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Cosmo

Cosmo è il nome del progetto solista di Marco Jacopo Bianchi (1982), dal 2002 al 2017 è voce e synth dei Drink to Me, con i quali pubblica 4 album e 3 ep, in lingua inglese. Capaci di far convergere post-rock, psichedelia ed elettronica in un vortice sonoro quasi sempre euforico e ad alto carico energetico, i Drink to Me forniscono un corposo contributo nel traghettare la scena rock italica verso contaminazioni ancora intentate, lungo una scia che abbraccia i lavori anni Novanta dei Flaming Lips come gli Animal Collective. Dopo il terzo album S, pubblicato nel 2012, Bianchi avvia un percorso solista – scegliendosi il nome Cosmo – che lo porterà alla ricerca di una nuova forma espressiva: in solitario, in lingua italiana e soprattutto sempre più vicino al versante più vicino alla ballabilità del macro-mondo elettronico. Il primo esito è Disordine, album in cui si intravedono le molte potenzialità del percorso solista di Cosmo, e che raccoglie un buon seguito a livello critico. Dopo Bright White Light (2014), ultimo album del percorso Drink to Me, Cosmo compie un nuovo significativo passaggio, mettendo a punto una forma originale di canzone che conservi il legame con la tradizione e che al contemporaneo sia  perfettamente idonea a essere ‘ballata’, a figurare senza timori reverenziali nell’ideale set di un dj. Con la pubblicazione di L’ultima festa, Cosmo raggiungerà non solo una posizione di centralità assoluta nel panorama del nuovo pop italiano degli anni Dieci, ma anche un cospicuo successo di pubblico, fino a porsi in naturale continuità con due tra le esperienze più importanti in Italia di sintesi tra canzone e universo dance: Jovanotti e i Subsonica, non casualmente il primo oggetto di una cover – “L’ombelico del mondo“, in salsa acid – e i secondi di due tracce in collaborazione, seppur attraverso i percorsi solisti di Boosta (“Mezzo uomo”) e del side project di Max Casacci e Ninja, Demonology HiFi (“Fino al giorno in cui”, una delle 40 canzoni del 2017 nella mia lista di fine anno).

Disordine – 2013 – 42 Records

Pubblicato a un anno e mezzo di distanza da S, il terzo album dei Drink to Me, Disordine è l’esordio solista di Cosmo, nome dietro il quale si cela il progetto solista della voce del gruppo, Marco Bianchi. È la prima volta che Bianchi si misura con brani originali in italiano, sebbene il test con la nuova lingua sia stato anticipato dalla pubblicazione in rete di tre cover: “Abbracciala abbracciali abbracciati” e “Io ti venderei” di Lucio Battisti e “Gesualdo da Venosa” di Franco Battiato. Tre scelte di significato e posizionamento strategico, ai quali Cosmo riconosce meriti che rimarranno direttive precise per il suo universo musicale: “Vanno oltre i confini del cantautorato, si scostano con grande stile dal nazional-popolare focalizzandosi su ricerca espressiva, produzione del suono, innovazione (dall’intervista del 9/1/2013 a Rockit).

Disordine raccoglie dieci canzoni che coniugano l’attrazione per un’elettronica di stampo psichedelico che è asse portante dei lavori dei Drink to Me con un’esplorazione dell’interiorità che sorprende, e che riflette in modo nemmeno troppo velato il background di formazione filosofica dell’autore. Nel complesso, l’album sembra tracciare un simbolico percorso verso la scoperta del sé autentico, ottenuto ribaltando l’idea precostituita che si è ritenuta come ‘la nostra verità’, almeno finora, e perseguendo una personale forma di trascendenza, in cui giocano un ruolo fondamentale le esperienze “altre”, in grado di provocare emozioni fortissime, droghe non escluse. In questo arco, Cosmo pare sintetizzare il Battisti di E già e il Battiato di Gommalacca, soprattutto sul piano dei testi. Aperto da una “Dedica” e chiuso da una nascita (“Esistere”) simbolicamente già protesa verso l’album successivo, Disordine trasuda una vitalità inedita nel panorama musicale italiano e, soprattutto nella prima parte, si connota come un album di straordinaria positività e invito all’azione, dove nella seconda parte invece pare latitare un po’ di leggerezza e si soffre un po’ una certa tendenza programmatica dei testi. Certamente unico nel contesto musicale in cui appare, Disordine viene nominato al Premio Tenco 2013 per la migliore Opera Prima, ma non vince: la mancata vittoria sarà citata più volte da Cosmo in diverse interviste a supporto di L’ultima festa quasi come la ‘prova ufficiale’ di non essere stato compreso dal mondo della canzone d’autore ‘tradizionale’, una sensazione che sarà determinante per cambiare, ancora.

