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migliori canzoni italiane 2018

Le 40 canzoni del 2018

20

Patrizia Laquidara – “Marciapiedi”

Esclusa la digressione folk di La notte dell’anguana, Patrizia Laquidara non pubblicava un album di canzoni originali da Funambola, 2007. Viene naturale supporre che per arrivare a C’è qualcosa qui che ti riguarda il tragitto sia stato sofferto, un cammino in solitaria nella bufera della totale solitudine che è il mercato discografico contemporaneo, compiuto in strenua difesa della sua idea artistica (perché la Laquidara sarebbe una cantautrice indie DOC). Se anche non si fosse letto nelle interviste che il racconto che permea queste 14 canzoni ha a che vedere con la fine di una storia e il conseguente cercare di “rimettere insieme i pezzi” di se stessa, basterebbe la pasta sonora a mostrarlo in modo inequivocabile: in C’è qualcosa… la Laquidara ha distrutto quell’immagine di cristallino candore dei suoi lavori precedenti per veicolare una sensazione continua di inquietudine e frammentazione. In “Marciapiedi” il paesaggio sonoro è dissonante come mai si era ascoltato nella sua discografia, l’arrangiamento suona stordito, come a dare la sensazione di un perenne fuori fuoco, mentre tintinnii inquietanti battono sullo sfondo di un’armonia obliqua, come fossero ossessioni che fomentano il malessere. La voce attraversa tutto questo come avesse contro un vortice o un uragano, come accade nella bellissima sequenza di simbolica ‘resistenza’ contro un vento innaturale di Una donna fantastica, vincitore dell’Oscar per il miglior film straniero nel 2018. Il ritornello, che poteva essere una prova di virtù degna della migliore tradizione del canto pop italico, ne è in realtà una versione rabbiosa e isterica: la Laquidara fa a pezzi la carezza della sua tecnica per rifugiarsi in un urlo a squarciagola, lancinante e primordiale, per ribadire che lei, nonostante tutto, è ancora lì in piedi: “Vedi / sono pronta a mille e più cadute sai / io non mollo mai”. E ancora, a confermare che si cade perché non si smette di amare: “Io sono caduta / da mille marciapiedi / sognando”. Materia bollente di vita vissuta e musica che respira, impraticabile per le playlist di Spotify e i suggerimenti di youTube, ma che fortunatamente (per noi, soprattutto) pulsa ancora. (Believe)


 19

Generic Animal – “Gattino” / “Gattone”

Luca Galizia cioè Generic Animal, classe 1995 è, senza dubbi, la principale innovazione del linguaggio musicale italiano nel 2018. Ho provato a decostruire il suo modo di comporre in questa scheda dedicata a “Tsunami”, dal suo esordio omonimo, all’inizio dell’anno, basandomi su quel che potevo ascoltare: un tentativo ardito di scarnificare il linguaggio emo-core (incentivato dalla produzione di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came), un’insolita predominanza della chitarra, frammentari testi come squarci pastello su interiorità post-adolescenziali. Ancora non sapevo che entro meno di un anno sarebbe arrivato un secondo album, dal dichiarativo titolo Emoranger, in cui questo particolare registro sarebbe stato esplicitamente ibridato con la trap, facendo attraversare la palette emotiva da un’inattesa euforia, un po’ stonata, e dando a tutto una leggerezza stranita. Visti insieme i due album sono oggi un caposaldo della cosiddetta emo-trap, melange bizzarro e a tratti seducente che ha in parte tradotto il modo di comporre di Lil Pump, XXXTentacion e simili dalle nostre parti e che ha rappresentato una variazione finalmente stimolante alla monotonia di molte produzioni trap nostrane. La bizzarria più spinta è la traccia chiamata “Gattino”, pubblicata in autonomia su youTube e riapparsa in Emoranger come “Gattone”. È una specie di dedica amorosa a uno dei suoi molti felini domestici ormai ‘asceso al cielo’, nel tipico registro romantico/negativo del linguaggio emo (“Ne son morti almeno quattro prima di te / non sei mica il più speciale”). Solo che nella prima versione sembra esplorare il perimetro di un solco lancinante e doloroso, al limite dello straziante (rafforzato anche da un  video fatto di Instagram stories), nel secondo invece la canzone viene ‘tinta’ di coloriture ritmiche e suoni più luminosi, dando a tutto un coté positivo, come un tepore domestico. Galizia fa un’operazione sospesa tra la palese difficoltà del prendere una strada troppo identitaria e l’idea di un gioco combinatorio sulle possibilità della composizione musicale, anche in un genere apparentemente monolitico come la trap. E la scelta del gatto non è ruffiana bensì perfetta per lo scopo: adottando un’icona della tenerezza 2.0, ribalta del tutto la semantica del settore, costringendo chi ascolta a soffermarsi su altri dettagli, come lo spavaldo uso dell’autotune al limite del kitsch o la comparsa di tenui squarci di ‘umanità’ in scene di ordinario quotidiano, questi sì profondamente core: “mi fissa solo con questi occhi color stagno / mi segue sempre anche fin dentro il bagno”. Mese dopo mese, la chitarra di Galizia ha contaminato i dischi di Pretty Solero, Ketama126, Gomma, Belize: un arco deliberatamente super-genere tra l’itpop, la trap più irregolare e il cantautorato di ultima generazione, che lo ha reso davvero la novità più peculiare dell’anno. (La Tempesta Dischi)


