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migliori canzoni italiane 2018

Le 40 canzoni del 2018


30

Simona Norato – “Scegli me tra i bisonti”

Prodotto da Cesare Basile, Orde di brave figlie è uno dei pochissimi album pubblicati nel 2018 che abbiano tentato di ragionare sul linguaggio del cantautorato a matrice rock senza esserne drammatico testimone dello stato di esaurimento creativo. Può esserlo grazie al talento enorme e ancora ‘secretato’ al pubblico più ampio di Simona Norato, artista sicula la cui canzone ruvida e spigolosa, talvolta dolcissima, è animata da riflessioni e provocazioni sull’identità femminile e sui codici ancora arcaici che ne determinano i comportamenti nel nostro tempo. Animalesca e insieme caustica, la scrittura della Norato segue le orme di una canzone-rito capace di dare vita a un esercito di creature deformi e disturbanti, dalle fattezze simili ai mostri sociali che punta in modo determinato come suoi avversari: la mascolinità che si auto-ridicolizza, l’egoismo, l’ambizione borghese capace di neutralizzare ogni velleità ribellista (“Sono una signora, una per cui la guerra è finita” è il verso finale della title track). Adottata come singolo, “Scegli me tra i bisonti” è una canzone di seduzione amorosa di grande fascino lirico: la Norato trasfigura la tensione sensuale in un contesto ferino e nordico, capovolgendo però lo stereotipo del genere, diventando lei ‘bisonte’, identificando se stessa e l’oggetto amoroso come “cerve dell’Artico” e “anguille” e contrapponendo entrambi/e all’antagonista della narrazione, la ‘tribù’ rigorosamente senza volto la cui maledizione funge da ‘minaccia sociale’ in grado di frenare l’abbandono amoroso. Allora la musica è veramente centrale nel suo tentativo rituale di convincere l’altra metà a sciogliersi ai sensi: dipingendo un preciso paesaggio barbaro tra voci di sfondo al limite del demoniaco, distorsioni incattivite e ritmica vichinga (tra P.J. Harvey e Fever Ray), la trama musicale aiuta i versi ad attivare una tensione fortissima verso la dimensione naturale, invocata come l’unica in grado di vaporizzare i limiti sociali a questo moto di desiderio, che diventa totem di verità: “E ti guarderanno le montagne, le maree / Sarai da solo e nudo / E ti salveranno gli dei del fiume / Non cadrai nel fuoco dello scandalo”. (Ala Bianca)


29

Franco 126 – “Frigobar”

Qualche mese dopo l’allungo di Carl Brave – album a suo nome con ‘salto’ mainstream e hit estiva di successo – Franco126 tira fuori la sua personale visione di percorso solista. E dove Carlo aumenta la luminosità e diminuisce il peso, Franchino pare fare l’esatto opposto: “Frigobar” è un pezzo intristito e pensoso, intriso di un grande senso di solitudine ricercata e autoimposta (“E sto solo questa sera, che mi sopporto a malapena”). Nel ritrarsi senza riserve nella pienissima disperazione di una storia finita senza accorgersene nemmeno (“Forse ho perso un frame, non saprei”), Franco attinge al metodo Califano e in parte persino all’indagine sull’oscurità personale di un Piero Ciampi, calando il tutto in un umore universale, come fosse la storia delle storie di una storia che termina e lascia distrutti. Frammenti di classici addii cinematografici (“La pioggia bussa contro il finestrino”) e rivisitazioni letterarie (“Le foglie morte otturano il tombino”) convivono con l’immaginario notturno di Polaroid, tra Weiss, guide senza meta e un frigobar ormai vuoto. Solo che dove lì la delusione amorosa era sempre sublimata dalla presenza degli amici (e della gang), che contribuiva a innaffiare di romanesca ironia tutto, qui non c’è un briciolo di sollievo, e la disperazione è palpabile: nel ritmo incespicante e negli accordi struggenti, calati nella suggestiva produzione di Ceri, che suona stordita, fuori fase, ma piacevolmente calata nell’armonia quasi antica del brano, tanto da lasciarla andare a lungo, da sola, nella coda strumentale. Su tutto trionfa la voce di Franco, bassa, confidenziale, pervasa da uno scazzo gigantesco, che mentre viene raddoppiata, persino triplicata nel ritornello, non fa altro che scomparire, come un King Krule sulla Prenestina. (Bomba Dischi)


