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Questo inutile silenzio non basta

A me gli occhi di Avion Travel, da Privé, 2018, precedentemente incisa da Patty Pravo in Radio Station, 2002

Copertina Avion Travel Priva

Punto di partenza: Privè è un disco bellissimo. E drammaticamente distante da questo tempo. Tutta la carriera della Piccola Orchestra Avion Travel è noncurante del tempo in cui si è manifestata, per la verità, ma qui la questione assume un valore ‘altro’, che va ben oltre il tema del gusto e delle mode, e tocca da vicino la capacità che oggi abbiamo smarrito di concedere alla musica il tempo e l’attenzione per manifestare il suo segreto, ambientarci, prendere confidenza con lo spazio che a poco a poco essa tratteggia, fino a essere in grado di intravedere le presenze occulte.

Lo spettro benevolo che si aggira in questo intimo privé è quello di Fausto Mesolella: lo storico chitarrista e fondatore del gruppo scompare nella primavera del 2017, proprio nel momento in cui la band, dopo anni di stand-by, decide di rimettersi in pista prima con un tour di avviamento e poi con un ipotetico nuovo album. Quel Re-Tour si è tenuto comunque, fortunatamente: il gruppo non ha nascosto il suo disorientamento, lasciando scoperta la ferita, eppure magicamente ritrovando il gusto di suonare ancora. Di quel concerto, circa un anno fa, parlavo così.

I vuoti tra una strofa e un ritornello, l’eco straniante nella voce di Peppe Servillo, certi momenti di sospensione in cui la band sembra quasi ipnotizzata: più aumentano gli ascolti e più Privé pare creare il suo spazio fisico e immateriale insieme, abitato tanto dalla band oggi quanto dal fantasma di Mesolella. Concreto e assente ingaggiano un dialogo intenso, talvolta spigoloso, non senza dolore: l’ascoltatore che si dimostra disponibile e attento ha il privilegio di partecipare a questo scambio e cogliere una miriade di sfumature differenti, quante ne potrebbe raccogliere una grande storia d’amore, ironia, complicità, rimpianto, rabbia, delusione, seduzione, nostalgia. Per questo motivo è un’opera quasi impossibile per questi tempi: perché dà per scontata l’impossibilità di tanta dedizione, il grosso sforzo volontario nel cogliere i dettagli. È un fatto di intimi, un luogo privato.

A dire la particolarità di questo spazio ‘speciale’ basterebbe l’aria misteriosa del brano scelto come portale di accesso ad esso. “A me gli occhi / L’incanto, rititolazione di “A me gli occhi”, interpretata originariamente da Patty Pravo per il suo Radio Station del 2002. Una scelta singolare: un brano che ha più di quindici anni, poco accomodante, stranito, dall’incedere sinuoso e oscuro.

Già la versione di Radio Station portava a galla tutta l’anima ipnotica e altera del brano, amplificata quasi a dismisura dall’interpretazione dell’interprete veneziana, che vi infondeva rigurgiti quasi demoniaci nella strofa come afflati disperanti nel ritornello. Prodotta e registrata dai membri del gruppo, questa prima versione investe nei suoni distorti della batteria di Mimmo Ciaramella e delle chitarre di Mesolella, arrischiandosi persino in retaggi post-rock, comunque tratteggiando un quadro ruvido e inospitale.

La versione di Privé muta prima di tutto i toni. Tutto è leggermente più rallentato, occluso, quasi stonato. Al centro c’è il piano elettrico di Duilio Galeoto, chiamato al gravoso compito di colmare gli armonici causati dall’assenza di Mesolella e intelligente nel fuggire dall’emulazione e inventarsi trame ‘altre’, basate sulla specificità del suo strumento. Il piano si appoggia con tutto il suo peso sull’armonia obliqua del brano, che verte su un ‘tritono’, un passaggio di tre toni interi tra i due accordi portanti della strofa che si ritrova anche sul finire del ritornello. Ai non tecnici basti sapere che è responsabile di quel particolare umore armonico del brano che lo fa sembrare spigoloso, troppo sbilanciato, e che comunque è un espediente davvero nel pop italiano (è frequente, per esempio, in certi brani dei Radiohead, e va detto che questo nuovo arrangiamento sembra portarsi dentro ascolti piuttosto ripetuti di A Moon Shaped Pool).