18

Nada – “Dove sono i tuoi occhi”

Negli ultimi anni John Parish ha prodotto, tra le altre cose, Party di Aldous Harding, We Dissolve di Christa Bell, Innocence is Kinky di Jenny Hval, vale a dire almeno tre degli album più innovativi realizzati da artiste in ascesa della scena alternativa (omettendo, naturalmente, l’ultimo Pj Harvey, da un quarto di secolo legata al produttore e musicista britannico da un filo pressoché indissolubile). Ora Parish torna a lavorare con Nada, ed è un ritorno significativo; nel 2005 il suo contributo a Tutto l’amore che mi manca fu imprescindibile per renderla quello che, forse da sempre aspirava ad essere, cioè un’artista libera, viscerale, scevra da ogni stereotipo. Se da allora Nada è diventata un’icona alt senza eguali, è anche per merito di Parish, che cesellò un suono in cui tutto il ruvido e lo spigoloso fosse libero di scorrere. Dopo la ripartenza mancata del Nada Trio, interrotta sul nascere per la scomparsa di Fausto Mesolella, Nada torna alle sue linee più ruvide: “Dove sono i tuoi occhi” è l’antidoto perfetto al massimalismo di matrice elettronica e alle mollezze itpop. Come è nello stile del suo periodo più maturo, la canzone si presenta quadrata ed essenziale, fondata sulla brutale onestà dei versi, qui immersi in uno smarrimento esistenziale, totale e disperato. Nada spinge le parole fino a diventare una richiesta senza mediazione, quasi infantile (“Non ci sono più!”) in una progressione straziante e impazzita, che ha il suo climax in un urlo lancinante, di fragore inaudito, come una rupe che frana. E che il vuoto costruito da Parish attorno a lei non fa altro che far rimbombare. (Woodworm)


17

Venerus – “Ioxte”

