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Ho amato tutto

da Morabeza (Sanremo ed.), Leave Music, 2020

Chiamata in gara un po’ a sorpresa a Sanremo 2020, Tosca ne è venuta fuori come una delle vincitrici morali. In una selezione furiosamente radiofonica, Ho amato tutto ha fatto la differenza grazie a caratteristiche che, paradossalmente, avrebbero potuto non giovarle dato il contesto: la distanza siderale dalle sonorità commercialmente più praticate; un certo sapore fuori dal tempo, in virtù di una concezione melodica novecentesca; la struttura in lieve crescendo, senza un vero e proprio ritornello (o, per dirla meglio, con un ritornello così articolato da non sembrare tale); l’umore meditativo della composizione, sgravata dalla fretta di dire tutto subito o imprimersi nella mente attraverso l’ossessività. Di tutti questi aspetti il merito è soprattutto del cesello raffinatissimo di Pietro Cantarelli, autore unico del brano e vincitore del premio per la miglior composizione; Tosca l’ha giustamente portato sul palco durante la premiazione ma, sciaguratamente, non gli è stato tributato neanche l’onore della menzione verbale.

Di Tosca, naturalmente, è tutto il resto: l’interpretazione intima, spaziosa, interamente giocata su dinamiche flessibili come il mantice di un bandoneon: silenzio, sottovoce, poi una rincorsa di note, la voce che si raschia inseguendo il cromatismo jazz, fuga e sospensione, e di nuovo sottovoce, pianissimo, silenzio. Eleganza e controllo tecnico da fuoriclasse: materiale a cui non siamo più abituati, che ha probabilmente lasciato di stucco persino un po’ di fanatici del canto stridulo e saturato in stile talent, che effettivamente è andato piuttosto male in questa edizione.

Naturalmente perché la delicatezza dell’approccio vocale non si riduca a un semplice esercizio di stile è fondamentale che la musica vibri delle emozioni disseminate lungo il testo. Canzone d’amore in prima persona, Ho amato tutto si muove dentro la contraddizione tra la mancanza bruciante e il ritorno dell’amato/a che conforta. È una canzone di emozioni assolute e totalizzanti, con il tutto del titolo che evoca abbandono senza razionalità, di malinconie così laceranti da lasciare sospeso lo sguardo, addii inaccettabili anche se temporanei, desiderio impetuoso di rivivere un’istante.

Il soffiare e aspirare, il comprimere e diradare di cui parlavo rispetto all’interpretazione vocale trova un completo riscontro nei versi, costruiti sulla pressione dell’assenza e sul rilascio per l’amore che si riavvicina:

Con te ho riscritto l’alfabeto

Di ogni parola stanca il significato

Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che

Ci annega e ci lascia senza fiato

Ed è una musica che va

In un istante è primavera

Che ritorna

I versi ricorrono con generosità a similitudini evocative, pregnanti nelle immagini ma posate nello sviluppo melodico con una grazia tale che non sembrano mai gratuite:

“E come un pesce che non può più respirare

Come un palazzo intero che sta per cadere

Tu sei l’unica messa a cui io sono andata

Un treno che è partito

Sparito in mezzo al blu”.

È proprio grazie a questo linguaggio sbilanciato sul piano metaforico e disinteressato al realismo spiccio – Dio! Quand’è che ci siamo assuefatti a chiamar nelle canzoni le cose per come sono, le medicine con il loro nome di brevetto, le scarpe scarpe, i soldi soldi – che l’assenza cantata da Tosca può assumere molteplici interpretazioni: il lutto mai placato, l’amore finito in miseria, l’amato reso distante da una routine professionale che tiene lontani (e chi vuole ci legga pure in filigrana il richiamo alla vita di teatrante, quale quella di Tosca e del compagno Massimo Venturiello è). Tutto questo resta sospeso da terra, appoggiato su una superficie ovattata, intima e personale, come se ogni verso Tosca lo sentisse, dal primo vocabolo all’ultima inclinazione della melodia. È l’artificio dell’attore-cantante di navigata esperienza, certo, ma quanto suona eccezionale in un mare di interpretazioni tutte uguali, urlate e prive di vuoti?

Complici le soffuse sfumature armoniche di colore jazz e brasiliano, ma anche un inevitabile quanto vago richiamo al memorabile soundtrack italiano del cartoon Anastasia, registrata da Tosca all’indomani del suo successo sanremese con Ron (e, ironia della sorte, in duetto con Fiorello, e non penso che Tosca se avrà a male per questo riferimento), Ho amato tutto ha suggestionato un pubblico davvero trasversale, incluse le fasce più giovani del Festival, almeno a basarsi sui commenti di generosa riconoscenza spuntati in rete.

L’ultima partecipazione sanremese di Tosca, nel 2007, fu ancora una volta una di quelle che lasciò più il segno nella sua edizione, eppure segnò anche un punto di svolta. La suggestiva ed euforica Il terzo fuochista diventò un simbolico congedo dalla “strada pop”; nella fusione tra motivi circensi para-felliniani e omaggio a Gabriella Ferri, Tosca sembrò perfettamente trasfigurata in una nuova e appassionata strada, legata al teatro e alla canzone di estrazione folk-world. Se il fuochista celebrò l’allontanamento di Tosca dal pop (ma non dai teatri, mai abbandonati), questo ritorno all’Ariston diventa una simbolica restituzione di tutto l’enorme bagaglio di esperienze acquisito in questi anni – con al centro l’attività per l’Officina Pasolini e fino all’ultimo Morabeza, prodotto dal grandissimo Joe Barbieri – alla via maestra della canzone più melodica, senza rinunce in termini di stile ma con colori così brillanti che da soli hanno illuminato un’edizione in fondo non troppo interessata alla canzone d’autore tradizionalmente intesa. Da Sanremo al zumpapà, dal teatro al Teatro (Ariston): un cerchio che si chiude, aprendosi di nuovo.

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