Dedica

“A tutti i suoni del presente / che ti dicono chi sei”. Della lunga serie di dediche che aprono Disordine, la prima è la più programmatica, quella che funge da chiave d’accesso al metodo che anima complessivamente l’album: spostamento drastico delle strutture classiche della canzone d’autore su ambientazioni sonore contemporanee e ricerca di una verità personale oltre le gabbie del precostituito e del senso comune. Su una struttura di fatto classica (strofe con versi ad anafore e un breve verso finale a fare da ritornello) e insieme reiterativa (un unico accordo a supporto di una linea melodica dal movimento fisso) “Dedica” delinea il paesaggio dei perfetti fruitori di questo lavoro introspettivo e insieme collettivo: marginali tentatori di imprese inutili, talenti inespressi, impavidi cercatori di stati ‘altri’. Più che con “Anche per te” di Mogol e Battisti, l’affinità perfetta sembra essere “Dedicato”, il classico scritto da Ivano Fossati per Loredana Bertè, con cui “Dedica” condivide l’impostazione di ‘dono’ nei confronti di chi si è disposto ‘di traverso’, categoria in cui più o meno implicitamente l’autore sceglie empaticamente di confluire. Euforica e veloce, “Dedica” è un’apertura di grande forza dinamica, una piccola pallina dal rimbalzo vorticoso, che stabilisce uno standard ben preciso fin da subito: rapidità, registri alti, visione positiva.

 

Ho visto un Dio

Dinamica e propulsiva quasi quanto “Dedica”, “Ho visto un Dio” è il pezzo più rappresentativo di Disordine. Qui si ritrova lo spirito generale dell’album portato al massimo delle sue possibilità, originale incrocio tra un misticismo contemporaneo che non nega l’influenza della chimica e una forte spinta all’autodeterminazione solitaria che lo avvicina a E già e ai suoi testi eremitici e ad alto tasso motivazionale firmati di Velezia (cioè Grazia Letizia Veronese o, forse, Battisti stesso). Insieme “Ho visto un Dio” possiede anche le peculiarità che Cosmo individuerà presto come limiti da cui allontanarsi: linea del canto ancora molto ‘tradizionale’, con saliscendi melodici anche piuttosto impegnativi, versi lunghi ed enfatici, elettronica ancora intesa come coloritura generale e non come struttura portante (per un brano che, in realtà, è piuttosto vicino all’impostazione cantautorale classica poi rifiutata dal suo autore). Al di là del suo carattere esplorativo, “Ho visto un Dio” contiene degli ottimi esempi della propensione del suo autore a sospendere il flusso naturale delle cose per cercare di stimolare percezioni alterate, usando qualsiasi strumento: loop ipnotici, sfasamenti ritmici o dilatazioni temporali (la più evidente è quella che prelude al pre-ritornello, in cui la strofa sembra quasi incantarsi, come un disco rotto).

 

Le cose più rare

“Le cose più rare” declina il tema generale della ricerca interiore di Disordine sulla visione di una confluenza generale delle nostre vive in un tutto, al di sopra e oltre la morte, in una fusione totale con gli elementi naturali (“saremo orizzonti e ci potremo ammirare”). Rinunciando all’alternanza strofa/ritornello, Cosmo costruisce una sorta di flusso di coscienza che parte dalla constatazione di uno stato di preoccupazione, al limite del panico (“Cosa cazzo è successo / mi sembra di affogare”). Mantenendo una costante alla citazione colta – che sarà tra gli elementi ripudiati in L’ultima festa – Cosmo descrive questo malessere attraverso l’immagine di “Paolo in Teorema”, cioè il personaggio interpretato da Massimo Girotti nel film di Pier Paolo Pasolini del 1968, un borghese che – a seguito di un incontro con “l’ospite” che sconvolgerà le vite della sua intera famiglia – si spoglia di tutto, anche letteralmente, e si lancia in una fuga nel vuoto di un deserto.

Massimo Girotti in “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, 1968.

Proprio questa è l’immagine a cui sembra anelare Cosmo nella seconda parte della canzone, quando questa crisi viene accettata prendendo coscienza della caducità del tutto.

È una risoluzione comunque sofferta: dopo l’esposizione del primo blocco la musica si smaterializza quasi del tutto, lasciando la nuda voce esprimere la paura alla base di tutto, con brutale onestà (“E resterà il silenzio / ma questo è / il pensiero che / mi fa impazzire / non voglio morire”). Suggestiva e un filo enigmatica, “Le cose più rare” resta una canzone soprattutto di parola, in cui la musica si mantiene su toni rarefatti.