Ha pubblicato solo una manciata di canzoni, eppure Venerus scioglie il cuore con sinuosità generose e un gusto R’n’B dalle idee davvero ben chiare, per precisione e nitidezza del suono. Per dirla tutta: la sua musica sembra proprio andare a colmare quello spazio ancora semi-vuoto (fatto salvo un nome: Ainè) nel fervido panorama del momento in cui l’R’n’B, seppure filtrato dall’elettronica minimale che domina il gusto del momento, può proporsi nella sua interezza senza per forza dover flirtare con altri generi (la trap, l’IDM) per dipanarsi in tutto il suo splendore sensuale. Il tempo ci dirà se questo nostro posizionamento è un entusiasmo eccessivo o se Venerus durerà davvero: per ora accade che “Ioxte”, traccia d’apertura di A che punto è la notte, scorre accattivante a ogni ascolto chiedendo di prolungare ancora i suoi pur ampi cinque minuti di durata, come una stimolazione sessuale che è a un passo dal parossismo ma che comunque, con uno sforzo sovrumano di gestione delle proprie energie, si decide di prolungare il più possibile, tenendolo in sospeso, prima dell’abbandono. Prodotto da Orange3, Venerus discioglie carinerie alla sua metà nel pieno di un tempo di intimità fisica, molto verosimile nel tepore di coperte discinte, prorompendo in una promessa: “Io e te insieme / faremo cose che nessuno ha visto mai”. Intanto il beat scorre posato e sornione, in una quiete notturna che sa di candele accese ed essenze sottili, mentre la voce baritonale di Venerus spennella inviti neanche fosse un Barry White meneghino, un Frank Ocean più cordiale o un Dvsn in un bagno di scioltezza italica. Intanto l’armonia incalza tenue, su due soli accordi in progressione ascendente, come a suggerire uno strisciarsi addosso, la scalata lenta dell’altro corpo, conquista dopo conquista. Un pezzo che sa così di sesso, con tanto di sax, quest’anno, provate a trovarlo. (Asian Fake)


16

Maria Antonietta – “Pesci”

In Deluderti Maria Antonietta ricalibra la sua scrittura raschiata e viscerale attorno a un nuovo tipo di energia, riflessiva e autoanalitica. È sempre lei, combattuta il tentativo di decifrare se stessa attraverso la relazione con l’altro, ma il livore si è come stemperato, la rabbia è come lì materializzata a un metro di distanza, prima di affondarci all’interno, surgelata da una brezza di razionalità a tratti monca e a tratti beffarda, quasi sarcastica.  “Pesci” è la canzone in cui questo tentativo di mediazione con se stessa si concretizza in una scena da cinema d’autore: lei si guarda in un simbolico specchio che riflette un’immagine di sé autonoma e indipendente, e con essa ingaggia una dialettica piena di contraddizioni, fatta di patimenti e compatimenti (“Gli altri, sì sono gli altri, inarrivabili”), dispetti, riflessioni, piccole accuse che contengono grandi verità (“Non mi piace quando parli / E quindi resta zitta”. Da questo rimbalzo continuo ne esce, come di consueto nelle sue canzoni, costantemente sospesa in cerca di una verità, divisa tra il voler aderire a un racconto di donna concreta e ‘imperfetta’ e il puntare a un’altra narrativa-modello, tra un’identità di sovrastruttura e superficie e una tutta ‘terrestre’, fatta di rivoli interni, mugugni e scelte arbitrarie: “È una questione di prospettiva / Perfetta subito o imperfetta per l’eternità”.  Al ritmo arioso di un pop svelto (probabilmente influenzato dalla presenza in cabina di regia del compagno di vita Giovanni Imparato alias Colombre), Maria Antonietta non trova una risoluzione ma fa convergere questa tensione verso un picco che è insieme fuga, apnea e immersione, guidata dal semplice desiderio di mettere a tacere tutto: “Tutti i miei pensieri li darei in pasto ai pesci / Se solo mi volessero con loro / Se solo mi volessero con loro / Nelle profondità”. (La Tempesta Dischi)


15

Motta – “Vivere o morire”

