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Il solo sveglio in tutta la città

Frosinone di Calcutta, da Mainstream, 2015

Calcutta - Frosinone

Era la fine del 2015 e oggi mi sembra un’eternità fa. Un’amica del cui gusto non ho mai dubitato mi mette davanti, in preda a un entusiasmo non comune, il brevissimo album di Calcutta, Mainstream, del quale ignoravo l’esistenza. La precisazione sul suo gusto è necessaria: dopo il primo ascolto ero invaso dallo scetticismo, certi versi mi sembravano volersi arruffianare l’ascoltatore, in una specie di indulgenza compiaciuta verso un’estetica che, all’epoca, mi parve avere a che fare con un generico disagio. L’aspetto della composizione mi suonava palesemente elementare, quasi uno scherno. Il suono sapeva di oratorio. E non conoscevo l’esistenza di “Forse…“. La mia amica cantava strillando di “fiamme nel campo rom” e non me ne capacitavo.

Naturalmente mi sbagliavo alla grande. Pochi mesi dopo, mi sono ritrovato assediato da intere strofe di Mainstream, sedimentatesi dentro senza nemmeno accorgermi della loro fermentazione. Ed è diventato inutile porre un qualsiasi filtro razionale: Mainstream, più di ogni altro lavoro comparso in quello specifico arco temporale, ha rivelato una forza popolare infestante. Non solo: ha plagiato una comunità che non sapeva di esistere.

Il mio errore era soffermarmi sul grado di sofisticazione di quanto stessi ascoltando, ignorando un livello altro della questione: che Mainstream fosse in grado di tratteggiare, in pochi minuti e con un approccio molto diretto, un personaggio protagonista peculiare, da detestare ed adorare al contempo. Un cartoon fitto di idiosincrasie e bizzarrie, piuttosto atipico nel panorama italiano, ma insieme in grado di incanalare questo denso collage di contraddizioni in un urlo corale.

Frosinone, brano che occupa una posizione centrale in Mainstream, coglie questo personaggio nel mentre di una situazione che si potrebbe definire, in Calcutta, tipica. È nel pieno di un nomadismo notturno solitario, senza amici o compagnie. Con il locale di riferimento che dovrebbe aver già chiuso – probabilmente il Fanfulla, come da coordinata fornita dallo stesso Calcutta in Natalios è l’ora di assorbire l’alcol in eccesso nella pizza cartonata di un egyptian ancora aperto (una “Pizza kebab”, si dirà pochi mesi dopo, coniando un’ulteriore iconografia). Davanti a un cartone unto, è già tempo di autoanalisi, ripensando a “un paio di sbagli” commessi durante la serata.

calcutta_mainstream_edoardo

In questo momento è già nitido un tratto distintivo del personaggio cantato da Calcutta, cioè il suo avvilupparsi attorno a un gioco di contraddizioni esplosivo, fondamentale per capirne la capacità di identificazione da parte di chi lo ascolta. Tra queste forme di contrasto radicale, una delle più forti sembra essere la coazione a ripetere gesti che egli stesso non si risparmia dal giudicare, ma dei quali non è in grado di fare a meno, in una tipica forma di dipendenza cosciente e autocompiaciuta. In quest’attività auto-censoria la revisione del sé, invece che sfociare in struggimento, si camuffa da gesto ridanciano.

Bevo un bicchiere per pensare al meglio

Per rivivere lo stesso sbaglio

A mezzanotte ne ho commessi un paio

Che ridere che fa

È un lui in balia di se stesso, guidato da un’idea ‘pura’ di sentimento che fa a botte con lo sfacelo del suo stare in piedi. Invece che deprimersi, si è costruito una formidabile corazza sarcastica per mantenere un’immagine decorosa del sé, per sentirsi ugualmente presente. Chi non capisce ricorre al bollo di “sfigato”, ma il personaggio è ben più complesso: è un robottino sentimentale che obbedisce alle leggi fisiologiche dell’autodisintegrazione, composto da pezzetti tenuti in piedi in modo precario, ma orgogliosamente onesto.

Così si può stare in piedi da trentenni nel 2015: martoriati e sfatti, in perenne battaglia irrisolvibile con le ombre di noi, senza alcuna fiducia nelle ‘diete’ di sopravvivenza di cui il post-Duemila ci ha inondato a fasi cicliche (“tu bevi limonata e non ce la fai più”, Limonata), tentiamo di trasformare questa nuvola di sfiga in originali e sbrindellati ‘caratteri’, grotteschi e paraculi, carichi di un’autoironia che sfocia a turno in corrosione e/o autocommiserazione, forse aggrappati a un ideale ‘cosmico’ di sentimento, inteso come il segnale lontano di un quasar che non sappiamo cos’è ma che magari abbiamo colto in un istante.