28

CRLN – “In un mare di niente”

Esibendosi prima di un concerto di Gemitaiz, CRLN si è trovata nella fastidiosa situazione di essere ricoperta di insulti sessisti e battute di grana grossa. Colpita dall’evento, ha fatto un gesto piuttosto singolare e a suo modo molto rischioso, in questo contesto: ha raccontato l’accaduto su Instagram sottolineando, in particolare, la mancata solidarietà o presa di distanza da parte dei colleghi, alludendo in modo nemmeno troppo velato alla difficoltà per una donna di farsi strada in un mondo notoriamente maschilista come quello del rap. La discussione è durata settimane e non c’è altro spazio per raccontarla: basti sapere che il suo gesto che non l’ha resa un’eroina né l’ha ricoperta di improvviso successo, almeno per farsi un’idea di quanto sia fondato il presunto sessismo denunciato, ben oltre le battutacce, ragionando a un livello più elevato, tra rapporti di potere, convenienze e ipocrisie. Anche perché Precipitazioni, album d’esordio di CRLN, è un lavoro di fattura davvero notevole e qualità interpretativa rara, che ha spinto di diversi passi più avanti la ricerca italica sull’RnB. Sebbene l’aria che si respira porti chiare influenze tra The Weekend, FKA Twigs e il nostro Mecna (e perché no anche Elisa, nel ritornello), CRLN ha spinto l’acceleratore sull’uso della voce in senso creativo, frammentandola e moltiplicandola e costruendo con le sue varie porzioni suggestive architetture acustiche. “In un mare di niente” è aperta da una sequenza di circa 45 secondi in cui la voce filtrata e campionata si trasforma in un ologramma dal tono suadente come una sirena cyborg, prima dell’ingresso del beat. Lasciando varchi ampi al silenzio, CRLN riesce ad enfatizzare il senso di solitudine, spaesamento e mancanza che domina il testo, scarno e lunare: “Sento freddo questa notte / È arrivato il ghiaccio anche in città”. Come accaduto nella sua piccola ma coraggiosa denuncia, l’effetto finale è realmente quello di un vuoto squarciato a tratti da una voce che lancia un appello, destinato però a non produrre alcuna eco, ad essere assorbita dal gelo. A finire in un mare di niente, appunto. (MacroBeats)


27

Loredana Bertè – “Maledetto luna-park”

