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Io sono l’altro

da Tradizione e tradimento, Polydor/Universal, 2019

Man mano che il dibattito pubblico ha sclerotizzato la questione migratoria per fini propagandistici, anche le canzoni che hanno fatto riferimento al triste immaginario degli uomini in mare e dei porti chiusi hanno cominciato a non essere più casi isolati; quando poi la retorica politica punta il dito direttamente contro gli artisti, invitandoli a “cantare” invece che occuparsi di questioni sociali, è facile ottenere l’effetto opposto perché l’artista, quale che sia il tempo o il suo effettivo valore, questo farà: tu gli restringi la focale, lui la allarga, fino a scavalcarti.

In questo tempo delicato Niccolò Fabi, fedele alla sua poetica di pietas e incoraggiamento alla dimensione umana del vivere, ha alzato la posta: Io sono l’altro si origina dal tema della paura del prossimo per innalzare una riflessione assoluta sull’impossibilità dell’esistere senza l’altro. È qualcosa di più di uno scegliere da che parte stare: è l’immedesimazione nell’altro come parte o riflesso di sé, che illustra facendo riferimento all’espressione Maya “In Lak’ech”, traducibile come “io sono un altro te” o “ tu sei un altro me”.

Presentando il brano su Facebook, più di due mesi prima della pubblicazione di Tradizione e tradimento di cui è il cuore pulsante, Fabi spiega:

“Che si parta dalla filosofia o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire ad indossare i loro vestiti, perchè sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita”.

Vincitrice del Premio Amnesty International 2020, Io sono l’altro è una canzone di potenza misteriosa e intraducibile. È un gioco mimetico dove ogni carattere che Fabi personifica non è buono o cattivo o sbagliato, bensì è soltanto una manifestazione multiforme e cangiante della (mia) stessa esistenza, che può essermi incomprensibile, o utile o determinante quando meno potremmo immaginarlo, e basterebbe questa ragione a dissuadere ognuno dalla reticenza o peggio dall’odio:

“Sono il chirurgo che ti opera domani

quello che guida mentre dormi

quello che urla come un pazzo e ti sta seduto accanto

il donatore che aspettavi per il tuo trapianto”.

In questo nuovo, ennesimo elenco per anafore di semplicità disarmante – un passaggio parabolico da ciò che È e non è a ciò che sono, in quanto altro Fabi ha innervato un linguaggio che mai era stato così esplicito e possente, che sfida la metrica menzionando situazioni concrete e riconoscibili (il direttore della banca, il padre del bambino handicappato e naturalmente il nero sul barcone), quasi che volesse assicurarsi che, mentre l’era della post verità ottenebra la nostra percezione di ciò che è reale o meno, nessuno potesse sentirsi escluso, fingendo di non capire, a meno di non ostinarsi, arbitrariamente, a non volerlo fare:

“Io sono l’altro

quello che il tuo stesso mare

lo vede dalla riva opposta

io sono tuo fratello, quello bello”.

Era difficile superare l’emozione intima di Una somma di piccole cose, ma ecco qua: pelle d’oca, perfezione. La voce scompare e si dissolve in una stratificazione stellare di suoni, come una moltitudine di puntini che si fanno sfocati, intercambiabili. Che siamo tutti: “Quelli che vedi sono solo i miei vestiti / adesso vacci a fare un giro /e poi mi dici”.

 

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