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Mi sono rifugiata qui in collina

Arrivederci Roma di Paolo Saporiti, da Acini, 2018

Acini Paolo Saporiti

Premessa: dato che non è così facile trovare racconti del percorso artistico di Paolo Saporiti, mi sono preso un po’ più spazio del solito per ripercorrerne le tappe principali. 

Dotato di una pregevole espressività del tocco e di una voce calda e sbilanciata tra intimismo e furore, Paolo Saporiti attraversa il post Duemila compiendo alcuni passaggi piuttosto consuetudinari tra coloro che si muovono nel sottobosco indipendente italiano, pur rappresentandone a tutti gli effetti il profilo di un outsider.

In primo luogo, Saporiti – milanese – non si esprimerà che in inglese per un tempo discretamente lungo. Sono tre gli album e due gli Ep pubblicati tra il 2006 e il 2012 in lingua inglese: Don Quibol e l’Ep The Restless Fall (entrambi del 2006) e l’Ep Just Let It Happen (2008), Alone (2010, tutti e quattro disponibili qui) e L’ultimo ricatto (2012). Con alcune eccezioni, le canzoni contenute in questi lavori sono influenzate dal folk britannico e statunitense, dal purismo ascetico di un Bon Iver e dalle mescolanze imprevedibili di un Devendra Banhart. 

Eppure si sente già un attraversamento, l’apparizione saltuaria di impreviste scariche di elettricità, che lasciano già intendere come la sua sia una musica tenue solo all’apparenza, in realtà segnata una tensione sotterranea che ancora non sa come scaricarsi, ma che è lì, insinuante.

Come altri casi eclatanti di artisti indipendenti, inoltre, Saporiti viene in un certo momento intercettato da una major, la Universal, forse convinta di poter utilizzare l’appeal internazionale del suo cantautorato per travalicare i confini italiani. Dall’approccio scaturisce l’album Alone con la produzione artistica di Teho Teardo, dove sia il titolo e che la produzione sono scelti dalla casa discografica; pur mantenendo la qualità del materiale elevata, la commistione tra Teardo e Saporiti non si traduce in amalgama, con gli interventi del compositore chiaramente riconoscibili e non troppo integrati al folksinging di Saporiti, sebbene l’album resti un ascolto piacevole, autunnale, attraversato da sobrie apparizioni dissonanti, come una finta quiete.

L’esperienza della libertà creativa ‘controllata’ insieme ad aspettative di vendita deludenti impongono una ripensamento complessivo, che Saporiti legge come un invito a identificare pienamente la propria identità artistica. Dopo un altro album in inglese (ma con titolo italiano, L’ultimo ricatto), Saporiti abbraccia del tutto la lingua italiana pubblicando un album simbolicamente omonimo. Trainato dall’attitudine aperta e imprevedibile di Xabier Iriondo, promosso produttore artistico dopo le collaborazioni saltuarie sui lavori precedenti, Paolo Saporiti viene arrangiato quasi ‘d’impronta’, lasciando ampio spazio all’improvvisazione. È una scelta che premia il materiale: l’ascolto si presenta come un flusso di coscienza omogeneo, in cui il cantautore ondeggia con vigore tra momenti di privato assoluto e malinconia invernale a sprazzi di furia dissonante.

Si ha la forte sensazione che l’italiano abbia svelato la carne cruda della scrittura di Saporiti: i testi scavano a mani nude in un grumo emozionale complesso, attraversato da rimpianti, ambizioni, desideri reconditi, pesi, dipendenze, soprattutto vulnerabilità non esibite con compiacimento, ma lasciate fluire, come in una tenue liberazione. Il risultato è un album di travolgente e difficile intensità, che conquista una serie di acuti osservatori, e in alcuni casi viene definito persino ‘capolavoro’ (vedi Claudio Milano su Ondarock), senza tuttavia che ciò si traduca nell’apertura a platee più ampie (il 2014, va detto, è l’anno in cui l’indie certifica la sua fascinazione per il pop, di Fuoricampo di Thegiornalisti e di Costellazioni, cioè l’abbraccio di Vasco Brondi alla solarità melodica).

Passano pochi mesi e Saporiti pubblica nuovo materiale, ancora più ispido e urticante, se possibile: Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza, titolo di respingente brutalità, porta all’estremo la sua modalità espressiva, polarizzando violenza e carezza, rabbia e introversione, raschio e dolcezza. Sono cinque canzoni presentate in due versioni opposte e complementari: la prima acustica e più  ‘convenzionalmente’ folk, la seconda ‘alterata’ dalle deviazioni distorte di Iriondo. A completare il quadro anche la cover di “Hotel Supramonte” di Fabrizio De Andrè, anch’essa in duplice veste (anche se la canzone che contiene in nuce molte delle esplorazioni tematiche di De Andrè nella musica di Saporiti sembra essere “La domenica delle salme”, ed è riferimento davvero significativo). Bisognava dirlo… è un ascolto complesso e, accettate le regole del gioco, decisamente stimolante: ma è un bagno nell’oscurità, impossibile da affrontare con distrazione o leggerezza.