 

 

Wittgenstein

“Wittgenstein” è la canzone di Disordine che più facilmente forse si può mettere in relazione con la formazione filosofica del suo autore (sebbene, spiega Cosmo, il riferimento a Ludwig Josef Johann Wittgenstein sia stato apposto sui versi solo a canzone finita). Altissima nel canto e un filo marziale nell’andamento, è una delle tracce più attigue all’esperienza dei Drink To Me e in particolare di S, e inevitabilmente una delle più distanti dal Cosmo da L’ultima festa in avanti. Ha il suo punto di suggestione più alta nelle polifonie e nelle trame vocaliche del ritornello, ma meriterebbe di essere vista come un preludio a “Numeri e parole”, alla quale fornisce la base tematica: “Capire e pensare sono azioni che fanno parte dell’espressione: io posso dire di aver capito una cosa quando la so esprimere, sezionare, analizzare. Invece, spesso, le cose che viviamo non rientrano in quella possibilità. Wittgenstein ci aveva detto esattamente questo, tracciando limiti sul discorso sensato” (intervista al sito discorsivo.it).

 

Numeri e parole

Tra le poche tracce di Disordine riproposte anche durante il trionfale tour di L’ultima festa c’è “Numeri e parole”, che chiude la prima parte e in qualche modo ne è il picco esistenziale, l’episodio che lega tutto in una specie di maieutica. Rivolgendosi probabilmente al medesimo interlocutore che invita ‘ad alzarsi’ in “Wittgenstein”, la voce di Cosmo invita a contemplare la meraviglia del “mondo che perde la sua forma” dopo aver fatto piazza pulita di legacci e paure, e ad adottare come approccio generale quello del ribaltamento e del posizionarsi al contrario dei propri pregiudizi (“vai contro te stesso per poterti moltiplicare”). Lo fa ponendo una forte enfasi sull’empatia tra la sua voce e quella di chi ascolta (“ribalta la realtà per potermi amare”), quasi come se entrambi fossero vinti dalla grande emozione di aver conquistato questo stato di libertà. Se la strofa, a metrica libera, divaga all’interno di questa sensazione di totale fluidità, il ritornello esplora la difficoltà di tradurre a parole questa condizione eccezionale, al punto che i termini non esistono, e bisogna inventarne di nuovi, in una creazione costante, fonte di rinascita. “Esplosione silenziosa / mondo che non riesco a pronunciare / solo un cenno delle labbra / e tutto rinascerà”: è il culmine, lo zenit di un brano che sa evocare l’assenza di peso e insieme piazzare una delle linee melodiche più solide e memorabili del disco.

 

Ecco la felicità

Collegandosi direttamente a “Numeri e parole”, “Ecco la felicità” torna sul tema dell’esplosione emotiva e dell’imprevedibile sopraffazione sulla razionalità quotidiana. L’articolazione delle immagini è costruita attingendo alla tradizionale retorica delle piccole cose, dei dettagli nascosti e della sensorialità un tempo trascurata e d’improvviso manifesta (“Spaccando un vetro /  Stringendo una mano / Carezzando un sogno lontano”). Nell’uso del pedal bass (un’unica nota di basso continua che supporta accordi differenti sia nella strofa che nel ritornello) come nel richiamo diretto del titolo, è un’altra tra le canzoni di Disordine che si può imparentare con E già, il primo album pubblicato da Lucio Battisti dopo Mogol (che contiene una canzone intitolata, appunto, “La tua felicità“). Nel complesso è comunque tra le canzoni più convenzionali dell’intero album, e forse anche una delle meno sorprendenti, nonostante l’ammaliante schiudersi di suono e armonia che caratterizza il ritornello. 

 

Continente

Sviluppata su un tempo medio più lento dello standard delle canzoni di Disordine, “Continente” è una sorta di miniatura. In pochi versi il conciso testo articola il minimo necessario per evocare un contesto di distanza e apatia (dalla Storia, spiegherà Cosmo a Dlso). Il solco è quello dello sguardo verso il privato in avversione contro l’interesse per le grandi questioni pubbliche, ma “Continente” è ben lontana dall’essere una canzone di carattere “sociale”. Non soltanto per l’estrema sintesi dei suoi versi, che rende il mondo niente di più che un accenno abbozzato, ma anche per il conforto nella descrizione delle sensazioni che questo privato genera: “Penso a te, già sorrido perché la realtà si è sdoppiata e stringo un corpo a me”. Terminata l’esposizione, la canzone si sofferma su un’improvvisazione a carattere vocalico molto vicina ai suoni Drink to Me, per poi riprendere in modo ipnotico il refrain che funge da ritornello, lasciando una vaga sensazione di incompiutezza: “Tramonta un Continente / ed io non sento niente”.