Dunque deambuliamo a pezzetti, tra luoghi notturni popolati da specchi di noi stessi, in attesa che quella folgorazione si ripeta. Soli contro tutto e tutti, urtiamo e sbattiamo come diavoli della Tasmania, sperando che fortuitamente, tra le altre ombre che ispirano solo rigetto (“A me quel tipo di gente no, non va proprio giù”, ancora Limonata), si possa incontrare quel lampo di empatia che vale una corsa disperata, una “guagliona” incontrata una volta o forse mai di cui non si conserva che un ricordo fugace che vale uno slancio vitale preziosissimo (Oroscopo).

Cammino dritto fino al tuo risveglio

Questa lei da cui correre è un miraggio, un sogno già trasferito nella sua dimensione più irreale, che diventa cinematografica. “A quest’America daremo un figlio / che morirà in jihad”: il robottino sbrindellato ha un’evidente tendenza alla mistificazione, al ‘farsi film’ nel senso letterale del termine. Questa tendenza è operata in buonissima fede – quell’ossessione per la folgorazione da sentimento “puro” di cui ho già parlato – ma i suoi effetti sono devastanti. Lei, ci dice lo stesso protagonista, è più probabilmente un incontro di qualche anno prima, ai tempi in cui l’età era più clemente sul corpo e i segni dell’autodevastazione non erano così evidenti.

Coerente con questa self-consciousness schizofrenica, questo essere solidamente cosciente della sua insicurezza e al tempo stesso viverla con serena fierezza, nel rivederla oggi lui mette subito le mani avanti, rilevando agli occhi di lei un’immagine di degrado che, al contempo, è vissuta con orgoglio identitario. Calcutta dà corpo a questa sensazione completamente innervata nella contraddizione con una coppia di versi che sento straordinariamente crudeli.

Ti chiedo scusa per l’appartamento e la rabbia che mi fa

Non ho lavato i piatti con lo Svelto e questa è la mia libertà

Ancora una volta, sono cosciente del disastro e il vederlo mi fa incazzare, perché mi fornisce un’evidenza del mio stato. Allo stesso tempo, eccomi in tutta la mia verità, nel ribadirti che questo sono io, libero dai vincoli che una vita ‘normale’ mi imporrebbe, nei quali comunque non riuscirei ad adattarmi. Che sia in questo stato per scelta o per necessità, non è rilevante (“questa è la mia libertà” è un’affermazione che sembra avere un duplice significato, se ci si vuole leggere dell’ironia).

Mentre parafraso queste parole, sento che questo è il ‘cuore’ dell’identificazione della canzone di Calcutta con il suo pubblico: l’aver colto il senso di insoddisfazione per il punto a cui si è arrivati – o più che altro per ciò che non si è raggiunto – e al tempo stesso difenderne il processo, perché più di questo, in questo vivere davvero stremante, non siamo riusciti a fare, ma noi ci siamo ugualmente, l’urlo c’è sempre, è strozzato e un po’ stonato, ma è roboante.

“Ho visto troppa gente in questi sette anni / per scegliere qualcuno ci ho messo dieci secondi” dichiara Motta in “La fine dei vent’anni, ed è un punto di contatto forte con il momento di lucidità di Calcutta in “Frosinone”. Ma Motta è più freddo, si fotografa già in uno stadio successivo, già operativo, in cui “non ho tempo di pensare a cosa è cambiato”, mentre “Frosinone” è ancora ‘dentro’ il casino, una documentazione infuocata dell’archetipo del disastro.

Il quadro esplode nel momento in cui il ritornello vira in minore, e raschiate chitarre e un groove più appesantito e feroce rivelano la natura del nostro robottino a pezzi, quando perde il controllo. Che è rabbiosa, ossessivo-compulsiva e disperata, ma di una disperazione autolesionista, quasi come una minaccia nei confronti dell’altro che l’ha messo in difficoltà. Non ho riferimenti per dedurre che cosa è realmente successo, ma posso immaginare che la miccia scatenante di questa reazione sia che lei deve avergli fatto presente, magari con qualche commento o con un’antipatica freddezza, il suo disagio per l’appartamento o peggio per alcuni suoi atteggiamenti, magari un po’ alterati.