Forse anche per interrompere la densità di questo flusso creativo, Saporiti si lancia nell’esperienza dei Todo Modo, un ‘supergruppo’ messo in piedi insieme a Iriondo e Giorgio Prette. Con questo trio inedito, di cui gli altri due terzi rappresentano o hanno rappresentato colonne portanti degli Afterhours, Saporiti pubblica due album:  Todo Modo nel 2015 e Prega per me nel 2017. L’effetto sembra rigenerante: le canzoni conservano tratti riconoscibili dei tre musicisti, generando però qualcosa di decisamente differente, che consente loro di spingersi altrove nei propri percorsi. E di divertirsi: sono album che emanano un genuino godimento nell’esecuzione.

L’effetto è che, messa in stand-by l’esperienza del trio, Saporiti decide di tornare alla dimensione più intima dei dischi a sua firma, e in qualche modo alle sue radici, ai tempi degli album in inglese. Per Acini, formalmente il suo terzo lavoro in italiano, torna a farsi affiancare da Christian Alati, in cabina di regia già dall’esordio di Don Quibol. Lontano dalle deviazioni disturbanti dei due dischi in italiano precedenti, Saporiti perfeziona un suono più mite e rotondo, che pare tenersi sospeso a un passo dalla terra dell’introversione più estrema, e insieme persino cercare tracce di affabilità armonica.

I temi ricorrenti ci sono tutti, soprattutto la centralità della famiglia, ma stavolta sono come raffreddati nella visceralità, come mediati. Il segreto potrebbe essere nel concept alla base dell’album: Acini è infatti ispirato al racconto Acini d’uva del papà di Saporiti, Agostino, figura centrale nel suo percorso umano e professionale, la cui scomparsa prematura ha provocato reazioni dure e dolorose, per sua stessa ammissione.

La scelta della fonte non fa che confermare il particolare rapporto che lega la musica di Saporiti alla ricerca di questa figura mancata, come se l’intera discografia fosse il tentativo di dipanare e ricongiungere una matassa inaccessibile, e ora fosse arrivato il momento di far vivere l’entità paterna mancata attraverso la sua vena creativa, sublimata in un racconto di cui nessuno conosce esattamente i dettagli, poiché totalmente inedito.

Nel frammento di racconto fornito nei materiali stampa ricorrono i temi dell’infanzia e dell’isolamento, in qualche modo confermando la dinamica della sublimazione in una storia ‘terza’:

“Il cortile era a sassi tondi incementati, con il muschio che si infiltrava negli interstizi e poi saliva lungo le crepe del marciapiede attorno alla casa. Su di esso Isidoro mosse i primi passi, spinse la macchinina a pedali donata dal nonno, vide, una notte di luna piena, il viso incantato di Renata, la bambina che viveva negli ultimi locali del pianterreno. Aveva due occhi grandi e una treccia nera e lunga che mai più ricomparvero nel resto della sua vita. Un’altra notte, priva di luna, rischiarata da poche deboli lampade agli angoli del capannone, Isidoro, indignato con tutti, salì a mangiare da solo sul ballatoio. Quando qualcuno provò a chiamarlo, rispose con un lancio di acini d’uva…”.

Si può giocare a trasporre il personaggio del bimbo Isidoro che si indigna e autoisola sul profilo del cantautore, notoriamente schivo, così come il gesto stesso del lancio di acini sembra guidato dalle medesime forme di rabbia compressa che permeavano i momenti più tesi di Paolo Saporiti e Bisognava dirlo… (ma siamo nel campo delle mie speculazioni interpretative, non conoscendo il testo di partenza).

In generale, Saporiti sembra portare gesti, eventi e incidenti in una dimensione sospesa, lunare e distaccata. Parla di sé, chiaro, ma spesso lo fa utilizzando situazioni e racconti esterne; al massimo, cogliendo l’ipotetica presenza di rimandi personali nel racconto scritto dal padre, sempre giocare a perdersi nel ritrovare atteggiamenti e inclinazioni che gli appartengono. Ancora una volta, è una trama fine di privato lasciato scoperto e accessibile solo a patto di non volervi tracciare a tutti i costi una biografia; più degli altri lavori, tuttavia, il gioco dei rispecchiamenti è piacevole anche per chi ascolta, e non costringe a un’esperienza per forza traumatica. Direi che è persino carezzevole, se si può tentare di dare a questo termine una connotazione non negativa: del resto Acini, spiega, “è un lavoro pieno di amore, declinato nelle sue varie forme. Stati universali che mai come in questo momento, ritengo giusto e sensato scandagliare come autore di canzoni quarantenne che vive in Italia, paese in costante e irrefrenabile declino.”

