo Motta ha appena pubblicato il video di “Ed è quasi come essere felice”, un notturno duetto con Silvia Calderoni, la più inclassificabile delle attrici e performer italiane.

Sono tutti nomi appartenenti a un arcipelago artistico che da sempre si esercita trasmutazione e transizione di genere e di generi, nel tentativo irrequieto di dare sostanza a corpi in costante ricerca dell’identità.

Il ritratto di copertina potrebbe essere una chiave di accesso intrigante al mondo di Francesco Motta raffigurato nel suo album di debutto solista, pubblicato nel 2016. È come se in quell’ombra che taglia il viso di Motta longitudinalmente, colta nel suo atto di passare, l’autrice avesse reso perpetua una sfumatura passeggera, una volatilità. Non è possibile dire se essa stia abbandonando il volto dell’artista o si prepari a coprirlo completamente, almeno come “La fine dei vent’anni” cristallizza una mutazione colta mentre agisce, fotografata incapsulata e registrata in un istante raro.

Come è consuetudine nelle canzoni di quest’album, anche “La fine dei vent’anni” è composta da una manciata di versi e tanto spazio e silenzio tra una frase e l’altra. Le frasi scarne paiono circolari, aforismi autosufficienti, non connessi tra loro da un’evoluzione narrativa ma liberamente associabili a un universo di significato.

Sono versi posti in prima persona e rivolti a un interlocutore che sarà definito “amico mio”. Non c’è un ‘loro’, una contrapposizione netta, ma c’è sicuramente un ‘noi’, un ‘io e te’ empatico e denso di pietà (“E senza vincere niente / Senza partecipare / Rincorriamo le notti / E torniamo a dormire”, Del tempo che passa la felicità). Ad accomunarci, c’è un ricorso esplicito al senso di inadeguatezza, che lo accomuna ad altri esordienti del periodo e che è una base ampia del suo universo.

C’è un sole perfetto

Ma lei vuole la luna

Non è propriamente un disagio radicalizzato, come si potrebbe sintetizzare un po’ brutalmente, quello del coevo Calcutta, che si descrive come l’unico sveglio in tutta la città a una imprecisata ora della notte, poco prima di fare un incontro che sfocerà in disastro (“Frosinone”). In Motta l’inadeguatezza è più flebile, quasi stemperata dal sapere di esistere in un contesto particolare, che non lascia molte chance. Ci si può avvicinare anche a qualcosa di affine a un concetto di “sfiga”, a patto però che la si prenda con stoica filosofia (“A volte è solo / Questione di fortuna / Ma per traslocare due volte in un mese / C’è bisogno di tranquillità”). Sempre rispetto a Calcutta, è come se Motta agisse in un tempo di rielaborazione già successivo, pur in vicinanza anagrafica. Che uno dei due sia cresciuto troppo presto o maturato troppo tardi, è un dettaglio: ciò che emerge è un richiamo al tempo vissuto in asincronia, in sfasamento.

L’inadeguatezza è un concetto che rientra nella similitudine più articolata dell’intero brano, quando la fine dei vent’anni viene paragonata all’atto del parcheggio da cercare mentre si è in ritardo. È un’azione che Motta avrebbe potuto descrivere come impossibile, calcando la mano sulle tragedie dei tempi bui in cui viviamo. E che invece fa con un approccio quasi ‘filosofico’, significativamente maturo: questo parcheggio, tecnicamente, lo si può trovare, e anzi c’è di certo, è solo che trovarlo è un’operazione faticosa, ricca di insidie, è facile sbagliare strada e farsi del male. Con un tono che inizia a essere già un po’ sottilmente quello di un ‘consigliere fraterno’, il narratore rassicura l’interlocutore con un discorso al negativo, ma onesto: non posso dirti che una volta che troverai questo benedetto parcheggio la vita ti sorriderà, ma intanto ti do due dritte sul processo, osservo come funziona, constato la complessità di questo agire, anche qui, rapido e mutevole.

Ancora un ritratto di Motta realizzato da Claudia Pajewski (C)
Ancora un ritratto di Motta realizzato da Claudia Pajewski (C)

In poche parole Motta ha delineato in modo nitido a che sistema di sensazioni puntare: al sentire di chi, pur nello spaesamento, ha smesso di arrancare o più in generale non ha mai ritenuto questo approccio proficuo. Il suo è un disagio non compensato dall’isteria, quasi sia cosciente che ha poco senso mettersi a urlare “mi sono rotto il cazzo”, anche se sappiamo entrambi – io narratore, tu ascoltatore – che lo sfogo violento avrebbe tutta una serie di ragioni per cui esistere. Di contro, è come se intendesse fornire un’immagine di solidità, nonostante tutto, ai suoi simili.

Sia chiaro che non è nulla di programmaticamente edificante, e a chiarirlo c’è quella sottile ironia nella scelta di un lessico da imbruttimento quotidiano (il trasloco, il parcheggio). Ma dentro La fine dei vent’anni, nel suo strato più sotterraneo, ci sento un tentativo di infondere fiducia, o se non esplicito incoraggiamento almeno una forma empatica: forza, no lamentele, no menate. “Non ridere e non piangere / Non stringermi le mani / Siamo sporchi siamo umani / Prima o poi ci passerà” dice il ritornello di “Prima o poi ci passerà”, ripetuto freneticamente decine di volte, ed è una forma di identificazione sofisticata, che nasce dall’insoddisfazione ma si evolve sul non mollare, senza dirlo esplicitamente, con il rischio di sembrare patetici.