Libertè, primo album di inediti di Loredana Bertè dopo 13 anni, contiene canzoni firmate da Ivano Fossati e Maurizio Piccoli, nomi storici del percorso dell’artista. Eppure a centrare l’obiettivo di offrire un racconto veritiero e finanche emozionante di quel che la Loredana nazionale è oggi sono stati Davide Simonetta e Andrea Bonomo, autori insieme al produttore Luca Chiaravalli di “Maledetto luna-park”. Simonetta e Bonomo fanno parte di quella schiera di firme che, al servizio delle edizioni musicali, forniscono ormai con regolarità brani ai dischi degli artisti nelle scuderie delle major, siano essi affermati o provenienti allo stuolo dei fuoriusciti dai talent. Tra gli altri, Simonetta ha scritto per Ferro, Renga, Dear Jack, Annalisa, Bernabei, Carta; Bonomo per Ramazzotti, Turci, Mengoni, Nek. Se spesso il talento di molti di questi autori viene disperso in produzioni anonime e interpretazioni altrettanto sterili, “Maledetto luna-park” è una felice eccezione, un brano energico, di elevata personalità, dai toni velatamente oscuri (anche se pare evidente che la Bertè abbia influito in modo ingente sullo sviluppo complessivo del brano, al punto che forse andrebbe considerata lei stessa l’autrice principale). “Con i miei occhi da bambina / è tutto nuovo”: Loredana descrive il suo ritorno con occhi puri, come se dopo il radicale punto e a capo che ha vissuto, il mondo – come industria musicale, o come società in senso ampio – le apparisse “alieno”, attraente in modo tossico e insieme inquietante, proprio come un luna-park dai colori lividi. Tra una casa degli specchi in cui “siamo tutti più bugiardi” e “fantasmi in gomma piuma”, deve tenersi in guardia, guardare le cose con lucidità, imparando a riconoscere il boia che “mostra i denti e dice ‘prego Madame’”. Allo stesso tempo, sa che non può non giocare e cantare, illudersi di tenersi a distanza da questo valzer di baci ingannevoli, stelle che ci appendono, carte e zucchero filato. Citando quasi esplicitamente la lavezziana “In alto mare” (in quel “si va su, si va giù”, ma anche nel groove), la Bertè canta la determinazione di una donna che ha conquistato a morsi la maturità ma che è sufficientemente onesta da non mentire a se stessa, negando la propria vulnerabilità come condizione esistenziale. Che tutto ciò accada al ritmo leggero di un pop-funk radiofonico e accattivante, è la vera novità: per chi era rimasto alla cupezza dei toni di Babybertè suona quasi un come miracolo. (Warner Music Italia)


26

I Cani – “Nascosta in piena vista”

In chiusura di 2018 Niccolò Contessa ha pubblicato “Nascosta in piena vista”, anticipata dal consueto alone di mistero che caratterizza le sue uscite pubbliche fin dagli esordi, nelle quali è sempre impossibile scindere la trovata promozionale dalla genuina ritrosia del personaggio. La canzone nasce per la colonna sonora del film Troppa grazia, interamente a firma Contessa, suo terzo lavoro per il cinema e secondo per il regista Gianni Zanasi, con il quale c’è evidentemente un’affinità di sguardo. In Troppa si narra la vicenda della geometra Lucia (Alba Rohrwacher), la cui esistenza quotidiana non troppo esaltante è turbata da un evento soprannaturale: l’apparizione della Madonna, che le intima in modo molto deciso di far bloccare la costruzione di un grande progetto immobiliare su un terreno che misteriosamente nasconderebbe qualcosa di importante. Surreale, ironico e ‘strano’, è un film mai canzonatorio nei confronti dell’evento ‘mistico’; Zanasi mantiene un’atmosfera di accurata sospensione dell’incredulità, interessato soprattutto a raccontare il dissidio interiore dei personaggi, l’impossibilità fisiologica di smettere di perseguire ‘la propria verità’, a costo di farsi prendere ‘pazzi’. Contessa traduce questo senso di sospensione tessendo un tappeto musicale sobrio in cui emergono, nei momenti chiave, friccicorii electro-ambient in dinamiche crescenti, come piccoli momenti epifanici, elevazioni verso un tempo assoluto. Chiudendo gli occhi durante la visione, si ha veramente la sensazione di trovarsi in un’appendice strumentale di Aurora, ciò che idealmente succederebbe dopo essersi dissolti, come auspicato dall’ultima traccia “Sparire”.  Prendendo le mosse dal pop atmosferico e introverso dell’album de I Cani e portandolo su un binario ancora più enigmatico, “Nascosta in piena vista” armonizza la sorpresa di trovarsi al cospetto di una potenziale rivelazione della quale, per forza di cose, si dovrà comunque dubitare: “Nel fantasma che / Siede accanto a me sul treno / Ho creduto di notare anch’io / Qualcosa che non c’è / Qualcosa che non c’è”. Cantando l’euforia del sentirsi ‘graziato’, di aver visto il proprio destino “nel cielo stellato”, e insieme la parziale delusione del non aver visto finora (condensata musicalmente dall’armonia in cui convive luminosità cristallina e dissonanza), la canzone diventa un’intensa variazione sul tema della copertina di Aurora: l’occhio spalancato sul cosmo che è anche specchio di se stessi, il guardare come atto quotidiano differenziato dal vedere come gesto rivelatore e illuminante. (42 Records)


