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Queste cose vorrei dirtele sopra la techno

Sono mesi che Francesca Michielin cerca di dircelo. Lo si poteva comprendere molto bene quando Calcutta, evangelista prediletto di una nuova generazione di cantori dell’oggi, è comparso a sorpresa durante un concerto della suddetta. Che l’ha annunciato con grande fierezza: “Lo adoro, Edoardo”. Hanno cantato “Del Verde”, un pezzo di una semplicità struggente, in cui amore e disperazione sono come filati fini fini, intrecciati al punto da essere imprescindibili: “Ti presterò i miei soldi / per venirmi a trovare”. E poi “Nessun grado di separazione”, solo pochi mesi prima che Michielin la dipanasse con un sorriso che era un misto di candore e disagio, sul palco dell’Eurofestival. La combinazione dei due mondi, oggettivamente straniante, funzionava.

Che il 2018 si apra con un esperimento come 2640, un lavoro chiaramente dichiarativo, altro non è che una conferma, nonché un dato di calendario interesse, forse significativo, forse no. È storia condivisa, ormai, che il 2017 sia stato l’anno in cui nuvola di artisti più o meno ‘nuovi’ – di questo labile recinto che convenzionalmente accetteremo qui nella tassonomia di ‘indie‘ – hanno fatto di tutto per smussare levigare e rifinire ogni angolo del proprio scrivere. Con un grande obiettivo: diventare ‘nuovi autori’, potenziali Re Mida della pop song tricolore, dimostrare (ai discografici, soprattutto) di avere capacità superiori a certi paludati colleghi nel mettere a segno degli obiettivi importanti – leggi, le hit.

Dietro la consueta finta diatriba onomastica, che altro non fa che soffiare ossigeno nel palloncino – indie, indiepop, pop, itpop, popop, popoff, popowave eccetera eccetera – c’è il dipanarsi di una normale dinamica del sistema-lavoro contemporaneo. Nuove energie si mettono in mostra presso chi prende le decisioni nel mercato, e sfruttando il cambio di paradigma tecnologico sorpassano a destra le ‘vecchie generazioni’, delle quali rendono improvvisamente palese la vetustà (ragione per cui meravigliarsi che certi nomi storici non funzionino più, nel mercato gassoso dello streaming, è come pretendere che esista davvero una strada ‘collaborativa’ tra robotica e lavoro manuale).

Naturalmente chi prende le decisioni deve, prima o poi, assoldare queste nuove risorse, che offrono vantaggi immediati (e chiedono meno); naturalmente chiedendo ad esse di lavorare per gli obiettivi del detentore di potere, di adattarsi ma insieme fare risultato, più e meglio di prima. Pena: scomparire in fretta, porre fine al sogno di gloria, proprio quel sogno di gloria che la generazione precedente, vale a dire quella dei talent e dei nessuno eletti a divi del domani, ha sostituito al concetto più generale di realizzazione personale (e qui non è un caso che Michielin, soggetto e oggetto della questione, dai talent sia arrivata e rispetto ai talent sembri da sempre in drammatica fuga, quasi che dichiararsene ‘altro’ sia l’urgenza più viva). Intanto, generalizzazioni consentite, questo ripopolamento in forma di laboratorio è ciò che sta accadendo da mesi alla canzone popolare italiana, tutta improvvisamente avviluppata su una presunta ricetta miracolosa di scrittura pop che dovrebbe – dovrebbe! – stare nel taschino di qualche fomentato nuovo idolo ma che, fatta la tara dei tentativi falliti e dei successi realmente conseguiti, lascia il dubbio che si tratti di una storia fatta di tante casualità.

Ragionando esclusivamente di mercato, 2640 di Francesca Michielin ufficializza l’acquisizione da parte del mercato discografico di queste nuove risorse, come e molto più dei vari tentativi spot fatti durante l’anno passato. Non è solo il fatto di avere nel proprio album altre canzoni scritte da Paradiso, Faini e Calcutta. Se nei vari esperimenti realizzati durante il 2017, ad esempio, su Morandi, Zilli, Noemi, Ferreri era la ‘scrittura indie’ (anche qui, accettiamo per un secondo la convenzione) ad addolcire le proprie asperità cesellandole attorno alle identità dei soggetti, qui sta accadendo il contrario: è Michielin, a conti fatti una cantautrice, che migra il proprio linguaggio verso la nuvola del nuovo indie, e nel farlo rivendica addirittura un carattere di autenticità, come se in questo residence dei cuori infranti e dei profili instagram fiammanti ci avesse abitato da sempre, come si stesse facendo carico di certificare per tutti la natura più ‘vera’ di questa forma-canzone, riposizionandosi ma ricollocando anche l’intero universo di aspettative del mercato (o, almeno, provandoci, dove mille altri nemmeno ci hanno provato).