Il digiuno

Sorretta da un tappeto sonoro fitto di voci e suoni che si sovrappongono in modo non rigido, “Il digiuno” è un brano come trainato da un’energia brulicante. L’interlocutore è un personaggio che ha compiuto scelte in contrapposizione con i principi di convenienza e materiali che “il capitalismo” (citato esplicitamente) imporrebbe; perciò, percorre con serenità e un pizzico di rimpianto una strada votata al fallimento, in cui perdere tempo a soffermarsi su dettagli in cui perdersi: “Ami quello che non conosci / metti al centro della tua vita un perché”. La simpatia con cui è descritto questo carattere, che agisce chiaramente anche come specchio dell’artista, trasuda dall’armonia positiva e dal canto brillante e dinamico, connettendo il brano direttamente con “Dedica”, la canzone – lista posta in apertura di Disordine (di cui sembra uno spin-off, l’espansione di uno dei caratteri descritti”. Nella già citata spiegazione dell’album pubblicata da Dlso, Cosmo suggerisce di leggere Slavoj Žižek per cogliere lo stato d’animo oggetto della canzone. È possibile che si riferisca a Credere (Meltemi, 2001), quando il filosofo sloveno, rileggendo Il digiunatore di Kafka, afferma: “L’artista a digiuno simboleggia la pulsione allo stato puro: dà corpo alla distinzione lacaniana fra ‘non cibarsi’ e ‘cibarsi di Nulla’, cioè digiunando, rifiutando ogni oggetto-cibo che gli venga offerto perché ce n’est pas ça, si nutre del Nulla stesso, del vuoto che innesca il desiderio – gira ripetutamente attorno a un vuoto centrale”.

Disordine

La canzone che dà il titolo all’intero album è un altro brano fieramente motivazionale. Cosmo invita il suo interlocutore a interrompere la frenesia quotidiana e a fare attenzione al godimento puro dell’esistenza stessa, alle sensazioni e alla storia ignota che ogni corpo porta con sé, come fosse un bagaglio irrinunciabile: “Niente / nessuno
potrà mai rubarti tutto questo”. Il ritmo è vorticoso e festante, i loop vocalici roboanti, l’esposizione è essenziale e non banale, organizzata su due blocchi che convergono su una variazione finale. Certamente uno dei brani più energici dell’intero album, “Disordine” è anche uno dei più adatti alla dimensione live. Non è un caso che vi sia stato associato un video ufficiale che documenta il tour a supporto dell’album, un lavoro in cui Cosmo aveva investito molto sulla componente extra musicale: oltre ai visual, danzatrici ed effetti scenici. 

Esistere

Nell’intervista a Vice del 28 febbraio 2017, a successo di L’ultima festa già certificato, si legge in modo molto evidente la generale insoddisfazione di Cosmo per il tono predominante di Disordine, non priva di una certa amarezza ‘a caldo’: “Avevo visto un sacco di difetti nell’altro disco, quindi ho detto: ‘adesso prima cosa basta con ‘sti testi eterei filosofici che non si capisce un cazzo di cosa parlo, due basta con i synth fissi voooom, i bordoni che ti stordiscono e non muovono per niente il groove, e tre fare una cosa più danzereccia’. Perché avevo voglia di quello”. È significativo che Cosmo salvi “Esistere”, chiusura di Disordine, palese trait d’union acustico con L’ultima festa: “La faccio ancora dal vivo, ed è piena di punchline, frasi forti, cose molto concrete del mio vissuto, e per me è quella invecchiata meglio”. Tutto in “Esistere” sembra orientato al suo nuovo approccio alla composizione: la voce tenuta su registri bassi e confidenziali, l’apparente apatia del canto, il raffinato equilibrio tra una ricerca dell’hook di impatto e soluzioni meno immediate, tali da lasciarsi ascoltare più volte senza stancare subito (che è uno dei possibili limiti imputabili ad altri brani di Disordine, come “Ecco la felicità” ad esempio), i versi finalmente liberi dall’esigenza motivazionale, a suo modo un peso. In questa galassia – bignami esistenziale che è Disordine, in cui si evocano tanto i massimi sistemi limitandosi a intravedere l’anima dell’artista, “Esistere” ci catapulta nell’immediato privato, in una sequenza di immagini essenziali e alleggerite da esigenze metaforiche (“La campagna che scorre lenta / un furgone mi porta a casa”). E così, d’improvviso, alla fine del percorso, ci si ritrova davanti quello che sarà un tema centrale in L’ultima festa, qui nelle vesti di una gemma o di una profezia: la paternità (“tu non ci sei ancora ma già esisti un po’”). Senza enfasi retorica, ma come accompagnata da un piccolo brivido, una chiusura in un’atmosfera più realista del re, che forse non casualmente, richiede l’armonia in minore.