25

Achille Lauro & Boss Doms – “Angelo blu” (feat. Cosmo)

Nella visione di Achille Lauro e Boss Doms la trap e l’autotune non devono essere i rifugi sicuri in cui marcire appagati non appena si è maturata un po’ di fama. Come dimostra benissimo Pour l’amour, invece, questo linguaggio deve fungere da portale di accesso, chiave per entrare, magari sgangherati nell’atteggiamento ma altrettanto curiosi, in una sequenza di universi contigui, tra l’elettronica da clubbing ‘puro’, l’indie pop, il punk, il Sudamerica (nella sua peculiare traduzione di ‘samba trap’, di cui i due rivendicano, con una buona dose di spacconeria, la paternità), o comunque in qualsiasi intersezione buona da accarezzare, abbracciare, da farci simbolicamente l’amore.  “Angelo Blu”, featuring Cosmo, che significativamente apre l’album, ha proprio la forma di un amplesso tra mondi distanti che scoprono un’insospettabile pulsione erotica, descritto partendo dal suo momento di parossismo, piombando nel mentre del culmine sensuale.  Ad avvicinarli è la catalisi della metanfetamina, il potere misterioso dei “cristalli blu” capaci, come in un rituale magico, di creare un linguaggio universale tra entità distinte, farsi vettore orientato verso la dimensione pura ed essenziale del sentimento, secoli oltre la concretezza ossessiva del canone trap, oltre la sua incapacità di volare, il peso specifico del suo iperrealismo, talmente grande da non muoversi mai. Cosmo, in particolare, sembra rivestire i panni dello sciamano chimico: con la sua voce bassa, confessionale, invita ipnoticamente l’ascoltatore (e gli stessi rapper, come fossero allievi in iniziazione) ad abbandonarsi a questa paradisiaca sospensione, lasciare andare i timori, galleggiare. Vicina nello spirito tanto a “L’amore” dello stesso Cosmo quanto, nella religione, a “L’amour toujours” di Gigi D’Agostino, “Angelo blu” è in realtà la versione speculare di “Rehab” di Ketama126: qui il chem non è veicolo di introversione e alienazione personale, bensì di allargamento cosmico, fraternità notturna, dematerializzazione. Una canzone sull’amore senza peso, che sembra provenire dal domani e invece è, semplicemente e finalmente, una canzone di oggi, di questa notte. (Sony Music)


24

Iacampo – “Dormi fino a un giorno nuovo”

Della sua effimera (e straordinaria) trilogia da cantautore di una volta, Fructus è l’album non solo meno malinconico ma anche più sensuale e stratificato sul piano musicale. Iacampo l’ha prodotto con Leziero Rescigno degli Amor Fou e in una fase successiva l’ha ‘alterato’ mettendolo nelle mani di Gui Amabis, cantautore brasiliano di ottimo credito in patria. Amabis sta portando avanti una personale sintesi tra cantautorato di ispirazione anglosassone, tradizione locale e suggestione cinematografica, questa sublimata in armonizzazioni sofistica e arrangiamenti sontuosi. Il passaggio in più non ha privato di leggera immediatezza le canzoni di Iacampo ma ha donato loro coloriture variopinte, sfumature inattese e la sensazione di avere tra le mani della materia viva, linfatica, che cresce e si ramifica a vista d’occhio.  Rende bene questo senso di musica ‘rigogliosa’ “Dormi fino a un giorno nuovo”, canzone sognante in tempo ternario, in cui Iacampo canta si improvvisa crooner ondeggiando compiaciuto tra riverberi alla Gino Paoli e versi squisitamente motivazionali e ‘pop’, in cui invita l’altra metà a lasciar passare il tempo buio cedendo al sonno, mentre lui resta lì in attesa: “Ci penseranno gli angeli / questa volta sognano con noi / ora più che mai”.  Per restituire questo senso di sospensione tra la fase rem e l’oblio notturno in cui liberarsi dei pesi, la canzone fa dialogare la voce a ogni verso con una coltre di suoni e campioni di lussureggiante fascino visivo. Tra oboi filtrati, fiati trattati, vociare latino e frasi di flauti sembra di galleggiare in un’ideale versione di A tabua de Esmeralda di Jorge Ben rivista da Colin Stetson, con il desiderio che arrivi presto un’altra notte per addensarsi di nuovo in questo spazio di musica viva. (Urtovox – Ala Bianca Group)