È tutto, mi sembra, nel ritornello di “Io non abito al mare”, un refrain paradigmatico.

Queste cose vorrei dirtele all’orecchio
Mentre urlano e mi spingono a un concerto
Gridarle dentro un bosco, nel vento
Per vedere se mi stai ascoltando
Queste cose vorrei dirtele sopra la tecno
Accartocciarle dentro un foglio e poi centrare un secchio
Stasera non mi trucco che sto anche meglio
Voglio vedere se mi stai ascoltando
Se mi stai ascoltando

Calcuttiano/calcuttesco fino al midollo – il romanticismo filtrato attraverso la disperazione del loser e spurgato dal lirismo d’accatto, barattato con il consueto côté di quotidianità antipoetica (la techno, gli spintoni al concerto, il secchio, involontaria citazione) – questo chorus ridefinisce le modalità di identificazione, intingendo il pop in un barile di realismo e contrapponendolo, suo malgrado, a una genericità terminologica che oggi, evidentemente, non riesce a intercettare almeno due generazioni. Che si dica finalmente o si rimpianga ‘la poesia di un tempo’, poco importa: qui la contrapposizione sembra netta, e oltre i meriti artistici, diventa una questione di linguaggio. Valga come esempio di raffronto il refrain di “Come neve”, di Giorgia e Marco Mengoni insieme, una nube di vaghezza, le luci, la neve, l’inverno da incendiare e soprattutto la similitudine e l’ossimoro, al loro grado zero: “Perché quello che sono / l’ho imparato da te / tu che sei la risposta / senza chiedere niente / per le luci che hai acceso / a incendiare l’’inverno / per avermi insegnato a cadere / come neve / come neve / insegnami tu come cadere”.

E pensare che 21 anni fa, quando il pop italiano viveva un altro momento di esplorazione, tentando di affidarsi alle nuove energie della scena alternativa, proprio Giorgia pubblicava “Mangio troppa cioccolata”, un lavoro temerario, prodotto da Pino Daniele e contaminato in modo drastico da suoni urban e influenze nu soul. Era certamente un vestito passeggero per Giorgia, che dopo avrebbe mitigato queste influenze black in contesti più rassicuranti, ma diede comunque un piccolo scossone al contesto nazionale: quante ipotesi di contaminazioni tra r’n’b e pop classico sarebbero apparse di lì a poco nelle edizioni del Festival di Sanremo di fine millennio, prima di arrivare alla soluzione definitiva, leggi = Tiziano?

Michielin e Giorgia hanno apparentemente poco da spartire tra loro (per Francesca si tira spesso in ballo la Elisa di Asile’s World, che però con l’italiano era molto più conservatrice di Michielin). Eppure, posti gli universi di riferimento differenti, la tensione è assimilabile, la ricerca di un’autenticità che viene presentata come ‘distante’ dalle forme più paludate del pop tricolore, è simile. Appropriandosene, Michielin abbraccia questo immaginario sdoganandolo nelle sue declinazioni popolari più manifeste, e lo fa giocandosi un carico un po’ più rischioso, certamente superiore a quello di chiunque altro oggi possa vantare nella ‘scena indie pop’.

Allora in 2640 c’è tutto: la scrittura elementare e circolare, il linguaggio quotidiano privato dai manierismi tipici delle liriche, la sbruffoneria citazionista e randomica, la galleria di nomi propri – da Fernando Alonso in giù – l’improvviso apparire di orizzonti semi-sconosciuti, nuove topografie della fuga per una generazione che, realmente, non ha interesse nemmeno a viaggiare – e quindi Peschiera del Garda o la Bolivia hanno la stessa funzione, assurgere a fantasma di un’ambizione un tempo realmente posseduta e oggi impossibile, se non nella sua idealizzazione passatista.

Per lei, certo, una rivoluzione. Ma nel contesto generale, era forse il passaggio inevitabile, la transizione realmente mainstream che chiarirà ai discografici il valore effettivo della posta in gioco. Se proprio un sommovimento 2640 lo compie, è nel suo fornire un’alternativa al femminile. Guardatelo bene questo ‘indie-pop’: nonostante la parvenza di innovazione, ci ritroverete le solite egemonie maschio-centriche, le ‘tipe’ e le ‘belle’, le Beatrici le Alici le Sara e i galletti da combattimento, seppur con le polo infeltrite.