 

L’ultima festa – 2016 – 42 Records

Pubblicato all’inizio del 2016, L’ultima festa celebra il tentativo di Cosmo di evolversi in modo significativo rispetto alle strade tentate in Disordine, asciugando i testi da esistenzialismi troppo addensati e virando l’impianto sonoro verso una dimensione esplicitamente ‘da cassa dritta’. Con le sue stringate otto canzoni, sembra riuscire a compiere un miracolo: coniugare sensibilità da dj e scrittura ‘classica’ (in L’ultima festa si sentono ancora gli echi di Battisti, ma è forte anche la presenza di Lucio Dalla e Luca Carboni) senza sacrificare né uno né l’altro polo, andando così a titillare tanto i nuovi ‘indiewavers’ ventenni quanto una generazione più matura che non ha smesso di identificare il club – e l’elettronica, in generale – come il luogo dove si compie l’evoluzione musicale contemporanea. Complice l’uscita ravvicinata con album quali La fine dei vent’anni di MottaAurora di I Cani e Mainstream di CalcuttaL’ultima festa sarà identificato come l’asse elettronico in un gruppetto di ‘testi fondanti’ rappresentativi di una nuova fase di assoluta rigenerazione per la canzone italiana, che in tanti etichettano – spesso malgrado il benestare degli stessi artisti e comunque in violazione del significato primigenio del termine – come ‘indie’. Paradossalmente tutto ciò accadrà senza la complicità esplicita di Cosmo, che si porrà sempre come una figura isolata e autonoma: di fatto la scrittura di Cosmo condivide poco, se non nulla, del modello di composizione esplorato da questi artisti, tant’è che in L’ultima festa è evidente l’intento di discostarsi il più possibile da ogni residuo di scrittura che possa essere ricondotto a un’idea di ‘cantautorato tradizionale’. Quando dopo pochi mesi dalla pubblicazione alcune radio (Deejay su tutte) cominciano a trasmettere il trascinante singolo “L’ultima festa”, la notorietà di Cosmo esplode e l’album conquista un posto di rilievo assoluto nel quadro generale di un’annata considerata cruciale non solo dai media specializzati ma anche da quelli generalisti. Sintetico e attraversato da una eccezionale omogeneità sonora (soprattutto la prima parte, dove le canzoni paiono viaggiare quasi alla stessa velocità),  L’ultima festa si trascinerà come piccolo grande fenomeno per oltre un anno, piazzandosi alla vetta di molte classifiche di fine anno (compresa quella di Rolling Stone) e spingendo al massimo un tour trionfale, che registrerà quasi sempre sold out e che rappresenterà il compimento perfetto della dimensione notturna e festosa auspicata dalle canzoni.

Le voci

“Le voci” è stato il singolo di lancio di L’ultima festa, sebbene la sua notorietà maggiore sia arrivata diversi mesi dopo l’uscita del singolo omonimo. In quasi sei minuti, rappresenta e insieme sintetizza le principali novità introdotte ed esplorate da Cosmo in questo secondo lavoro: la seduzione dai ritmi del clubbing, la semplificazione del linguaggio rispetto a certe ricercatezze di Disordine, un canto più afasico e funzionale al contesto ritmico generale. Tematicamente “Le voci” mette al centro la dicotomia interiore come traiettoria costante nella propria vita, la scissione tra la notte e la mattina, tra un comportamento socialmente accettato e il ‘demone notturno’ del divertimento e della deviazione (le “porcherie” e il “silenzio dei sogni inconfessabili”). Sordida e piuttosto eterea, è il curioso caso di una traccia che si avviluppa nel mezzo avvolgendosi su una divagazione acid house che, in termini di espressività, è anche il picco dell’intero album, il momento in cui contenuto e forma sembrano combaciare miracolosamente, in una sovrapposizione perfetta tra elementi superata forse solo dal drop di “L’ultima festa”. “Le voci” è anche la canzone #301 delle nostre mille: leggi qui l’analisi completa.

 

L’ultima festa

È la canzone che ha la responsabilità principale nella scoperta di Cosmo da parte di un pubblico ampio e forse è anche una delle 3/4 canzoni che identificheranno a lungo l’esplosione della nuova scena indipendente degli anni Dieci. Irresistibilmente contagiosa come variazione sul tema “dancefloor” ma al contempo priva di qualsiasi nostalgia d’accatto, “L’ultima festa” è il culmine del nuovo periodo artistico del suo autore, alla ricerca di una sintesi perfetta tra musica elettronica da club e canzone pop all’italiana. Compressa a livello narrativo nei pochi minuti in cui un locale sta per chiudere contro la volontà dei suoi festanti clienti, si presta a più letture: da quella eroica a quella stupefacente, fino al potenziale manifesto vero e proprio (anche se Cosmo, verosimilmente, non era interessato a farne un inno generazionale). “L’ultima festa” è anche la canzone #822 delle nostre mille: leggi qui l’analisi completa.