Per il suo secondo album Motta ha scelto di non farsi sedurre da ambizioni megalomani e di tenere un profilo basso, continuando a perseguire una sua idea di cantautorato, non secolarizzata e distante dalle mode del tempo. Supportato dal contesto Sugar Music, si è spostato a Parigi per lavorare con Pacifico, che ha agito da demiurgo: con la sua lima fine e la tecnica esperta Gino De Crescenzo ha consentito alla scrittura immediata, frammentaria e talvolta ermetica di Motta di fluire in modo più libero e trovare strade di comprensibilità più ampie e piane, senza perdere un grammo della sua limpida precisione nel descrivere vulnerabilità, dubbi e spaesamenti. “Vivere o morire”, che ha anche dato il titolo all’album, mostra con intensità i risultati di questa ‘terapia’: ancora una volta Motta torna sul tema degli stati emotivi di ‘mezzo’, su quella condizione particolare in cui si resta inermi o congelati combattuti tra un’inquietudine innata, l’”aver paura di dimenticare”, e il “tuffarsi”, il lasciarsi andare alla vita in senso pieno. I dubbi sono sempre generati da immagini che si presentano d’improvviso scarne, senza preludi, davanti ai suoi occhi, ingenerando talvolta delle riflessioni sperdute; tuttavia, rispetto a La fine dei vent’anni, questi frame aumentano in numero e diventano più rigogliosi, fecondi. Passano in rassegna Livorno, “i silenzi di mia madre”, il nuovo amore e la paura non riuscire mai “a stare con una donna sola”, le sigarette, la distrazione, quella ‘telefonata dall’inferno’ a diciotto anni. Tutto è come sul ciglio tra il salto nel vuoto e il contenimento, la tensione a cambiare e diventare ‘adulto’ e il rifiutarsi, in modo quasi congenito, di mutare, di dover aderire a un’idea di maturità come compromesso, come rinuncia: “Smettere di odiare, smettere di bere / E avere voglia di cambiare idea continuamente / Ho imparato anche a farmi male / Di cambiare accordi no, non me ne frega niente”. La traccia si muove sobria sugli stessi accordi di sempre (che però celano, sotto la superficie, una dissonanza nell’arpeggio, come a suggerire che no, non è tutto ok), mentre la voce indugia tra le note e il parlato, e nel ritornello di echi lontani, con la stessa voce di Motta che si doppia su un’altra ottava, come a suggerire contropensieri che si affastellano nella mente. Scherzo del destino per un album sul non voler passare ‘dall’altra parte’, Vivere o morire vince ancora la Targa Tenco, la più importante di tutte, quella per il miglior album in assoluto: la canzone d’autore più tradizionale tira tutto dalla sua parte; Motta, adesso, cosa farà? (Sugar Music)


14

Baustelle – “Veronica n. 2”

I Baustelle hanno proposto “Veronica n. 2” nel tour del primo L’amore e la violenza, offrendola con audacia come bis a un pubblico che magari si aspettava una hit da finale. Si capiva, fin dalle prime esibizioni, il particolare attaccamento di Bianconi a questo brano a suo modo convulso, veloce, dall’armonia barocca e dall’andamento melodico irto di ostacoli, sempre sul filo della dissonanza, imparentato certo con i Pulp di “Babies” (ma parlare di plagio è davvero superficiale, qui si è in presenza di un gioco reinterpretativo raffinatissimo, un ‘alla maniera di’). Forse perché “Veronica” è la canzone d’amore in cui Bianconi nega tutto ciò che le canzoni di Bianconi sono sempre state, ossia un innodia del provincialismo borghese camuffato da dandismo ostentato, inondato di citazioni, riferimenti, commistioni tra alto e basso messe lì a rivendicazione del proprio status intellettuale. Ebbene, in “Veronica” Bianconi canta l’urgenza di ribaltare tutto questo, di mostrarsi realmente convinto che tutto ciò non conti, “che gusti hai, che fiction sogni, che prezzo chiedi”. Ma ancora di più: non conta il tuo passato, chi c’è stato prima, chi ti ha detto di sì, cosa pensa tua madre, chi ti ha toccato il culo. Non conta nulla perché lei, arrivata e appena andata via, sta lasciando un vuoto isterico, vorace, talmente totale da rendere tutto vanesio, inconsistente. Da portare persino uno come Bianconi ad annichilire ogni sovrastruttura, per guardare le cose come stanno, nella più totale verità: “Il fatto che mi manchi da star male / La mia unica nuovissima specialità”. Allora “Veronica” non ha nulla di “Amanda Lear”, dal cinismo giovanile talmente spietato da far diventare lui più cattivo di lei, in età adulta. “Veronica” invece vive come un’ossessione primigenia, quasi infantile: tempo, giorni, pelle, occhi, persino l’ombra, tutto è suo e tutto vive in funzione di questo crampo nello stomaco, la cui mancanza è devastante e quasi allucinatoria, capace di dare visioni come “Berlino distrutta dalla svastica” (un richiamo a quella “Lili Marleen” ‘regalata’ ai fan?), eppure è anche euforia e gioia, gioia della stessa esistenza di lei, talmente pura da diventare una preghiera (“per un mondo migliore per Veronica”) o, più semplicemente, una canzone d’amore con tutti i crismi, una di quelle che può naturalmente permettersi il lusso di finire come deve finire una canzone d’amore, nel più nobile dei cliché: “oh baby baby baby baby baby baby come on”. (Warner Music Italia)


