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migliori canzoni italiane 2018

Le 40 canzoni del 2018

10

Mina – “Il tuo arredamento”

In una recensione apparsa su Rolling Stone e firmata da Giulia Cavaliere, autrice del libro cult “Romantic Italia”, il testo de “Il tuo arredamento” viene descritto come “folle” e paragonato a “un Mendini su musica dei Matia Bazar per l’Architettura Sussurrante” (cioè questa stranezza qui). Non avrà forse quelle pretese art-pop, ma “Il tuo arredamento” vince comunque a mani basse la targa di operazione tra le più bizzarre dell’anno, tanto kitsch da sfiorare l’ascesi. Mina, a 78 anni e dozzine di dischi alle spalle, non si dà pace: anche Maeba è un sussidiario illustrato del suo gusto eclettico, arbitrario e quasi capriccioso nella scelta dei brani, qui in molti casi al di sopra della consueta media. Tra queste tracce, tuttavia, “Il tuo arredamento” va presa proprio come un’apparizione di grazia, un exploit di audacia tale da far sgranare gli occhi, orribile e bellissima insieme, i cui meriti vanno ricondotti soprattutto alla attenzione non comune che Mina è capace di tributare all’essenza stessa dei brani: in quel ‘canzonificio’ seriale che è diventato il nostro contesto discografico, chi altri avrebbe investito su un componimento del cantautore irpino Zorama, attivissimo eppure non propriamente noto al grande pubblico? E c’è di più: chi avrebbe scommesso su una canzone articolata su un gesto di contemplazione dell’oggetto amoroso che viene trasposto, in un gioco metaforico arguto quanto spericolato, in della mobilia (“I pochi spigoli nascosti tra gli angoli / Non urtano mai i miei stimoli”!)? Il tutto appoggiato su una complessa architettura armonica simil-barocca con tre variazioni di tonalità arrangiata, peraltro, in un quanto mai volutamente demodé vestito di ballatona heavy-metal, con tanto di batteria schiacciasassi, assolo in overdrive e acuto spacca-bicchieri-di-cristallo nel ritornello?  Ogni volta che si contestano certe mosse spericolate di nostra Signora della canzone, bisogna ricordarsi di ringraziare il fatto che esse comunque accadano, perché ogni tanto, quando l’intenzione è pura e la materia prima è intelligente, danno vita a miracoli. Come questo “Il tuo arredamento”, che emana vita ovunque: “il sinuoso fumo e aroma di te” arriva lento dalla cucina, nella “camera da letto ampia” pare di sentirlo soffiare questo “gran respiro d’aria”, e nel disegno complessivo pare vedere queste figure prendere forma, una forma concreta e insieme immateriale. Come un arredo. (PDU)


9

Cosmo – “L’amore”

In retrospettiva Cosmotronic, pubblicato a gennaio, è rimasto uno degli album italiani più rilevanti del 2018. La sua portata innovativa non riguarda tanto lo stile, qui consolidato e arricchito ma di fatto non mutato rispetto a L’ultima festa; semmai è la visione complessiva a pensare ‘oltre’, concepito com’è come fosse il soundtrack per la sua dimensione live. Con Cosmotronic il concerto, nell’equilibrio della proposta artistica di Cosmo, non solo diventa centrale e dominante ma scavalca il codice, tramutandosi in ibrido tra maratona da club, happening da festival di musica elettronica, cantico corale e sabba chimico (con tanto di simil-djset concepito ‘dentro’ la narrazione dell’album e posizionato nel mezzo della scaletta del tour, con lo scopo di sganciare totalmente il suo pubblico dai rituali canonici del live e dalle sue aspettative e spararlo in una dimensione ‘altra’, inevitabilmente cosmica).  Perciò tra le canzoni-canzoni dell’album, tutte omogenee nello stile e di fattura elevata, è “L’amore” quella che sembra assumersi più il compito di tradurre in musica il senso di questo progetto artistico: realizzare una “ultima eterna festa” in cui perdere cognizione del tempo e dei confini del proprio corpo per confluire attraverso la danza di un abbraccio totale, un desiderio che è mistico e insieme sensuale di essere con e dentro gli altri, finalmente scevri da ogni paranoia. “L’amore” riesce a convertire in parole e musica l’ascesa e il parossismo degli effetti delle metanfetamine nel contesto di una notte elettronica attesa come una festività e che si concretizza come un’epifania, qualcosa di straordinariamente speciale e parzialmente indicibile che la musica, con il suo beat pulsante e la sua urgenza ascensionale, si incarica di interpretare a livello emotivo: “E sta succedendo anche a me / E quando arriva la scossa ci vogliamo abbracciare / In questo delirio, in mezzo alla gente / Arriva l’amore, non capisco più niente / Il meglio di te, il meglio di me”. Escursione senza argini nel sudore e nell’ebrezza totale della chimica post-Duemila, “L’amore” è l’orgasmo cyber di Cosmotronic, una vibrazione talmente forte da tramortire per intensità: in un 2018 di ombre che si allungano, la canzone più utopica di tutte. (42 Records)