Lui è arrivato lì già in stato ansiogeno (“vado di corsa e non so perché”) e ora si visualizza nell’atto di deflagrare (“mi giro a guardare se perdo parti di me”). Su queste basi, a questo punto, l’insicurezza si trasforma in rabbia, espressa sotto forma di minaccia: me ne ritorno a casa e mi metto a fare la cosa più banale, ma forse anche più tristemente quotidiana che potrei fare, ossia guardarmi un film. Un film a caso – L’ultimo dei Mohicani – di cui non si conosce il regista, come a rimarcare con una punta di veleno l’insofferenza per lo snobismo di chi deve associare per forza un autore a un’opera (e chissà che non sia proprio lei e la sua sotterranea saccenza ad avergli ispirato questo commento). Mainstream è fitto di questi riferimenti velenosi a chi fa sfoggio del proprio sapere, salvo poi cadere in scelte di vita al limite dell’ipocrisia, una popolazione cresciuta a “taranta, celestini e BMW” che viene, con queste canzoni, investita da una valanga di disprezzo (e qui, certamente, c’è un altro punto focale dell’identificazione col suo pubblico).

Poi, con una giravolta lirica di geniale intuito, Calcutta combina la prima metà del primo verso e la seconda del secondo. Il risultato è l’apice della disperazione:

Io ti giuro che torno a casa e non so di chi

con la voce che dal suo exploit di livore è già rientrata in un tono intimo, affannato, come se questa frase l’avesse detta a se stesso, constatando lo sfacelo finale. Ero sul punto di trasformare questa nottata in uno zenit amoroso, avremmo fatto un figlio insieme, come i protagonisti di “Futura” di Lucio Dalla concepiscono un bimbo come antidoto alla Guerra Fredda, e la vita, probabilmente, sarebbe cambiata per sempre. Saremmo diventati normali. E invece, è andata male, come al solito, ho combinato un casino e tu sei stata stronza. E dire che non chiedevo nulla di che.

In “Futura”, cronaca di una notte andata straordinariamente bene, lo scenario era stellare, spaziale, “in mezzo ai razzi un batticuore”. A passare dal “futuro” alla città di “Frosinone” si scala il contesto vertiginosamente, e allora lo scenario del fallimento si popola di case e appartamenti, tinelli zozzi e serie tv che scorrono ininterrotte su schermi accesi all’infinito. Come se il punto d’arrivo massimo, oggi, corrispondesse all’elemento minimo su cui siamo stati formati, il mattone come valore essenziale, il focolare domestico come miraggio di serenità e senso di ‘raggiungimento dell’obiettivo’, un traguardo sempre più pulviscolare, arduo da raggiungere, quasi impossibile.

Il Dalla ottimista visualizzava, nella minaccia nucleare globale, la nascita di una famiglia come compimento dell’essere umano. Dal micro scommetteva sul cosmico. Trentacinque anni dopo, persino un modesto appartamento in cui vivere una notte d’amore si trasforma in un’insidia, non riconosciamo le pareti e i nomi sul citofono, il pavimento diventa un terreno minato dove ogni passo può far collassare le proprie buone intenzioni rattrappite. Una escape room in cui azzerare il senso di appartenenza.

Questa estetica del disincanto, che si tramuta ad intermittenza in rabbia e in cinismo, si rafforza attorno all’idea che mentre noi periamo in questo quotidiano, esso sia stato invaso – per nostra stessa responsabilità – da una sovrabbondanza di riferimenti, personali e pubblici, ciascuno tramutatosi in un ingorgo di senso, deformato al limite dell’assurdo, al punto da diventare inspiegabile, da non crederci. È per questa ragione, ipotizzo, che le canzoni di Calcutta sono ricche di riferimenti a nomi propri di celebrità (De Gregori e Celestini, “Limonata”) come di precise topografie che possono essere ‘storiche’ nella canzone italiana (“Milano”) o assolutamente inedite (Peschiera del Garda in “Le barche”, Pesaro in “Cosa mi manchi a fare”). Non solo: Calcutta è invaso da un’oggettistica priva di ogni referenza simbolica, svuotata di enfasi, anti-poetica, dove lo Svelto per lavare i piatti (un’assenza, perché i piatti sono sporchi) convive con il sito internet dal valore più elevato per il vivere odierno del succitato robottino-tipo (youPorn, in “Gaetano”). È un solco preciso che congiunge Calcutta a I Cani e ai susseguenti “Paracadute” e “Tubature” di Giorgio Poi, e che diventerà predominante nell’immaginario di questa ‘nuova canzone’: lo scarto del quotidiano, il fascino dell’inanimato secondario.