Insieme al padre rievocato attraverso la narrazione, fa la sua ricomparsa anche la madre, su toni e registri decisamente più morbidi rispetto all’acredine che sembrava dominare Bisognava dirlo.

“Arrivederci Roma”, collocata in posizione centrale, testimonia questo sentimento, immergendo la maternità spesso rievocata in termini critici in una vasca di pietas, raggiungendo una dolcezza senza pari finora nella discografia di Saporiti. Si tratta di una ballata acustica tipicamente articolata attorno a un arpeggio chitarristico, dal suono invernale e domestico.

Eccezionalmente, il punto di vista è proprio è al femminile (come in molte canzoni di Edda). Addirittura è quello della madre, da intendersi come figura simbolica, scevra da contesti specifici. La prima strofa è anche l’unica: la donna sembra rivolgersi al figlio che vive lontano, in uno stato di deliberato distacco, non esente dalle tracce di veleni antichi, non ancora scaduti (“mi chiami ogni tanto alle tre come fossi una statua / mi hai detto se fossi papà chiamerei molto spesso”). Nel richiamo al padre viene facile collegare il pater dissolto idealizzato in diverse canzoni del Saporiti precedente; è qui tuttavia che la mediazione letteraria interviene a scompaginare gli schemi, motivando chi ascolta ad ascoltare queste parole con un sentimento vicino alla pietà.

Tracciato in pochi versi il contesto, il bridge sposta la canzone su un piano puramente emotivo, in cui il paesaggio sembra tradurre il sentimento di perdita e affaticamento della donna, e insieme la dignità della sua condizione. Sono quattro versi di eccezionale densità evocativa:

“Mi sono risvegliata una mattina

Col senso di sconfitta e di gravità

La valle incatenata nella brina

è un cerchio immacolato, verità”.

A questo punto la canzone si assesta su un blocco unico, una sorta di ritornello ripetuto tre volte che ingloba, a livello melodico, il bridge già enunciato, conferendo alla musica una dimensione iterativa, come estatica, immobile, fortemente malinconica. “Arrivederci Roma ancora”: attraverso una delle citazioni più classiche del repertorio di Renato Rascel, Saporiti aggiunge frammenti per comporre un ritratto di questa donna sfuggente e ritrosa, che compie una sorta di autovalutazione critica della sua scelta di isolamento.

È una figura che ha scelto “di non scendere in città”, rifugiandosi simbolicamente in collina per guardare dall’alto e lontana la grande metropoli, in grado di “far male più di me”. Nel suo prendere le distanze, rivela la consapevolezza delle conseguenze negative dei suoi comportamenti, la dimensione quasi congenita del suo ferire: “ma ho fatto male i conti con avidità / nel cedere all’orgoglio ho sbagliato sempre / ma questo è il mio retaggio, la comodità”.

Anche in virtù di questa maturata coscienza, come se volesse rinunciare alla sua percezione di madre come presenza ingombrante, la donna dichiara la resa, come togliendo il disturbo, imponendosi un esilio perenne. Il gesto è esistenziale:

ho steso le mie braccia sulla luna
per stringere in abbraccio la dignità
mi sono consegnata alla fortuna
col peso dei tuoi anni che se ne va

Nell’alludere al ‘peso degli anni che va via’, Saporiti sembra offrire l’immagine rovesciata della tensione estrema che si irradiava da un titolo come “Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza”, un fulmicotone anche sul piano sintattico. Ora non è più tempo di farsi attraversare la musica dall’elettricità di dissonanze e flash elettrici, ora è tempo di alleggerire, disgiungere, arpeggiare.

Con il suo andamento melodico sapientemente inclinato in direzione discendente, come a evocare un allontanamento, “Arrivederci Roma” si scioglie all’ascolto come una canzone sull’abbandono e sulla richiesta di tregua alla vita. I guai e i mali sono tutt’altro che risolti, ma la narratrice si appella al desiderio di desistere dalla battaglia, che è più forte e vivo. Fuori dai due livelli più specifici del contesto – il racconto di Saporiti padre e la proiezione che ne fa il Saporiti figlio – è un brano universale su quello che succede quando si decide di tirarsi indietro dalla guerra della vita. Che comunque non finisce mai, ma se non finisce mai, tanto vale sublimare.

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