8

Coma_Cose – “Post concerto”

Senza un album e con un repertorio che dura poco più di mezz’ora, i Coma_Cose sono riusciti a occupare la posizione di ‘cosa-nuova-indie-pop-rap-cantautorale’ capace di mettere d’accordo, forse più di ogni altro simile nella scena, i ricercatori della coolness come i critici più paludati. Merito di un approccio davvero originale e ‘aperto’, in cui il riferimento a un codice del passato non è vezzo o strizzatina d’occhio, ma reinterpretazione immersiva, serissima nei principi musicali (vedi il suono di “Anima lattina”) quando irriducibilmente ludica, nel gusto del calembour lirico come nella felice ricerca del nonsense.  Invece di cercare approdi facili nell’elettropop da classifica o nella trap, per “Post concerto” hanno tirato in ballo referenze decisamente poco praticate dalle mode del momento, calandosi completamente in un funk-pop spassoso posizionato da qualche parte all’incrocio tra gli Stone RosesScreamadelica, “Freedom 90” di George Michael e persino i Vernice di “Su e giù”. Insomma: pura materia da passaggio dagli Ottanta ai Novanta, rinverdita perché ritenuta la più adatta a rievocare un certo preciso umore ‘di pura gioia’, magari supportati dalla chimica o dai fiumi di alcol (“I bicchieri abbandonati / sanno come ci si sente / a essere come diamanti / invisibili alla gente”). Tra neologismi sempre più spericolati (“Io Spotify, tu spotifasti, ma è meglio il vinile”), invocazioni a numi tutelari (qui Bowie, Moroder) e un involontario (?) dissing a Cesare Cremonini (“se per caso stanotte mi gira, io ci vado a dormire col cane”), Fausto Lama e California cantano la giovialità genuina di un momento di vicinanza al sublime come il post-concerto, il desiderio di andare avanti anche se la musica è finita, come in un’emblematica ultima festa cosmica, ma in un contesto totalmente diverso, che per qualcuno sarà diventato un po’ vintage, ma resta irresistibile: “La tua testa è un gigantesco centro sociale / E se stanotte mi gira io la vado ad occupare”. (Asian Fake)


7

Salmo – “90min”