 

Dicembre

Unica tra le otto canzoni di L’ultima festa a tirare in ballo un personaggio terzo, “Dicembre” mantiene la coerenza ritmica dell’intero album declinandola su toni più crepuscolari e narrativi, il cui riferimento più naturale sembrano essere certi ritratti post-adolescenziali di Luca Carboni (“Silvia lo sai” e “Farfallina”, naturalmente). Cosmo svela un nitore descrittivo che impressiona per efficacia, materializzando una provincia gelida, spenta e irrimediabilmente immutabile (“Il buio alle sette di sera / la sconfitta della primavera”). Il paesaggio è specchio del sentimento di inadeguatezza provato dalla giovane protagonista, lembo appeso di un rapporto familiare ferito dall’assenza, e si sa, tutte le assenze diventano più dolorose durante le festività. Nel descrivere i suoi sentimenti, le parole tradiscono un sobrio desiderio di conforto (“Ma dai, ormai / manca poco a Natale”), che ha il suo culmine nel ritornello e soprattutto nel teso bridge: elevando il canto da toni intimisti verso note più alte, Cosmo tenta di ricongiungere i fili tra le intenzioni del padre e l’ormai presa decisione della ragazza di andarsene per sempre. Che questo prendere posizione accada in un album piuttosto influenzato dal rapporto tra paternità e responsabilità, nonché non esente da letture psicanalitiche, è un dato significativo.  

In ogni caso, la canzone che potrebbe rappresentare il picco drammatico dell’album intero si portava dietro il rischio di uno scivolone di patetismo. È la componente musicale a fare in modo che non accada. Lavorando di sottrazione durante la strofa, talvolta appoggiata esclusivamente al ritmo, e giocando con cura su accordi di 4a e 11a, soluzioni armoniche fortemente votate alla sospensione, “Dicembre” si mantiene su stati di ariosità e morbidezza, quasi che il potenziale drammatico fosse stato completamente ovattato da una grossa coltre di neve.  In questo contesto, evocata In maniera affine a quanto accade in certe canzoni di Vasco Brondi, c’è l’adolescente protagonista,   il contesto agisce come uno specchio dell’inadeguatezza per la protagonista: “Ti specchi nella vetrina di un bar / Di un paesino di qualche migliaio di vecchi”.

 

L’altro mondo

“L’altro mondo” è ancora una canzone imperniata su scissione, dualismo e conflitto interiore, sempre tuttavia risolta verso una visione positiva. Da un lato c’è la tentazione, qui proposta nella forma di una vorticosa serie di immagini ravvicinate e rapide, tutte potenziali distrazioni; dall’altro c’è il richiamo della responsabilità, riassunto nell’immagine della figura da cui correre, senza pensare al resto. Nulla lascia pensare che questo richiamo contenga elementi drammatici, al contrario l’abbandono a questa parte di vita sembra quasi un anelito. Cosmo pare cantare da uno stato tra lo stonato e l’euforico, in un clima di generale empatia con il mondo: “Forse sembro uno scemo / Rido mentre cammino / In testa una vacanza, una festa, una tempesta”. Resta una posizione sottilmente ambigua: l’affastellarsi delle immagini, soprattutto nel bridge finale, sembra seguire una logica subconscia, in cui si alternano “le ambulanze”, “i passanti” e “le commesse dietro a un vetro” si confondono con i volti di “Carlo e Pietro”, i figli di Cosmo nella vita reale, in una generale commistione tra istinto e raziocinio che sembra affine a quella che anima “Le voci”. L’atmosfera, nel complesso, è esagitata e festante: gli accordi di synth tutti in maggiore pieni di alterazioni conferiscono una sensazione di non lucidità, rafforzata dal coretto femminile nel ritornello, al limite dell’ossessivo, quasi fosse un mantra da ripetersi. Sullo sfondo, “dall’altra parte del mondo”, si intravedono i segni di un’apocalisse da tenere a distanza, tra degrado e violenza: “C’è qualcuno che bestemmia sul cavalcavia / C’è qualcuno che si spara, c’è la polizia”.

 