Calcutta utilizza queste digressioni fulminee nel branding come per sottolineare la bizzarria delle nostre nuove coordinate spazio-temporali, e lo fa in un modo istintivo, quasi non pensato, dando linfa a un suo gusto per rime vertiginose (l’accoppiata “Medjugorie – De Gregori” è da choc), e al tempo stesso offrendo a chi ascolta punti di contatto terreni con la sua esistenza. Ancora una volta, guidato da questa forma di consapevolezza duale, si compiace di queste presenze “spurie” nel suo cantare rilevando al contempo l’assurdità della loro importanza. In “Frosinone” questo processo viene esplicitato: per giustificare agli occhi di lei il fatto che (lui) non è più come tanti anni fa, e che il tempo passa e quell’idea mitica di ciò che è stato si è stemperata tra le difficoltà del vivere odierno, interrompe il racconto con un’estrapolazione da un quotidiano, un’operazione alla “A day in the Life” dei Beatles: “c’è Papa Francesco e il Frosinone in Serie A”, ed è questo un fatto che deve sembrare pressoché inverosimile, dato il contesto, data la provenienza del protagonista da Latina. Frosinone, una topografia mai vista prima nel canzoniere italiano, diventa luogo-simbolo di questo senso di inadeguatezza personale: persino una cittadina mai centrale nel pallottoliere calcistico nazionale è riuscita ad avere una sua rivalsa, e il solo dirlo suona strano e bizzarro, ma a un livello più profondo è ugualmente un’altra forma di ferita. Persino loro ci sono riusciti, persino loro.

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Questa cronistoria di un fallimento, dissacrante e tremenda contemporaneamente, penso sia l’espressione più efficace della forza d’urto che Calcutta, venuto fuori un po’ dal nulla, ha avuto sulla scena della canzone italiana a partire dal 2015. Dipanatasi più per induzione reciproca che per dichiarata imposizione, l’aura di Edoardo D’Emme (vero nome del Calcutta), geneticamente modificata sulla sensibilità di Niccolò Contessa de I Cani, produttore di Mainstream e assurto al ruolo di nume, ha contribuito non poco a portare a compimento un processo di rinnovamento atteso, in un quadro musicale che stentava a rigenerare linguaggi, pur con tutta la loro corposa componente derivativa, più che idoli. Come è noto, il web ha fatto il resto, accelerando i tempi del rimescolamento, consolidando la notorietà di una folta serie di contro-icone (con relative imitazioni), soprattutto cambiando il paniere del pop italico, rinnovando le modalità con cui la canzone innesca il processo di identificazione. Nella foto di gruppo di un decennio Calcutta sta in prima fila e in posizione centrale.

Una parte cospicua di questo interesse si è riversato su Calcutta anche per effetto  dei fastidi che ha seminato in tanti, probabilmente in tutti coloro che hanno visto materializzarsi un ritratto caratteriale in cui non amavano riconoscersi, e di conseguenza mal sopportando che gruppi così ampi di persone – diciottenni e quarantenni insieme accorsi alla corte di un trentenne – sviluppassero un’adesione così euforica per un profilo tanto abrasivo, uno in grado di piombare nel cuore della notte a casa di una tipa e rovinare ogni buon proposito con la sua dose massiccia di maldestra insicurezza. Una ristrutturazione del loser, per i detrattori, di quelli urtanti, poiché non facili da integrare nel flusso, da utilizzare nelle serate tra amici come spalla comica. Uno che all’improvviso si mette a strillare e fa scenate, prima di ripiombare nel suo turbinio interiore senza consentire a nessuno di inserirsi nei suoi spiragli di lucidità. Una scheggia impazzita di verità in un mare di comportamenti mediocri.

Sempre su invito della mia amica, ho assistito a due suoi concerti in pochi mesi, rimanendo inutilmente scioccato dalla reazione del pubblico, travolto da un singalong vicino al tributo, un ininterrotto canto all’unisono al limite della raucedine – e il rauco, in Mainstream, è un tratto stilistico carico di significato.

Oggi non ha più molto senso fare gli astanti sconcertati, quelli che non si spiegano il successo di una costruzione musicale tanto ‘banale’ e di uno stile lirico ‘pretestuoso’. Calcutta è già ‘un autore’, nel bene e nel male. Non solo: a storcere la bocca, si rischia di lasciarsi sfuggire una delle più efficaci descrizioni di un certo profilo umano tipo degli anni Dieci, combinazione implosa di disincanto al limite del livore, sarcasmo al limite della cattiveria, cinismo al limite della spietatezza verso se stessi. E sotto una coltre di paraculismo di difesa, perdersi l’occasione di vedere il ‘segreto’ reale del personaggio cantato da Calcutta: che sia uno degli ultimi custodi di un’immagine pura e idealizzata del sentimento, al raro stadio del diamante grezzo, prima che esso, tra le macerie di un vivere imbruttito, si tramuti in disperazione cronica.

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