Salmo ha tenuto segreta per mesi la data del suo ritorno, pubblicando Playlist solo alla fine del 2018. Ostile da sempre a ogni espressione mediata ma allo stesso tempo genialmente ‘tattico’ nelle sue azioni, ha lasciato così che la sovraffollata ‘scena rap’ italiana sfilasse in blocco, ciascuna col suo lavoro sempre più omologato al precedente, per poi riprendersi in un sol colpo la sua posizione di modello ispiratore. “90MIN” è un peso supermassimo, un detonatore delle inconsistenze del rap tricolore. Fedele al suo sarcasmo affilato e di grande precisione, Salmo ha scelto di ritornare al centro proprio con un pezzo a matrice politica, il cui tempismo storico fa abbastanza impallidire. L’Italia è descritta come un Paese che ormai ha avviato la strada verso lo scatafascio, e che osserva il suo percorso irreversibile verso la distruzione come fosse uno spettacolo, subendone gli effetti truculenti senza poter più nulla: “È come volare in economy / Ma senza le buste del vomito”.  I riferimenti sono puntuali ed espliciti, impossibili da fraintendere: “Poteri forti: aprono i conti ma chiudono i porti / Rubano i soldi, impossibile opporsi / La gente sorride coi tagli sui polsi”. Funge da ‘guida all’ascolto’ del brano l’ormai celebre intervista a Rolling Stone (“Non puoi ascoltare hip hop ed essere un razzista, le due cose sono incompatibili (…) Se dici “grande Salvini” devi bruciare i miei cd, o cambiare le tue cazzo di idee”), che chiarisce gli intenti, il vero obiettivo del brano: la comunità rap, bersagliata nella sua contraddizione massima, il contrasto cioè tra chi – venerato maestro – predica la necessaria assenza di posizioni politiche nel genere proprio nel momento in cui il rap è la fetta più influente del mercato nazionale, soprattutto sulle nuove generazioni. Invece, sembra dire con urgenza Salmo, proprio questa sovraesposizione obbliga l’artista rap a farsi domande e dire delle cose, proprio ora, finendola di ostracizzare il politico (come accade da anni, per esempio, con una figura come Caparezza) e assumere una posizione di responsabilità, senza per forza diventare partitici. Ecco perché la chiave di “90min” è nell’ultima barra, che trasforma il ritmo convulso e ternario (alla “Black Skinhead”) in un reggaeton accelerato quasi in stile Le comiche, grossolano e paraculo. Qui Salmo ridicolizza la svendita dell’artista alla rigorosa hit latina estiva (riprendendo un motivo già esplorato in “Estate dimmerda”), l’autoisolamento chimico dei trapper (“Rum e cocaina, codeina / Sembra che c’hanno la tosse canina”) per poi svelare, alla fine, l’intento motivazionale della canzone, la presa di coscienza che un fuoriclasse come lui non solo può ma deve farsi influenza, alzare l’asticella per ridefinire lo standard medio, chiedere uno scarto a tutti gli altri, un salto di qualità: “A ‘sti rapper di minchia non gliela do vinta / Ritornerò in cima per dargli una spinta”. Indovinate alla fine chi si becca più applausi. (Sony Music)


6

Calcutta – “Pesto”

Per l’atteso seguito di Mainstream Calcutta ha dovuto mediare tra le necessità di consolidare uno stile, rivendicandone l’originalità e l’urgenza di prendere le distanze dal cliché, ormai praticato da una moltitudine incredibilmente numerosa di epigoni, cercando di mostrare una visione della propria musica più stratificata di quel che si potrebbe pensare. Evergreen è il prodotto di questo conflitto, con i suoi ghirigori jazzati, gli arrangiamenti più sontuosi, la ricerca di soluzioni non quadrate (“Briciole”, “Rai”), senza però rinunciare a fughe sicure nella coralità più spinta (“Hubner”, “Kiwi”). Chiaramente di transizione, fa un salto di qualità soprattutto in tre canzoni:“Nuda nudissima”, giannitognesca e sessuofoba, il suo contraltare “Orgasmo” (analizzata qui), di sfolgorante sensualità, e soprattutto “Pesto” che invece combina introversione e slancio sentimentale, tutto sempre sotto il segno di un’autoironia striata di surrealismo. Tra archi, abbellimenti pianistici e accordi semidiminuiti, si sentono odori di Burt Bacharach versione Elvis Costello, di Elton John e di un Paul McCartney era Wings. Nulla di sperimentale, piuttosto un arricchimento delle possibilità espressive, funzionale allo scopo primario del brano: descrivere in chiave impressionista lo stordimento di un innamoramento, la sua capacità di rimuovere l’amante dal piano dell’oggettività, confondendone le percezioni tra reale e supposto (vedi l’ambivalenza semantica del termine ‘pesto’, condensata in un verso assurdo quanto azzeccato come “fuori è notte, mangio il buio col pesto / non mi piace ma lo ingoio lo stesso”, ma anche “negli occhi ho una botte che perde”). È il trasporto amoroso che non ha difese (“io non ho un salvagente”) e che riduce l’amante a uno stato di quasi disperazione al confine con la follia, sempre ben trasferito in immagini da Francesco Lettieri nel video della canzone, che raffigura un padre con figlioletta a carico che cerca in tutti i modi di rintracciare al telefono la moglie, sullo sfondo di un paesaggio marginale tra Non essere cattivo e Caro diario. Così l’escalation di “Pesto” riduce la voce narrante a diventare zimbello di se stessa: è il potere di quel “Weee deficiente”, sberleffo allo specchio, pensato per essere urlato a squarciagola, e divenuto già classico prima ancora che l’album fosse pubblicato. Condensa tenerezza e persino pietà, gigioneria e invito al ritorno alla realtà, al tenere i piedi nella terra di questo quotidiano pallido e in fondo doloroso, riuscendo a fornire della poetica di Calcutta, ma in fondo anche di tutto il nuovo pop italiano degli anni Dieci, una rappresentazione impagabile. (Bomba Dischi)


