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Quando mi dicon: ‘Vai a casa!’

Estate scorsa. Di sera mi ritrovo a conversare con un’amica su un muretto del lungomare barese. Vengo interrotto più volte dal passaggio di una ragazzina a bordo di un hoverboard, di quelli rigorosamente connessi al bluetooth. Smartphone in mano, agile e determinata, la novenne canta la stessa canzone, con un forte accento barese: “Mamma dai sincera ti aspettavi tutto que-sto-o-o”. Ghali. A palla. A iosa.

Oggi, gennaio 2018. Mentre son giorni che mi perdo in analitiche disamine del successo di “Rockstar” di Sfera Ebbasta, Ghali pubblica “Cara Italia”, già in qualche modo inclusa in uno spot per Vodafone e ora disponibile nella sua interezza ed autonomia. La canzone mi ha piuttosto sconcertato, e non mi pare abbia destato la stessa attenzione critica del lavoro di Sfera (le views, invece, sono arrivate a palate, e giurerei che molte sono dell’amabile ex novenne, che suppongo oggi essere decenne). Forse a causa del suo presunto pregresso pubblicitario, forse perché Ghali nella testa di qualcuno è quasi bollato’ come un fenomeno da bambini. Tant’è che, forse anche con un pizzico di ironia, il video di “Cara Italia” è girato proprio ad altezza infantile, e il testo stesso lo rivendica:

“Non spreco parole, non parlo con Siri / Felice di fare musica per ragazzini”.

Al centro delle disamine sembra tornare una questione distraente e in fondo marginale: c’è chi “Sfera fa la trap, Ghali fa Jovanotti”. Mmh. Forse sì, a me sembra sempre che Ghali abbia le ambizioni del Jovanotti primi anni Novanta e le attui adottando i codici della trap più morbida, più trasversale. Fargliene una colpa: e perché mai? Quando l’invito era “pensare positivo” eravamo davvero rintanati tutti a tutelarci in una “Heart-shaped Box”?

C’è in Ghali molto più Stromae della somma di tratti stilistici dei suoi colleghi, da Sfera in giù. E questo accade nonostante lo sviluppo armonico sia sempre quello di Charlie Charles: una malinconia tenue, classicista, arpeggini di pianoforte col pedale sinistro premuto a palla e rimasugli chitarristici profondamente mediterranei. Si sente forte e chiaro, a vedere oltre gli steccati: “Rockstar” e “Album” condividono tanto e insieme sono due opposti, due applicazioni distinte della stessa disciplina. “Saremo ricchi x sempre”, sogna Sfera. “Eravam già ricchi dentro”, sembra controbattere Ghali, distante, da un’altra parte.

E va bene così, Sfera e Ghali stanno riempiendo due vuoti iconici entrambi. Il primo, alcuni articoli che stanno girando in questi giorni (Federico Sardo su Noisey Italia, Damir Iric su Soundwall), giustamente, lo riconducono a una rappresentazione veritiera dello stato de facto di un tot di generazioni. La trasposizione di un immaginario in un preciso e irrevocabile linguaggio, l’unico possibile all’interno di questa visione della realtà. Chiamiamolo un ‘ribellismo iper-materialista’: il cono ottico ristretto esclusivamente sul bene materiale come idolatria del riscatto, la sfacciataggine nella sfida al protocollo dominante come struttura stessa del messaggio, dall’abito al riferimento alle droghe. Un’immagine fortissima di quel che decenni di strafottenza politica hanno messo sotto il tappeto.

Come icona Ghali, al contrario, mi sembra spostarsi verso il fioco eppure solido materializzarsi di una nuova forma di speranza, introversa, molto realista, smaliziata, un po’ anche rassegnata, ma insieme bagnata da una forma di idealismo rassegnato e gentile, e di una gentilezza autentica, non formale. Tutta di sostanza. Piace ai bambini? Se è così, meglio.