Impossibile

A meno che non si ascolti la versione sul vinile, dove è posta in apertura del lato B, “Impossibile” può sembrare un naturale prolungamento di “L’altro mondo”, con cui condivide la tonalità, l’atmosfera euforica e persino la velocità, più alta di qualche bpm al limite dell’impercettibile. Variazione sul tema della predestinazione e della casualità degli eventi, posti ancora una volta in contrapposizione duale senza soluzione finale, “Impossibile” è organizzata attorno a due strofe che procedono per anafore (“nulla è per caso” e “tutto è per caso”) che conducono agevolmente al ritornello, in cui l’incontro tra lui e lei si carica di un entusiasmo decisamente carnale (“qui dentro questa camera / succede l’impossibile”). Anche qui Cosmo sembra voler introdurre elementi di riflessione esistenziale ma stando bene attento a stemperarne ogni potenziale ricaduta paranoica, facendo leva su immagini leggere (“Quella volta che hai detto / Ti aspetto qui per pranzo”) e un linguaggio pronto a deflagrare nel colloquiale (“Nulla è per caso / neanche il giorno di merda / in cui perdi la speranza”). Associata anche a un video che ben descrive l’aria del trionfale tour di L’ultima festa, “Impossibile” ha il punto di forza nell’impianto ritmico frizzante, dinamico e sottilmente swingante, seppur in chiave sintetica, al punto che l’impianto melodico sembra diventare quasi secondario, come se l’obiettivo fosse arrivare alla coda, quasi due minuti di improvvisazione che sembrano anticipare la libertà completa auspicata che dovrebbe essere finalmente raggiunta in Cosmotronic (lo scriviamo, al momento, potendo solo ipotizzare l’andamento generale dell’album, sebbene i corposi anticipi, circa 25 minuti di musica, molti dei quali strumentali, lascerebbe intravedere un album dilatato e, appunto, libero). 

 

Cazzate

Episodio autonomo nel contesto in 4/4 de L’ultima festa, “Cazzate” è un quasi speech a tempo ternario che spezza il crescendo euforico generato da “L’altro mondo” e “Impossibile” per riportarlo su una dimensione più introversa, fomentata dall’intonazione della voce eccezionalmente monotona. La canzone si apre in medias res, con una sequenza di buio pesto interrotto d’improvviso: l’immagine di “un lampo di luce che squarcia la notte” che alza il sipario sulla “corsa al rallentatore di una volpe che si è persa in città” viene intravista dal narratore nel pieno di un viaggio forse allucinatorio durante una notte in casa (“Il cervello va a mille / Quando fumo e poi leggo e poi penso e rileggo / Ho la testa che scoppia e non dormo più”). A questo punto, come in una digressione alterata in flusso di coscienza, Cosmo sciorina a ripetizione una fitta titolistica di letture, articoli, approfondimenti, spunti da dibattito, interpretazioni (“Il senso del disco di Kendrick Lamar”), controverità (“Chi ha finanziato la Jihad”). Sono pressoché tutte apparse sull’ipotetico blog che ha catturato la sua attenzione durante questo trip notturno in solitaria, e che qui agisce come fosse un gate dalla dubbia affidabilità sul modo di vedere la realtà oggi. Ci si sforza di trovare un senso a questa massa crescente di parole, descritta come bolle inconsistenti di dimensione crescente (“provo ad unire i punti / raccolgo le schegge / una mappa / un circuito stampato”), in una ricerca che porta a un’assunzione grama ma inevitabile: “L’Europa è un gigantesco luna park”. A quel punto non rimane che sospendere il giudizio su questa confusione, affidarsi al sonno, al risveglio e al tepore sensoriale della luce del giorno e delle sue gentilezze (“Caffè bollente carezzerà il mio palato”), fiduciosi che più che essere la notte a portare consiglio, sarà il mattino a invitare il protagonista, Marco, ad abbandonarsi alla leggerezza e mollare ogni fissazione interpretativa: “Marco, sono tutte cazzate”. La conclusione finale è coerente con la filosofia generale dell’album: tenersi il più possibile lontani da tutto ciò che possa degenerare in paranoia, anche quando le domande sembrano stimolare la naturale curiosità, piuttosto combattere questo spreco energetico con una fiducia spropositata nell’essenzialità. Come la musica, del resto: un giro su un accordo solo, con un ritmo elementare e pachidermico, ma che offre un’ottima base per il crescendo strumentale, stratificato e – ancora una volta – in qualche modo etereo.

 

Regata ’70

L’ultima festa si chiude su un dittico intimista e decisamente più disteso degli episodi precedenti. È Cosmo a fornire la chiave di accesso: “Chi legge “Regata ’70” come una canzone di nostalgia non l’ha capita. A me della nostalgia non frega niente. (…) Parlo soltanto di quell’immagine di quel sentimento che avevo verso mia mamma da bambino. La cerco in quei ricordi. E poi parlo del fatto che le cose cambiano, che poi ti rendi conto che i tuoi genitori non sono perfetti e infallibili ma esseri umani come tutti gli altri con le loro debolezze.” (dall’intervista a XL).

È un altro esempio dell’acume del suo autore nel fermarsi un attimo prima che la situazione degeneri in un potenziale stato paranoico, o qui in complesse elucubrazioni psicanalitiche, trattandosi di fatto di un brano interamente imperniato su una regressione infantile ‘autorizzata’ dalla dimensione onirica (l’immagine della Fiat Regata Bianca che riattiva il desiderio infantile del bimbo nei confronti della madre).  