A fronte di un evidente sforzo evolutivo in termini di scrittura, mi pare che l’album tradisca un problema di fondo, che non riguarda la composizione né la Michielin stessa, ma la produzione e il paesaggio sonoro soprattutto, appeso troppo spesso alle consuete texture aeree e anonime, troppo ossessionato dall’urgenza di mettere il ritornello in primo piano, terrorizzato dall’ipotesi di diminuirne l’efficacia usando, per dire, delle porzioni strumentali. Giammai: bisogna affidarsi alla ‘singolarità dichiarata’ di Cosmo per ricevere una sorpresa di natura squisitamente musicale, che è lo strano dialogo tra una cantilena afro e una versione iper sintetica del reggaeton, in “Tapioca”, per avere voglia di riascoltare la canzone senza che essa abbia già seminato tutto ciò che doveva seminare. E anche qui, che cosa bella se fosse durata sei, sette minuti: una degenerazione alla Cosmotronic, un Michielintronic, una meraviglia.

Ma al di là della fretta evidente di queste canzoni – che non è un problema né un pregio, semplicemente è un dato per scontato di tutto il pop odierno e bisogna solo prendere atto che quasi nessuno vuole scardinare questa soglia, figuriamoci i ‘nuovi autori’ appena arrivati alla corte che conta – 2640 di Francesca Michielin fa un’azione di “setting the pace”, detta il passo, segna una strada, piaccia o non piaccia.


Ci dice che chi vuole campare nel pop oggi in Italia non può, suo malgrado o sua fortuna, esimersi dall’adattare il proprio linguaggio a stilemi in cui dettano legge l’immediatezza, il colloquiale antilirico, l’enfasi sulle minuzie del quotidiano, le suggestioni extra-territoriali accostate a un vocabolario spiccio, talvolta greve, spesso lancinante, soltanto a tratti attraversato da squarci di surrealismo, in cui compaiono, all’improvviso, elementi a cui non si è mai dato troppo risalto enfatico, improvvisamente al centro dell’attenzione. E naturalmente, la nostalgia come statuto, come movimento interiore, oltre il merito dell’oggetto di attenzione: uno ascolta “La serie B” o “Noleggiami ancora un film”, si trova davanti il curioso caso di una under 25 che ha già costruito un immaginario sul rimpianto del passato, e si fa due domande sul futuro che non è presente (e sugli effetti deleteri dello sdoganamento critico di Max Pezzali, che era inevitabile, e va bene, ma ci gira forsennato attorno, senza tregua):

Adesso che non fai più uno squillo per dirmi che mi pensi
Noleggiami ancora un film
Abbracciami adesso
Adesso che le stagioni non le capisco più
Adesso che il walkman l’ho buttato via

Sarebbe bello che le multinazionali discografiche, ora chiaramente nel pieno dei loro tentativi di sfruttamento di queste energie, si sbottonassero anche un po’ sul piano dei suoni, che questa vellutata di suoni elettronici in un letto di latinità bio rischia di sembrarci inascoltabile già nell’arco di 5/6 anni (e c’è chi lo spera, in realtà, che sembri indigesta anche prima, e un po’ lo capisco). Ma intanto, Michielin ne sta facendo prima di tutto una questione di parole, versi, immagini ricreate, sincerità, leggi: di comunicazione.

La prima canzone di 2640, programmaticamente, si chiama “Comunicare”, ed è la più ricca, variopinta, sorprendente, imperfetta, rischiosa e brillante dell’intero album. Completamente scritta da Francesca, è un flusso di coscienza rapido, a tratti travolgente, che trasmette una reale ansia di mostrarsi alla ricerca di uno zenit dell’autenticità.

Sentire, l’urgenza alla base: “Nessun grado di separazione”, invocava la Michielin più sanremese, giusto un paio di anni fa. Cambiato il lemmario, le domande restano le stesse: mi sono spiegata? Mi hai capito davvero? Riuscite ad ascoltarmi/ci? A parlare questa lingua?

E a spingerla oltre: Si può cambiare il corso delle cose? Deve per forza essere nera, per forza andare male?

Comunicare
la la la la bla bla bla
non riuscire mai a farsi capire
sopra la musica a palla, quant’è bello respirare
comunicare
la la la la bla bla bla
stare in silenzio ad ascoltare
Tutto quello che mi vorresti dire
che tutto si può aggiustare
solo questo io vorrei sentire.

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