Anche perché la questione è un’altra, e ha a che fare con il fatto che gli under 18 non votano ma presto, se vorranno, lo faranno. E con l’altro dato, e cioè che Ghali, tra tutti, è quello che si è rivelato più abile nel tradurre la prima persona singolare in un meccanismo autentico di immedesimazione. Nel pieno della nenia elettorale che annulla per compensazione ogni sparata, annichilendo di fatto il concetto di speranza, Ghali se ne è uscito con una canzone in forma di lettera d’amore, di quelle che si scrivono al positivo per celare la delusione e il rammarico, per poter dire delle cose che altrimenti sarebbe faticoso dire. E la lettera è all’Italia, e dice cose così:

“C’è chi ha la mente chiusa ed è rimasto indietro come al Medioevo
Il giornale ne abusa, parla dello straniero come fosse un alieno
Senza passaporto, in cerca di dinero”

Oppure:

“Ma che politica è questa?
Qual è la differenza tra sinistra e destra?
Cambiano i ministri ma non la minestra
Il cesso è qui a sinistra, il bagno è in fondo a destra”

Conviene sottolinearlo, in modo un po’ ridondante. Ghali dice proprio: “Qual è la differenza tra sinistra e destra?”. E il 4 marzo è adesso, e la mia decenne ex novenne in hoverboard, ci giurerei, starà già ripetendo questa rasoiata centinaia di volte, come un mantra.

“Cara Italia”, poi, aggiunge altro – sempre a bassa voce, come è protocollo Ghali:

“Io mi sento fortunato
Alla fine del giorno
Quando sono fortunato
È la fine del mondo.”

Mi sembra, sempre in tema di speranza e visione del futuro, un altro mattone di discreta portata. Non si tratta di livore detto in modo inaccessibile e ai non addestrati a questo linguaggio, ma neppure edulcorazioni infantili. Piuttosto, un travaso di amarezze non tradotte in rabbia ma in una discreta osservazione, una di quelle che può indurire e rinsecchire. Se non fosse che Ghali, che sarà “ancora un bambino”, come chiarisce lui stesso, quasi a fingere di giustificarsi, sta già ragionando in termini di responsabilità dell’Artista, dimostrando di conoscere molto bene il teorico peso che un suo verso può avere su una coscienza, ipotizziamo, come quella della mia cara novenne in hoverboard, oggi non votante, domani sì.

E allora, pur radicalmente sconfortato, fa sì che il peso di questa malinconica lettera – questa notevole bruciante variazione sul tema della distanza tra società reale e pensata, illuminante su una generazione che, non ancora riconosciuta, sta già componendo un suo sistema di valori – sia comunque spostato verso l’amore, in una sua versione eterea e assoluta, un po’ infantile e un po’ idealista, comunque di quelle che non si possono mettere in discussione. Che ha a che fare con l’amore della mamma (a proposito di valori che si frantumano e altri che si tramandano, immutati, e il tema riguarda anche Sfera), ma anche con la sua trasposizione nel desiderio di terra-madre, lontana e auspicata.

Come quella che i bambini del video si ritrovano ad attraversare alla ricerca di un ‘simbolo dell’origine’, probabilmente sudamericani in un paesaggio montano un po’ andino (come una landa idealizzata) e un po’ fantasy (come una fiaba): una fantasmagoria che irrompe nel quotidiano della loro vita negli appartamenti della metropoli italiana che li ingloba tenendoli a distanza, cercando di spiegarne la sensazione più che il punto di vista razionale (o politico). Come se il video fosse il tentativo di fornire una lettura onirica e non cosciente di quel che possono significare questi versi, questi straordinari versi: di mite constatazione del degrado, solida fiducia nel sentimento, appartenenza e distanza, affiliazione e disconoscimento.

“Oh eh oh, quando mi dicon: “Vai a casa!”
Oh eh oh, rispondo: “Sono già qua”
Oh eh oh, io T.V.B. cara Italia
Oh eh oh, sei la mia dolce metà

Equilibrio, in sostanza: come stare ore in piedi su un hoverboard, senza toccare terra, in piena metropoli, cantando.

Forse qualcuno pensa che sia ‘solo’ trap. Povero lui.

 

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