23

Dunk – “Noi non siamo”

Insieme a Il fuoco in una stanza, l’altro grande disco rock del 2018 è di un supergruppo, cioè di ciò che solitamente viene considerato un side project, raramente centrale nelle carriere dei membri partecipanti. E invece Dunk è un disco a suo modo miracoloso, un passo evolutivo per ciascuno dei suoi costituenti: i fratelli Giuradei, mai tanto acidi, Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, Luca Ferrari dei Verdena e Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz, quest’ultimo aggiunto in corsa. Tutte figure più o meno iconiche degli anni Zero dell’indie italiano, che in Dunk hanno fatto convergere le energie per dare vita a un’alternativa a un certo tedio da overdose electropop, seguendo una direzione muscolare sul piano musicale e progressiva, per non dire palesemente esoterica, nei testi: “L’originale”, pubblicata fuori dall’album, include nei testi un’intera porzione del Corpus Hermeticus di Ermete Trismegisto.
“Noi non siamo” fa convergere songwriting chitarristico e umori alla Dinosaur jr in un pezzo inondato di enfasi e vigore, ipnotico e travolgente. Nei versi criptici vengono evocate immagini di malattia, morte e disfacimento e, insieme, di corporeità, erotismo e fisicità. La figura richiamata nelle due strofe potrebbe avvicinarsi a essere l’altra parte di una relazione a due, oggi tuttavia trafitta da un malessere, forse da una condizione fisica di estrema vulnerabilità: un “cadavere”, una “morte che respira”, “una “erotica quercia / con le radici nel mare” che pare “monumentale / oltre il tempo” mentre è imprigionata “dentro un corpo d’ospedale”. Davanti a questa immagine la canzone tenta di alleggerire il peso della sofferenza, invocando un ribaltamento della prospettiva, sottolineando la caducità dell’esistenza nel momento stesso in cui le si negano le apparenze, come a chiedere un definitivo abbandono, un distacco illuminato da quello che questa “crudeltà della vita” impone. Si evoca questo ripensamento del punto di vista infondendo al canto un’intensità rituale, come si trattasse di una formula magica (del resto in tutto Dunk i riferimenti esoterici sono esposti in modo esplicito, quasi a chiedere di essere decifrati). A soffiare aria nell’invocazione ci pensano il canto costruito quasi interamente su due note sole, come una litania prog, e la batteria di Ferrari, suono che scuote con le sue pulsazioni telluriche l’intero album, come un tremore magico. (Woodworm)


22

Malika Ayane – “Sogni tra i capelli”