Tra un accordo e l’altro ci sono pause, silenzi, percussioni lasciate nel vuoto a sottolineare tutto il loro peso, e la voce di Servillo sottilmente storpiata, stordita. In Cirano, l’album del 1998 prodotto da Arto Lindsay, Servillo cantava spesso con questi filtri sulla voce, ma dove lì l’effetto era di allungare lo spazio a disposizione, qui l’impressione è che si voglia smaterializzare, fondere col ‘fantasma’.

A me gli occhi per favore

Proverò ad incantarti solamente per le prossime due ore

Perfetto incipit da apertura di concerto, questo invito serpeggiante contiene in sé il senso dell’intera canzone e forse di tutto l’album: la richiesta di una eccezionale attenzione perché una relazione di lunga durata e in un punto di rinsecchimento ritrovi la linfa del linguaggio verbale, il gusto della promessa, il desiderio di futuro prevalente sulla nostalgia del passato: “Cerco ancora un’altra frase da lanciare / Come un piatto che si rompa senza troppo rimbalzare”.

Questo stranito giro armonico traduce perfettamente l’indugiare tra il desiderio e l’impotenza, l’ambizione a tornare nel vivo e l’impossibilità, persino una suggerita sensualità da volere ancora ma che si dà quasi per scontato non sia più possibile: “Ma è più facile andare coi ricordi / Io già penso delle cose che non ti racconto più”.

L’indugio nel ritornello si trasforma in una constatazione mesta, tra allarme e difficoltà effettiva. La musica assume toni più solenni, l’arrangiamento riempie lo spazio con distorsioni e una voce femminile di sfondo, tra i Pink Floyd e le colonne sonore di Pino Donaggio. Tutto è dinamico e insieme incombente, come può essere una fine che si sta coscientemente per materializzare ma che ancora non si dichiara.

È un momento che contiene tutta l’abilità drammatica di impostazione teatrale del gruppo, portata a un livello di quasi tragicità notevole e insieme mantenuta su un registro di sospensione e tensione. Determinante, in questo senso, è la coda strumentale, quasi tre minuti di improvvisazione in cui gli strumenti, invece che riempire lo spazio sonoro per fare sfoggio di sé, come richiederebbe un protocollo jazzistico, sembrano giocare a lasciare le tracce più piccole in attesa della risposta degli altri, come se fosse una gara di sparizione. Uno sfogo contenuto, un impeto che si spegne: un tentativo fallito tradotto in senso onnicomprensivo e totale da voce, armonia, arrangiamento, enfasi, suoni, ritmo, silenzio che si cerca e silenzio che si lascia sopraffare:

Ma non basta vivere 

Questo inutile silenzio non basta

Anche per questo Privé è un disco bellissimo e fuori tempo: perché è animato da una fiducia estrema e incondizionata nella molteplicità delle sfumature espressive della musica, quella fiducia che si può avere soltanto quanto si scommette sulla semina lenta della composizione musicale, introduzioni lunghe, code strumentali, ritorni, riprese, spazi, tanti spazi, perché la musica è spesso soprattutto spazio.

“Sembra che alcune canzoni si muovano sospettose, offendendo le altre che invece accolgono, consolano e scaldano”, si legge nella nota stampa a firma di Peppe Servillo. In fondo per il loro ritorno discografico dopo una pausa che pareva un’era geologica (nove anni dall’ultimo album-cover su Nino Rota, quindici dall’ultimo di inediti, Poco mossi gli altri bacini) gli Avion Travel potevano scegliere un’operazione celebrativa o autoreferenziale; invece sono ripartiti dalla cosa più difficile, una manciata di canzoni inedite per orchestra e fantasma, cupe, interiori, respingenti al punto giusto, quel che basta per poi potersi concedere di sciogliersi, senza difese, in un atto di “Sentimento“.

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