5

Nu Guinea – “Je vulesse”

Dove molti talenti italiani cercano un posto al sole nel mercato globale cercando di sembrare credibilmente internazionali, i Nu Guinea hanno fatto praticamente il contrario, facendoci recapitare una cartolina con raffigurata l’immagine stilizzata di una Nuova Napoli – titolo vintage, enfatico e per forza ironico – ma con il timbro postale di Berlino, dove sono di stanza. E così in 30 minuti e sette tracce a prevalenza strumentale Lucio Aquilina e Massimo Di Lena hanno ricreato con precisione maniacale il suono benedetto della Napoli underground tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima degli Ottanta, abbracciando quell’asse che va da Rosso napoletano di Tony Esposito a “Stop Bajon” di Tullio De Piscopo e che inanella disco, funk, echi mediterranei, accenni synth-wave, residui prog-folk e tutto ciò che si potrebbe ascoltare in un cult come Blues Metropolitano, cult-concert-movie di Salvatore Piscicelli del 1985. Tutto pensato rigorosamente senza alcun cedimento al contemporaneo nativo, bensì equalizzato secondo una precisa idea di come dovrebbe suonare più che di genere da rivitalizzare (e trattandosi di una ricreazione attuata da migranti, viene veramente il dubbio che si tratti di un’operazione utopica, come portare in vita qualcosa che in questa forma non è mai esistito, bensì esiste nella sua idealizzazione, insomma: un gioco ipnagogico in versione anema e core). Tra un live set e l’altro, rigorosamente suonati da una vera band, citazioni sulla stampa straniera e illustri inserimenti nelle playlist di Nts, i Nu Guinea sono stati accolti con entusiasmo ed euforia, riuscendo ad accreditarsi, forse anche un po’ a sorpresa, come una delle novità più eclatanti dell’anno. Ci sono riusciti anche perché tra le canzoni di Nuova Napoli è comparsa persino una para-hit di culto: tratta da “Je vulesse truvà pace”, celebre poesia di Eduardo De Filippo che auspica di trovare “una pace senza morte”, mantenuta quasi intatta nel testo, “Je vulesse” è disco-funk ribollente e ipnotica, talmente vesuviana nell’impasto sonoro che pare di sentirla sparata a tutto volume da una 127 rossa che comoda scenne a Mergellina, sfacciata e provocatoria nel suo non accarezzare alcun vezzo contemporaneo, anzi. Va detto che “Je vulesse” deve però la sua magia contagiosa anche alla voce di Fabiana Martone e al suo irresistibile registro popolar-sopranile, carico di enfasi naturale, che i Nu Guinea lievemente disidratano nel mix per effetto della matrice electro del brano, come una Teresa De Sio in versione Alexa, che sta pazziann. (NG Records)


4

Riccardo Sinigallia – “Ciao cuore”

Talmente alto è il livello della proposta che da Ciao cuore potrebbero entrare dentro questa lista almeno altre due canzoni, l’autoriflessiva “Backliner” e “Che male c’è”, sul caso Aldrovandi. Ma è la title track che sbalordisce più di ogni altra, tanta è l’energia che emana, l’autenticità del tono, la sua abilità di coniugare insieme difficoltà e ripartenza, vulnerabilità e coraggio. “Ciao cuore” è una traccia profondamente ‘alla Sinigallia’ in cui però Riccardo Sinigallia si spinge a fare cose che normalmente non fa, come inerpicarsi in un audace falsetto, che rivela il suo intento di essere ‘cantante’ oltre che cantautore, schitarrare copioso in un ritornello tintinnante o scomporre gli elementi in una struttura piuttosto anomala. Comincia senza ritmica, su un tappeto elettronico tenue e in un regime acustico confidenziale; a metà strofa tuttavia la canzone devia forma e registro armonico, confluendo in un’altra traccia, molto più spavalda. Anche la seconda strofa segue una linea libera, come se tutta l’attenzione fosse focalizzata sulla verità del dialogo che contiene: “Dicevi, ‘Per me non cambierà mai niente / Quindi non c’è niente da cambiare / Rimaniamo d’accordo?’ ‘Sì’”, con il verso monosillabico e quello stop fragoroso che è uno dei momenti di sinergia tra testo e musica più memorabili del 2018. È la sequenza principe di una canzone, come tante di Sinigallia, basata su uno scambio alla pari tra gli interlocutori, in cui le fragilità di uno si specchiano nella forza d’animo dell’altra e viceversa; rispetto al passato, tuttavia, entrambe le metà sembrano più forti, come sicure che la calamità che starà per abbattersi sarà forte e che saremo pronti a cedere, ma ce la giocheremo più ad armi pari rispetto al solito. Forse perché ci siamo già passati e oggi siamo più maturi; o forse perché, semplicemente, la bellezza che noi siamo e che emaniamo è palese, luccicante, così tanto da squarciare il buio: “Ciao Cuore, vieni a riprendermi / E come stai bene stasera”. Allora non c’è più l’intenzione di andare via, anzi, qui con gli urti della vita siamo pronti a giocare, persino a flirtare, in una danza propiziatoria: “Torneranno i mostri per cercarci e balleremo insieme”. (Sugar Music)