Il beat elettronico minimale e taciturno che fa da spina dorsale a “Sogni tra i capelli” sembra ribollente, sussultorio eppure gentile, come a comunicare l’idea di qualcosa che si sa che sta per arrivare e che non si vede l’ora che arrivi. Accordi cristallini di piano elettrico sullo sfondo collocano la sensazione più o meno all’ora dell’alba, colorando il tutto di una luce soffusa ma in rapida trasformazione. Intanto Malika Ayane dipana la magia vera e propria dell’intero brano: una struttura melodica di impressionante semplicità e reminiscenze da madrigale, basata su movimenti ascendenti e discendenti perfettamente specchiati tra loro, secondo una dinamica puramente geometrica, un motivo che anche un neofita della musica, a secco di conoscenze tecniche, riuscirebbe a suonare sui tasti del pianoforte (per approfondire, qui c’è l’analisi monografica).  “Sogni tra i capelli” è uno dei vertici in termini di atmosfera di un disco, Domino, che stravince per stratificazione sonora e suggestione armonica. Malika ormai ha abbandonato del tutto l’idea di usare la voce come atto di esibizione di una virtù; è invece totalmente immersa in questa sua ossessione da quotidianità, questa attenzione agli spazi di transizione e ai dettagli rivelatori di uno stato sentimentale che, da Naif (appunto), è diventata dominante nella sua canzone. “Sogni tra i capelli” è un sommesso invito a tenere alta la bandiera dell’utopia e dell’irregolarità in una relazione amorosa, per non farsi ammaestrare dal demone della medietà e dell’appiattimento. A suo modo è anche una metafora della visione pop di Malika, sempre più unica, distante, sfuggente ai vari canti delle sirene che sono le mode del momento, un filo snob e un filo antica, da sempre: sospesa. (Sugar Music)


21

Alessio Bondì – “Cafè”

Accolto da una generale sordità, Nivuru di Alessio Bondì è in realtà uno dei pochissimi album-album del 2018, cioè un’opera intesa come progetto complessivo di espressione, come si usava un tempo, che si avvicina a un’idea concreta di fusione totale del piano lirico con quello musicale e viceversa. Come Sfardo, l’esordio grazie a cui Bondì ha girato i club di mezza Europa, anche Nivuru è interamente cantato in palermitano, piegato con arguzia e coraggio lungo i suoi spigoli – sì, è una lingua spigolosa – per diventare seducente e vibrante, al punto di diventare suono universale, di cui afferare i significati anche solo in parte (sebbene tutti i testi di Bondì siano tradotti sul suo sito ufficiale). Però rispetto all’esordio, Nivuru è anche un disco musicalmente ambizioso, un lavoro per band allargata, fiati e archi compresi, che alterna il songwriting più rigoroso a spacconate funk, a finestre jazzate spalancate sul Tirreno, persino a inediti tropicalismi all’altezza del meridiano di San Vito lo Capo (“Dammi una vasata”, irresistibile). Bondì le canta sempre tendendo la voce come un violino folk, sottolineando i passaggi in cui la melodia si tinge di lamento siculo e di echi arabici, fondendoli con influenze anglosassoni. Davvero: non ascolterete nessuno cantare così, e se proprio dovessi pensare a un paragone, penserei a Caustic Love di Paolo Nutini, altrettanto sorprendente.  Le canzoni durano tutte tra i 5 e i 6 minuti perché, deo gratias, la regola di Nivuru è che la musica deve avere tutto lo spazio possibile, perdersi in finali a oltranza, lasciarsi avvicinare con calma nelle aperture. “Cafè” è il brano più pirotecnico: una lenta cavalcata in cui la voce di Bondì, riecheggiando di deserti simbolici, canta di smarrimento su un arpeggio tentacolare come se sguazzasse nell’“acqua ‘i purpu r’a me arma” (“nell’acqua di polpo della mia anima”). Come una nenia antica, ancestrale e catartica, culmina in un’invocazione: quella di poter leggere il domani di quest’anima perduta nei fondi del caffè (“Quando il cuore si svuota / Da’ una lettura al fondo / Per capire dove vado / Per sapere dove sono”). Giunta a questo punto, come se il rituale improvvisamente avesse funzionato, la canzone si tramuta in un vortice a tempo dispari, convulso e quasi apocalittico: per altri tre minuti roteano fulminanti chitarre distorte, trombe, tromboni e altri suoni vari, in una specie di coda prog-folk che sta tra un Ben Harper incarognito e un “James Bond Theme” in preda a isteria, e che si chiude con un’amarissima constatazione, nella forma di una domanda provocatoria: “Indovina indovinello / Sono solo dappertutto (…) Dimmi la verità, tutta la verità, solo la verità / Certe volte in mezzo al buio / Non ti spiaccicheresti al muro pure tu?”. Sublime. (800A Records)

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