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Nei cassetti i miei difetti

Sogni tra i capelli di Malika Ayane, da Domino, 2018

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È l’autunno 2018 e l’Italia musicale ha ripreso a correre più stremata che mai, come se l’estate appena passata, invece che attutire i pesi, avesse contribuito ad acuminare il senso di stress. Compiacimento a parte, le responsabilità andrebbero divise tra l’invasione di massa della trap, l’ipersemplificazione del synth pop e soprattutto il moto perpetuo del reggaeton che mette in fila sempre lo stesso giro musicale, gli stessi accordi, i medesimi concetti purché il flusso non rischi di interrompersi mai.

Come può una proposta di proverbiale discrezione ed eleganza come quella di Malika Ayane trovare il suo spazio in questa ridda chiassosa? Forse cosciente del suo non appartenere al dominio del gusto imperante, e magari persino stimolata da questa sua evidente lontananza, Malika tirato fuori un album come Domino, ancora più stilizzato e aggraziato di Naïf, che pure era un significativo tentativo di trovare una strada ‘alternativa’ al pop.

L’impressione è che Domino sia il lavoro più personale e pensato come un tutt’uno mai pubblicato finora da Malika, una raccolta di canzoni che spesso confluiscono l’una nell’altra – come la regola base del domino, appunto – e che, pur con differenze a volte significative e altre iper smussate, sembrano rispondere a un’idea di ‘gesto sofisticato’ come ribellione alla semplificazione di massa del presente.

Coraggio e affronto, in buona sostanza, sebbene queste miniature pop siano quanto di più lontano uno si può immaginare dal concetto di ribellione (e però quanto sono ribelli rispetto, per dire, al canone itpop diventato maniera nel 2018?).

Noncurante di quanto la sua atmosfera sommessa non sia conciliabile con l’airplay dopato dei circuiti attuali, Malika sceglie “Sogni tra i capelli” come secondo singolo di Domino e brano di accompagnamento alla stessa uscita dell’album. Si tratta una di canzone avvolgente, geometrica, ammaliante, di estrema essenzialità nell’accostamento degli elementi di scrittura eppure capace di costruire una suggestione inedita, inattesa, che ‘suona di nuovo’, e che per questo non ammalia da subito forzando l’empatia ma invita al riascolto, lasciandosi scoprire, svelandosi a poco a poco.
I suoi segreti mi sembrano soprattutto nell’alchimia tra voce, melodia e suono (per gli ultimi due elementi va dato credito a Helen Boulding e Nikolaj Bloch, coautori della parte musicale, e ai Jazzanova, ancora in cabina di regia, insomma: a un team più internazionale che mai).

I versi della stessa Malika sono tipicamente minimali, poco interessati al dettaglio concreto, più affascinati dalle immagini simboliche e astratte: Malika si rivolge a un potenziale amante, ma potrebbe essere anche una figura più vaga, l’oggetto puro e indefinito di un incitamento. Canta da una sorta di bruma a metà tra il sonno e la veglia, un simbolico istante poco prima del giorno (“svegliati, la luce corre a prenderci”); è un momento interstiziale, come molti altri momenti di vagheggiamento presenti nella discografia di Malika, evidentemente affascinata più dai vuoti che dai pieni della vita, dai passaggi di stato piuttosto che dalle dichiarazioni. In questo tempo speciale, Malika sembra invitare l’altro a non temere l’ombra e i dubbi ma a trattarli al pari delle emozioni migliori, a tenere “i sogni tra i capelli” e “nei cassetti i miei difetti”, tenendo insieme le due energie apparentemente contrapposte, perché questi timori “a pensarci son gli stessi” provati anche da lei, e forse per vivere pienamente questo sentimento che sta fiorendo, che “eppure è già fortissimo”, basta soltanto lasciare scorrere tutto. Tutto sembra un monito ‘vibrazionale’, che ha a che fare con l’infusione dell’energia e con l’istinto a cavalcare la vita, più che con qualcosa di terrestre e tangibile.

sogni tra i capelli

Solo che questa idea tematica è in fondo minima, e Malika neppure sembra interessata ad accentuare sul piano delle parole, a tratti gettate lì, come pennellate non rifinite. Piuttosto il lavorio di fino è nel trasferire questo senso di amore assoluto in procinto di esprimersi in un’atmosfera acustica liquida e rarefatta. È difficile non restare contagiati da questo soundscape: il beat elettronico e minimale sembra ribollente e comunica l’idea di qualcosa che sta per arrivare e che non si vede l’ora che arrivi, mentre gli accordi cristallini di piano elettrico in sottofondo collocano la sensazione più o meno all’ora dell’alba, colorando il tutto di una luce soffusa ma in rapida trasformazione. La produzione non viene mai alterata e caricata di enfasi, rimanendo in questa nube morbida e pacata, lasciando che a occupare lo spettro centrale del suono sia la voce, anzi le voci di Malika che si intrecciano. E qui si disvela l’altro grande ‘segreto’ di questa canzone magica: il suo librarsi su una struttura melodica di impressionante semplicità eppure fascinosissima, di reminiscenze classiche. Dilatando lo spazio tra le note, tutte in battere, il ritornello accosta una frase di otto note discendente a una ascendente, in una dinamica puramente geometrica, un motivo che anche un neofita della musica, a secco di conoscenze tecniche, riuscirebbe a suonare sui tasti del pianoforte. Questa traccia diventa dominante nel proseguio del brano: viene ripresa, espansa, moltiplicata (dalle doppie voci che compaiono e scompaiono, sempre di Malika) e dal pianoforte elettrico che riprende la stessa scala in senso ascendente (precisamente, la sua metà).

Questo dolce saliscendi sembra tradurre in musica l’idea che la vita si ponga necessariamente come alternarsi di energie positive e momenti di frizione, e che però in fondo tutto abbia un equilibrio complessivo, un elemento stia in piedi perché c’è l’altro, proprio come una frase melodica non comunicherebbe la risalita se quella immediatamente precedente non l’avesse condotta verso il basso.

Nel bridge Malika prova a introdurre un elemento in minore, come a creare una crepa in questo quadro. Ancora una volta, il tocco è il segreto: tinteggia il disturbo, lo sottolinea con un vocalizzo appena accennato, e poi torna alla sua preghiera d’amore e di serenità per scale ascendenti, armonica, equilibrata, un invito a tenere insieme l’ascesa e il declino, l’alba e il tramonto, a considerare sullo stesso piano l’exploit amoroso e la sua fallibilità, per spingere questa storia al suo massimo: “Tieni i sogni tra i capelli”, come a dire ‘non smettere di sognare’, anche quando non è più tempo di sogni. Poi stop: la canzone finisce a mezz’aria, senza code, dissolvenze, nulla. È mattina.