3

Colle der Fomento – “Polvere” (feat. Roy Paci)

Adversus ha una consistenza sacra, un aspetto monumentale. Atteso, rinviato, messo in pausa, è stato lavorato e levigato e cesellato in completa noncuranza delle mode che hanno cambiato il rap italiano in qualcosa di profondamente diverso da quel che era quando il Colle der Fomento imponeva il suo stile come un’attitudine complessa, artistica ed etica. Adversus è anche facilmente il disco più importante dell’anno, non solo (o soprattutto) fuori dal contesto rap: perché è il linguaggio del Colle che, come in un miracolo di conservazione spazio-temporale, ha superato la secolarizzazione per diventare assoluto, al di là del contesto e del momento. Come è stato, per esempio, il cinema di Sergio Leone, nume tutelare di questo disco cupo e mastodontico. Anche il suo era un cinema non replicabile, segnato da un’estetica assoluta e autonoma rispetto al suo tempo, costruita in pochi film separati l’un l’altro da lavorazioni chilometriche, progetti abortiti, lunghe pausetra Giù la testa e C’era una volta in America passano 13 anni, poco più degli 11 serviti al Colle per ritornare dopo Anima e ghiaccio). È arduo scorporare singole tracce da questo affresco in cui ogni canzone è legata alla susseguente da un filo, più che narrativo, di progressivo inabissamento: man mano che l’album si avvicina verso la fine Masito e Danno sembrano ‘spogliarsi’, mentre incombe in modo sempre più minaccioso “l’ombra della morte” (come spiega in modo illuminante Emiliano Colasanti su Soundwall).  Però c’è un momento in cui questo totem si disvela senza difese, nella sua lugubre verità, costringendo il Colle, dopo il lungo peregrinare verso l’interno, a immergersi nel buio in completa nudità: è “Polvere”, climax emotivo dell’album, “probabilmente la cosa più intensa che abbiamo mai scritto” (Danno a Rockit). In “Polvere” si rievoca l’adolescenza e le stesse origini del gruppo, tra aspirazioni e rabbia, mettendole in relazione con gli impossibili bilanci imposti dal presente, la brutalità dei sogni che si sbriciolano (la “polvere che passa tra le dita e se ne va”) e la crudeltà nel prendere consapevolezza dell’irreversibilità del tempo: “L’uomo nello specchio che ha suonato il campanello / sei tu quando non vedi più la faccia da pischello”. È un’attività che permea tutto Adversus, certo, ma che qui decuplica la densità. Anche perché questa rievocazione, come in un rito medianico, serve a ricostruire la presenza di Primo Brown, figura iconica del rap tricolore scomparso nel 2016, il cui percorso è strettamente intrecciato con quello del Colle. Nella sua barra Danno materializza l’immagine della voce dei Cor Veleno, come un ologramma: le parole sono pesate e pesanti, e si muovono tra un risentimento assoluto, impossibile da rimuovere (“trovo solo il conto degli errori miei / che se potessi li riporterei tutti al punto di partenza”), che fa a botte con la visione stoica generale del disco: “Gira la rota gira ma mai all’incontrario / Fino alla fine è un unico binario / E tu, tu non sei straordinario / E tutto si dissolve quando scenne er sipario”. Illuminata da un beat che ha la solennità tormentata che potrebbe avere la scena di un film di Abel Ferrara, “Polvere” si chiude con la tromba di Roy Paci, raramente così cinematografica: il sigillo poetico su una commossa elegia. (Tak Production)