Insieme all’inadeguatezza, c’è il tema del tempo, declinato qui su due fronti. Da un lato Motta allude all’occasione lasciata andare, al proprio essere fuori tempo rispetto a ciò che la società pretenderebbe essere il cronoprogramma corretto della nostra vita. Potessimo farlo, scapperemmo ora, ma c’è sempre un gancio, un legame affettivo o familiare o persino una ragione più oscura, a rimandare il momento, e forse ci sarà per sempre:

Amico mio sono anni che ti dico andiamo via

ma abbiamo sempre qualcuno da salvare

o da baciare

Questo qualcuno non è per forza vissuto in termini di costrizione, anzi: dietro l’amarezza del sentirsi vincolati, in qualche modo parzialmente liberi, c’è la presa di coscienza che l’orizzonte di fuga si polverizza di fronte alla scelta del momento, quel “qualcuno da baciare” che è in grado, in quell’esatto tempo della nostra vita, a fornirci il benessere sufficiente a farci andare bene la nostra condizione.

È qui che Motta mi sembra inquadrare al meglio quell’ombra nel suo passaggio, il senso di “fine incombente” nel titolo: “La fine dei vent’anni” come canzone sul momento esatto in cui si inizia a prendere coscienza della dimensione ‘ordinaria’ del vivere, che il sogno a lungo termine della gioventù si sta assopendo di fronte alla proposta dell’esistenza giornaliera. E va bene così.

Questo senso di circolarità e di ammorbidimento dell’irruenza riecheggiano nella struttura musicale e nell’armonia del brano. Quasi tutto ruota attorno a un giro a tre accordi con approdo in minore, di estrema semplicità, con un suono che richiama alla mente i R.E.M. di New Adventures in HI-Fi (e che deve certamente qualcosa a Riccardo Sinigallia, produttore dell’album). Nei due versi che possiamo chiamare ritornello, l’armonia modula un tono più in alto e si apre su un temporaneo varco in maggiore, salvo ripiombare subito sul giro armonico circolare in minore da cui tutto è partito, fino a dissolversi lì, sfumando. Oltre a coincidere con il momento più intimo del testo (“Amico mio”), il ritornello è come una sospensione in positivo, una piccola concessione a un momento di ‘volo’, in cui la musica si alleggerisce di peso per qualche secondo, prima di ripiombare nel suo catalettico giro in minore. È in questa impostazione musicale che mi sembra risiedere il ‘segreto’ di “La fine dei vent’anni”: è come se attraverso questa circolarità un po’ mesta ma comunque andante Motta ribadisse la sua solidità nonostante tutto, il suo voler rimanere un pilastro piantato, quasi cementato, mentre una tempesta infervora. Un andare non disturbante ma comunque dai colori ingrigiti, e comunque costante, un moto perpetuo, come l’arpeggio che ne detta le cadenze.

Lo stesso canto è iper-scandito, imperniato su una melodia dall’arco parabolico, preciso e quasi squadrato. In particolare, sono le finali a fare la differenza: “og-gi non com-/-batto-con-nes-su-no” è una metrica irregolare rispetto al tempo, un serie di terzine contro una ritmica in solidi 4/4, ma invece che svolazzarci sopra, Motta sembra sottolineare il testo appoggiandosi sulle sillabe con tutto il suo peso, arrivando al punto più basso proprio sulla finale, una nota di insolita profondità. Se si confrontano le canzoni di La fine dei vent’anni con quelle dei Criminal Jokers, la band in cui Motta ha militato per anni prima di intraprendere il percorso da solisto, appare evidente come la parola si sia più nitida, come se fosse stata estrapolata da una nube sonora fascinosa ma eterea (ascoltare, a titolo di esempio, “Quando arriva la bomba”), e posta su un piano più alto, quasi fosse un gesto di ‘presa di responsabilità’ del dire. In tutto La fine dei vent’anni è come se ogni verso fosse autosufficiente, nato articolato e chiuso in se stesso, e nella chiusura del verso Motta sigillasse il tutto con grande un punto e capo, lasciando peraltro che l’accompagnamento musicale ossigeni il collante e lo faccia cementare.

Anche perché il tempo sarà sempre meno e correrà più veloce, e allora tanto vale tenersi in piedi e pedalare:

Oggi non ho tempo di pensare a cosa è cambiato

In modo tranchant e con una metrica che sembra quasi arrancare, quasi distorcendo il verso, l’ultimo verso della strofa è un’affermazione netta di indisponibilità al rimuginio, perché comunque l’auto bisogna parcheggiarla, ahimè alle condizioni del traffico, e quindi occorre fare in tempo, esserci, essere presente.

Dunque con la sintesi del verso, con la coscienza vocale, persino con la precisione dell’arrangiamento, Motta sembra dire e cantare che lui c’è, che in questo marasma in cui tutto sfuma e sfugge e si rischia di passare inosservati, lui fa parte di quelli che confusi sì, lo sono come tutti, ma che ha le gambe solide e il libero arbitrio che non lo ha abbandonato.

Dopo il secondo ritornello, il giro armonico con cui la canzone è cominciata riparte, e stavolta sembra una vita. Compare qualche coro, una partitura di archi, in fondo è come se non succedesse null’altro. Non c’è nulla di straordinario: solo strati di vita che si accumulano, tornano a ruotare attorno a un fulcro vuoto. Mentre gli anni sfumano alle spalle carichi di sogni nemmeno avviati, “La fine dei vent’anni” sembra cantare l’eccezionale ordinario di un’era che sfuma.

In mezzo resta ciò che conta: l’essere comunque due (o almeno due), esistere come “noi”, impegnati a raccontarci e a farci forza reciprocamente nel momento sfuggente ma preziosissimo in cui, coscientemente, iniziamo a cercare di tenere il tempo di questo incedere ciclico nel vivere. Nel momento in cui l’ombra passa, amico mio.

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