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I vecchi si incazzano

La notte è giovane di Paletti, da Super, 2018

Copertina Paletti Super

La fascinazione di Paletti per i suoni sintetici diventa manifesta nel 2015, con la pubblicazione del secondo album Qui e ora. È un synthpop che maneggia divertito i cliché del pop italiano anni Ottanta, da Scialpi a Umberto Balsamo, scomodando saltuariamente anche il Battiato più frivolo che trasuda nel cantato, quasi volutamente manierista. Intrigante, spiazzante per chi lo vedeva come un cantautore puro ‘acustica e voce’, Qui e ora aveva forse il difetto di essere un po’ dispersivo, tradendo un predominio della confezione.

In Super, invece, Paletti mostra una focalizzazione superiore, un eccesso di attenzione verso l’efficacia dell’amalgama tra ritornelli, melodie e suoni. Completa l’immersione nel synthpop, ma di un’altra specie: tra bordoni e pad orchestrali, richiami agli M83 più radiosi e ai MetronomySuper abbraccia spesso quell’umore acustico neo-romantico diventato una quasi regola nel pop italiano diciamo dal 2014 in poi, volendo usare l’uscita di Fuoricampo dei Thegiornalisti come data importante. Del resto Paletti si è affidato ancora a Matteo Cantaluppi, in cabina di regia da Ergo sum, e intanto trasformatosi in uno dei principali fautori del suono ‘indie pop’: se c’è un lavoro in particolare che a cui Super si accosta naturalmente è quello svolto dal producer di stanza a Berlino su Marassi degli Ex-Otago, in particolare ascoltando brani come “Lui, lei, l’altro” o “Nonostante tutto”, anche se quest’ultima nel ritornello prende una piega armonica tanto reminiscente di certi Pooh fine anni Settanta – confronto che, sia chiaro, su questo catalogo di canzoni non sarà mai screditante, anzi.

Tematicamente però Paletti si tiene a distanza da una certa indulgenza sentimental-caratteriale che è una semi-regola di questa ondata di ‘nuovo pop italiano’. Invece che giustificarsi, si mantiene su una posizione dissociata dal mondo, un filo diffidente, preferibilmente anticonformista con coscienza di causa, mai stanco di rimanere sconcertato dal materialismo imperante.

“La notte è giovane” sintetizza al meglio questa posizione spingendo allo stesso tempo il discorso musicale proprio nelle braccia del gusto dominante. E ciò nonostante sia una canzone dal piglio pop agilissimo: se il ritornello è forse uno dei più appiccicosi mai messi a punto da Paletti, le strofe riescono a rendersi memorabili, vincendo il rischio di apparire come trascurate cataste di versi funzionali solo al raggiungimento dell’hook (pericolo che l’Itpop odierno schiva rarissimamente, ahimè).

Paletti comprime i suoi versi lunghi e irregolari in una metrica incespicante e velocizzata, che ha un po’ lo scopo di richiamare l’ansia febbrile del divertimento a tutti i costi, il terrore per un tempo che si contrae davanti agli occhi, costringendo a una vita normodotata e abitudinaria.

la notte è giovane, gli anni passano

e ti ritrovi a guardar documentari su foreste e macrocefali

Pare quasi richiamarsi (in)volontariamente proprio alla pop song più controversa degli ultimi anni, quella “Riccione” dei Thegiornalisti che ha imposto il suo spleen vanziniano come gusto dominante (“La notte è giovane / giovani vecchi”); al contempo sembra dire consapevolmente di voler tenersi a distanza da questa foga, contemplando con una buona dose di amarezza gli sforzi un po’ penosi di una generazione di ‘bruciare il tempo’:

con dieci euro dove vai, ma fatti un po i cazzi tuoi

volevo tanto fare l’alba ma domani sarò sveglio per le sei

Con lucida ironia, Paletti fotografa l’affanno con cui una generazione si ostina a volersi dichiarare ‘gente della notte’, espandendolo a riflessione più ampia, facendolo diventare l’emblema di un moto esistenziale comune. La notte diventa così il limbo dove deformare l’andamento naturale del tempo per far sì che non arrivi mai il tempo delle responsabilità, del realismo a tutti i costi e del confronto con la ‘vita vera’: il giorno.

La notte è giovane singolo
Copertina del singolo "La notte è giovane", 2018.

Piccoli dettagli illuminati per un istante forniscono i contorni di questi profili umani tanto familiari, nel post Duemila. E così “tra vestiti, politici, lampeggianti ed auto blu”, tra “giaguari, coguari e vacche al pascolo” su “piste innevate” (che sembrano imparentate con i ‘dottori di ghiaccio che comprano neve’ di “I barbari” di Colapesce), ecco comparire Milano, la metropoli-modello dell’inganno più clamoroso del post Duemila: estranea, incarognita come “i vecchi (che) s’incazzano (e) tirano secchi d’acqua dalle finestre”, rigorosamente alienante. Fautrice imperante della solitudine, la stessa ben inquadrata dal video di Marco Jeannin che accompagna la canzone (che a suo modo cita il video più concettuale di “Il posto più freddo” de I cani, una sorta di antenato tematico di “La notte è giovane), Milano non ha nulla da offrire (“andare in città è stata una cazzata”), se non un contraltare ben più efficace della realtà:

La notte è giovane ma non funziona così

abbassa musica occhi e voce

qui c’è gente che lavora, beato lei qui non ancora

Per un tempo che si vuole dilatare, un tempo che si contrae nel senso opposto: la città che lavora e cerca “giovani con dieci anni di esperienza tra i 18 e i 23”, provvisti di conoscenze linguistiche sempre più al limite del superomismo, è inquadrata in un’iperbole di grande efficacia, un paradosso deformante, da cui altro non si può fare che tenersi a distanza.

E allora agli ossessionati del tempo non resta che il rimedio ormai regola per alimentare l’illusione del tempo che si ferma: “due siringhe nella fronte, il botulino e torni come un bambino”. Sarà anche un po’ abusata, ma c’è un’iconografia contemporanea tanto efficace nel ritrarre la distorsione della percezione del tempo come la chirurgia estetica?

“Sono anni che provate a dirmi che / la notte è giovane ma giovane non è”; nella sua presa di distanza che inserisce nel ritornello, Paletti dichiara la sua priorità: rimanere realisti, mantenere la capacità di guardare il tempo nel suo procedere, senza ingaggiare per forza una battaglia contro di esso, piuttosto adeguarsi, con un pizzico di sbruffoneria:

e se è un mondo alla rovescia e così sia

io ti giuro tiro i secchi d’acqua in testa ai vecchi sotto casa mia

In attesa di tempi migliori, anche una rivolta domestica può essere condotta come una piccola rivoluzione. In fondo il pugno di Socrates è chiuso, lì in copertina, davanti alla scritta: Super.

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