 


2

Dutch Nazari – “Calma le onde”

Ce lo chiede l’Europa è una fotografia efficace del solco esplorativo perseguito da chi da 2/3 anni ha trovato la sua misura nella fusione tra indie, rap e pop. Una forma-canzone sempre più magmatica che nel 2018 ha abolito nuovi steccati, e di cui Dutch Nazari è un esponente primario: con il suo flusso liquido e posato, in cui l’introversione confluisce nello sguardo sociale, il sarcasmo prospera fintanto che è ancora in grado di lasciare spazio alla riflessione ‘pura’, l’imprinting rap allaga la melodia con serenità ma senza ammiccamenti scontati. Libero forse poiché ancora non baciato dal successo di larga scala, Duccio ha fatto un disco senza una forma predominante, di cui “Calma le onde” è incipit e rappresentazione completa: una canzone-canzone, piena di note cantate-cantate, una barra e una sola rap, tesissima, riflessiva e carica di tanti sentimenti – spaesamento, amarezza, ironia, nostalgia. Scorrono le immagini di una vita che non lesina in durezza e si gonfia di complessità, la cui conoscenza sterminata “per molti è difficile da riportare entro schemi normali”. Mentre si resta attoniti davanti al bombardamento di informazioni che imperversa senza che le persone abbiano gli strumenti per assorbirlo, si ha la sensazione che le cose passino troppo velocemente per essere decodificate, soprattutto in termini sociali: “La democrazia è una parola / La realtà spesso è diversa / Come un anziano che continua a chiamare stalla quella che ormai è una rimessa”. A compensare questo movimento accelerato e incontrastabile, la canzone controbatte l’immagine di una provincia specchiata dentro se stessa, che ha assorbito il cambiamento senza nemmeno rendersene conto: tenera e folgorante è l’immagine del ritrovo al bar dei paesani la domenica mattina, in cui “il proprietario è un tipo cortese / Fa gli spritz e i tramezzini tonno e maionese / E parla in dialetto però con accento cinese”. Nemmeno la musica, storicamente megafono dei cambiamenti, è in grado di leggere quello che accade: “Ieri cantavi ‘Contessa” in piazza durante i cortei popolari / Oggi se canti ‘Contessa’ probabilmente si tratta di un pezzo de I Cani”, afferma Dutch, riprendendo e amplificando il tema dell’esaurimento di una dimensione collettiva dell’impegno politico già esplorato da Colapesce (in “La zona rossa”, 2013). Né malinconica né incarognita, piuttosto ferma a mezz’aria, anche a livello acustico, come ad amplificare il senso di sospensione, “Calma le onde” è chiusa da un finale che potrebbe sembrare un ritornello e invece forse è solo un piccolo mantra, il tentativo di sublimare quello che si è appena descritto, regalarsi (appunto) una calma, una forma di pace temporanea, forse anche un po’ pretestuosa, provvisoria, ma che serve a ritornare in se stessi. E, forse, a non farsi tramortire da tutto questo: una marea, o chissà, uno tsunami. (Undamento)


1

M¥SS KETA – “UNA DONNA CHE CONTA”

Stilando la lista delle canzoni del 2017, avevo sentito di dover insistere su un punto: noi abbiamo bisogno di M¥SS KETA, perché M¥SS KETA oggi è pressoché l’unica nel contesto musicale sempre più polverizzato e iper affollato ad avere la consistenza e la credibilità per compiere l’atto terroristico nei confronti del gusto che ci serve disperatamente. Perché il pop tutto, in Italia, è un trionfo di codardia e soluzioni rapide e a basso costo, un festival delle cortesie per gli ospiti, delle gentilezze gratuite. E musicalmente è tedio: ci fosse almeno un lontanissimo equivalente, per dire, di una Robyn o un’Ariana Grande. Perciò M¥SS KETA, con implacabile costanza, sta scrivendo la sua storia di ’eccezione’ praticamente indisturbata. Il suo processo retorico è implacabile: prende un tòpos, possibilmente in grado di innescare reazioni esplosive (il sesso utilizzato a fini carrieristici, l’affezione quotidiana agli stupefacenti, persino la nuova geopolitica di “Burqa di Gucci”) e lo spinge regolarmente oltre il recinto che contiene le tesi a supporto e quelle contrarie accettate dalla morale comune, fino al punto in cui non solo esso è assoluta normalità, ma è anche parte di un processo fieramente edonista, pacificamente armonico nel suo godimento essenziale. Trasfigurata nel suo personaggio, fortificata dall’espediente del mascheramento, antichissimo e quanto mai efficace nell’era dell’influence marketing, M¥SS KETA si rende responsabile di un atto artistico intriso di portati politici, come nessuno è in grado di fare in Italia, senza però concedere nulla alla pesantezza né alla programmaticità della stessa canzone politica, e badando bene di tenersi a galla nelle acque del gesto fine a se stesso, della goliardia ridanciana e della provocazione come metodo, trasportando tutto in un bizzarro aggiornamento della commedia sexy all’italiana all’era dei “bunga bunga”, delle “esterne di Maria” e dei filler labbra low cost, insomma portato nell’immaginario di un post-berlusconismo persino nostalgico (almeno nell’era del sovranismo super-moralista).