 13

Maisie – “Maledette rockstar”

Perché i Maisie tornassero a pubblicare un nuovo album ci sono voluti nove anni, un quasi decennio in cui alla musica italiana è capitato di tutto. Non essendo nemmeno pensabile raccontarli qui, riporto due fatti funzionali: il rock è, se non morto, come travolto da uno tsunami e il linguaggio del ‘pop’ è stato drasticamente rivisitato, rendendo in poco tempo obsoleti una serie di mostri sacri quasi intoccabili, sostituiti da una nuova generazione.  Pare naturale che con uno iato così lungo per un decennio così importante il ritorno dei Maisie dovesse essere torrenziale. E così è stato: Maledette rockstar alterna 31 canzoni per due ore e mezzo di ascolto quasi impossibile da realizzare in una sola sessione (ma anche due) tanto è denso di idee. Un meta-album monumentale che ragiona soprattutto su ciò che vuol dire essere popolari oggi dal punto di vista di chi in quasi vent’anni di carriera (come artisti e come titolari della label culto dell’underground italiano, Snowdonia) ha adottato un profilo ostinatamente da outsider. Tra nuove canzoni arbitrariamente fuorvianti (in tema di omonimia ricercata, qui si va da una “Certe notti” a una “Canzone di Marinella”) e indefinibili deviazioni tra Paolo Poli, l’happening teatrale e il radiodramma (“Wilma e il diavolo”), valga la title-track come sintesi di questo meraviglioso caos. “Maledette rockstar” è uno spigliato rock’n’roll che strizza l’occhio a Loredana Bertè e Ivan Graziani e che infila la lametta dentro una delle più archetipiche delle contraddizioni della musica (non solo) rock: “Maledette rockstar / che mi fate ballare anche se non voglio / che appena mi distraggo un attimo / mi rubate il portafoglio”. Ironia tagliente sull’inganno dello showbiz, ritratta – dal punto di vista dell’ingannata – come vorace di denaro e greve nei modi, la canzone ha la sua arma irresistibile nell’interpretazione vocale di Carmen D’Onofrio, soprano ‘punk’ nel ruolo della ‘rockettara delusa’, capace di alternare registri ai margini opposti, dall’iper-enfatico all’incazzato, senza cedere un briciolo di quel tono tipicamente traslucido, tra il folle e lo stralunato, che è connaturato allo stile-Maisie. Da non perdere neanche il video, tra parodie fieramente poveriste di Lou Reed, Frank Zappa e un fantastico ‘Ducio Battisti’ lasciato a terra dal pullman. (Snowdonia)


12

Ketama126 – “Rehab”