“Una donna che conta” è il climax del suo processo artistico. Calandosi nelle vesti di una sorta di ologramma arrivato dal passato ma guidata dai medesimi principi della sua versione odierna, Keta scrive la storia di tre decenni di cultura popolare nostrana, ovviamente fotografandone l’evoluzione nei dettagli che più le appartengono: l’utopica leggerezza degli anni Ottanta, l’emersione del predominio della tv e il suo impatto sulle aspettative (nello straordinario passaggio da Antonio, un “tipo coi Ricci” a Lele che le dice “sarai una star / 1995 / Vinco il festivalbar”), quello che oggi è additato come globalismo chic (da Wojtila superstar al Giubileo del 2000 alla svolta world di Lorenzo Jovanotti), fino alla democratizzazione del successo e alla sua devastante deformazione del senso sociale, con la strofa in cui compaiono certi Belen, Stefano, un casting director e un Domenico “troppo in mezzo alle palle”, e il linguaggio ormai si piega su se stesso, riducendosi a interiezione, colloquialismo non pittoresco, vagito di volgarità normalizzata. Mentre esplora il suo passato come seduta su un cyborg-lettino dello psicanalista (alla nel tempo come in un Ritorno al futuro in chiave femminile (un richiamo rievocato anche dal video del brano), M¥SS KETA si pone sempre dal punto di vista di una specie di versione matura del suo personaggio, una maîtresse che ha attraversato svariati fiumi di alcolici e bamba per arrivare fin qui, forte del suo ‘bilancio’, della posizione conquistata. E questa straniante anzianità viene tradotta dall’ambiguità nell’uso del “conta”, un’idea folgorante sul piano linguistico, di evidente derivazione pubblicitaria: Keta conta gli uomini e conta per gli uomini, oggi. È una donna di carne, concreta e carnale, “una bionda che abbonda”, che si porta dentro tutte le conquiste e le sconfitte delle donne di questi trent’anni, la caduta dei tabù e la libertà corporea, così come il mercimonio e il viscidume, porta tutto a valore, fino a sublimare ogni cosa in potere, e quindi in coscienza dell’esistenza stessa: Keta oggi conta davvero. “Una donna che conta” è una canzone che respira di Italia come nessun’altra canzone oggi sta riuscendo a fare, e riesce a farlo mantenendo la leggerezza del tocco, facendosi forza sulla cupezza del beat minimal house, asettico e gelido, che dà a tutto un tono quasi ascetico, che enfatizza la solitudine del personaggio, e giocando sul suo tono vocale sempre in bilico sulla parodia, con l’accento milanese di città enfatizzato oltre ogni limite. A elevare il tutto è il finale, felliniano e geniale, un 8 e ½ con le Patrizie D’Addario e le Antonelle Mosetti al posto delle Sandra Milo e delle Anouk Aimée: insomma, passano in rassegna tutti Loro, ma proprio tutti, in una conta festosa, un abbraccio collettivo che stranisce per la quantità abnorme dei nominativi, chiudendosi su un distico che è un apice inarrivabile di ambiguità, che tiene insieme l’esistenziale e la barzelletta, il credibile e il trash, con una profonda sacralità: “Beh non posso farci niente / Mio malgrado l’infinito mi tormenta”. Chapeau, chapeau, chapeau. (La Tempesta Dischi)

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