Ha ragione Elia Alovisi su Noisey: “Ci sono migliaia di rapper che dicono di fare quello che vogliono, e pochissimi che suonano convincenti mentre lo dicono”. Ketama126 è uno dei rarissimi casi in cui questa convinzione è totale e diretta, tale da far sembrare tutti gli altri trapboy delle pantomime senza anima. L’anima invece Ketama126 la sta vendendo in un fiero atto di autodistruzione, animato da uno spirito in parte punk e in parte grunge, pur se agito all’interno dei codici delle trap. E così tutto l’armamentario tipico e pacchianamente artefatto del linguaggio trap in Ketama126 diventa vita concreta, talmente tangibile da far venire il sospetto che si tratti di una reincarnazione dei grandi maledetti della storia del rock, o di un retaggio degli anni Ottanta più tossici: l’abbagliante video di “Lucciole”, diretto da Trash Secco, sembra materia di scarto del Caligari più ruvido o addirittura di “L’imperatore di Roma”, film cult underground del compianto Nico D’Alessandria e tra i più agghiaccianti contro-ritratti del decennio del disimpegno. Nel suo assolvere al ruolo di traccia-manifesto, “Rehab” rivendica l’autoreferenzialità del suo approccio senza scadere in un gesto demenziale, più semplicemente attenendosi alla realtà dei fatti come essi sono (“Non ho contenuti perché sono vuoto dentro”). Però invece che suscitare irritazione o gesto riottoso, l’autodistruzione di Ketama126 investe chi ascolta con un’onda anomala di malinconia e persino di commozione: Kety non fa nulla per nascondere la fatica connaturata a questo modo di vivere, la sua fragilità intrinseca (“Ma cambiare non è facile / Anche un diavolo può piangere”, “Sto piangendo mentre rido”). Il suggello di autenticità lo dà però la musica, per ammissione stessa di Ketama ispirata a certe atmosfere post-Duemila alla Blink 182, abbondantemente alterate con l’autotune. E naturalmente la presenza di Generic Animal, che nel 2018 si è fatto carico di costruire in Italia un rischiosissimo ponte tra trap e rock e che proprio in “Rehab”, forse, ha raggiunto la sintesi finora più elegante a livello sonoro. La riprova è nella versione acustica registrata ai Red Bull Studios, straziante e catartica, con Ketama126 che canta facendo finta di suonare il basso, ondeggiando come il simulacro luttuoso di un’era che agonizza ma non può morire. Almeno non per mano altrui. (Asian Fake)


11

The Zen Circus – “Catene”

Il fuoco in una stanza è l’album che, improvvisamente, ha tentato di far fare al Circo Zen il colpaccio a sorpresa del Premio Tenco (con tre candidature, nessuna andata in porto). A loro la cosa deve essere importata poco, però un dato è oggettivo: di una discografia in fondo in continuità con il cantautorato italiano migliore, seppure iniettata di ruvidezze noise e spallate punk, Il fuoco… è l’album più ragionato, stratificato nei versi, meditativo, forse davvero più ascrivibile a un’idea ‘tradizionale’ di “canzone d’autore”, pur a trazione rock.  In questo senso “Catene” è veramente la traccia più significativa dell’album e dell’intero momento della scrittura della band: scelta in apertura sia dell’album che del tour, recensito qui, “Catene” è un elegante gioco di trame tessute tra ricordo infantile e dolore del presente, visione nichilista della vita e ricerca di una catarsi nella morte, tentativo di darsi un tono e istinto autodistruttivo, amore ambito e amore negato, soprattutto tra creazione artistica e autobiografia, coagulata all’interno di un’acrobazia retorica sublime: Appino che descrive la madre consegnargli una lettera dopo aver fatto un sogno in cui un signore le dice di parlargli prima di morire, e le parole sono: “”Anche se non ci credi ancora / Tu sei stato il mio più bel regalo di Natale” (e su questo finale, sapendo che Appino è nato il 23 dicembre e conoscendo a menadito la complessità del ruolo della madre nelle sue canzoni, è difficile non provare un groppo nello stomaco). Analizzata nel dettaglio qui, racconta ciò che succede a un ribelle quando comincia a non voler più negare l’apprestarsi dell’età matura, e piuttosto cerca una strada attenta e ricettiva alle sensazioni che questo tempo gli regalerà. Che per il Circo Zen, questa volta, ha preso la forma di limpida e riconciliante circolarità. (Woodworm)

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