Riecheggiante persino un certo Lucio Dalla dei primi anni Novanta, “Regata 70” è in verità Carboniana nella sua non enfasi della vocalità, nella linea melodica e in generale nello spirito. Per tutto questo, pare speculare a “Dicembre”, dove “Regata 70” è la terza canzone del lato B e l’altra è in posizione omologa sul lato A, ed entrambe rievocano un genitore e un figlio non direttamente dialoganti, ma accomunati da una tensione esplorata dalle liriche (su un fronte una figlia e un padre, sull’altro un figlio e una madre). In un album che è parso a molti innovativo per il modo in cui piegava la canzone tradizionale alle forme del clubbing, è paradossalmente un brano come “Regata ‘70” a fare da anello di congiunzione tra i suoi temi portanti, come la genitorialità, il subconscio, il sogno, il passato. Una sintesi persino visiva, visto che si può facilmente leggere “Regata 70” come una canzone – parafrasi della copertina dell’album.

 

Un lunedì di festa

Come in un loop circolare, la festa affrontata come se fosse l’ultima si conclude con “Un lunedì di festa”, come a confermare il sospetto che tutto il disco sia organizzato cronologicamente, partendo dal buio pesto per approdare alla luce del mattino. L’euforia e certe frenesie psicanalitiche scompaiono per assestarsi su toni ambient e rincuoranti, quasi pastorali. Ancora poche efficaci immagini evocano una provincia quotidiana che non deve per forza essere un luogo da cui fuggire: “Una gita sul lago / Pedalò e vino bianco / A mille all’ora col SUV / In un sentiero di fango”, fino al rendez-vous in un battistiano “campo di granoturco”. A suggellare quest’aria fresca di normalità e questa luce rigenerante è l’armonia reiterativa, ancora tutta in maggiore, in cui si fa strada, nella parte finale, la linea melodica di  un suono come di un organo sullo sfondo, tenue come potrebbe esserlo il motivo perduto di un Battiato di metà anni Ottanta, o persino il fantasma di Brian Eno che fa visita, naturalmente con la massima discrezione.

Cosmotronic – 2018 – 42 Records

Sei la mia città

A oltre un anno di distanza da L’ultima festa Cosmo pubblica come singolo autonomo “Sei la mia città”, che poi sarà integrata in Cosmotronic. È un brano centrale nel suo percorso, un’appendice sentimentale che punta i fari direttamente sulla scenografia naturale di L’ultima festa, emersa in frammenti, flash fotografici, atmosfere di passaggio e qui finalmente centrale: la città-madre a cui si torna sempre (dal tour, dalla notte in un club, dal tutto). La città di Ivrea, naturalmente, rifugio antimetropolitano e fieramente provinciale che Cosmo fa rimbombare nelle sue canzoni, in echi di un’acustica post-industriale (almeno quanto Microchip emozionale dei Subsonica risuonava della morte dell’industria torinese). Ma anche la città in senso metaforico: la casa, l’origine, le braccia aperte, la familiarità e, in un certo senso, persino la stessa famiglia. È proprio arrischiandosi in una ardita sovrapposizione tra città e donna che Cosmo riesce a mettere un po’ di pepe in questo omaggio, evitando il rischio di renderlo stucchevole. “Sei la mia città, ti vengo dentro / e se succederà, qualcosa nascerà”: nel gesto di “venire dentro”, violazione di un codice tacito in virtù di un raggiunto livello superiore di intimità, Cosmo infonde sbruffoneria da viveur di provincia e insieme aspirazione vocazionale: che rivolgendosi a Ivrea Cosmo stia auspicando la nascita di qualcosa, magari per sua mano/seme? Che abbia a che fare anche con Ivreatronic, l’evento fondato dallo stesso Cosmo nel 2017 che sembra il tentativo di esportare fuori città un po’ delle vibrazioni di un festival di rilevanza ormai colossale come il Club To Club? Oltre i riferimenti concreti, “Sei la mia città” diventa una dedica a tutto ciò verso cui si ritorna, al calore della dimensione nota, che non si cancella mai, al conforto che si accompagna al suo pensiero, anche quando si è lontani. Un’idea rinforzata dalla melodia: semplice e ripetitiva, senza le ridondanze ossessive delle sue canzoni più notturne; al contrario, caratterizzata dalla ripetizione costante del verso “sei la mia città” su un’unica nota, che ha qualcosa delle nenie, delle ninna nanne, o comunque del familiare. Tutti umori restituiti benissimo dal video diretto da Jacopo Farina, in cui il gruppo che accompagna Cosmo tra alberghi e corridoi che sanno di non luoghi e anonimato mettono in atto piccole trasgressioni, quasi fossero la versione astratta e cristallizzata di bravate da ragazzi, mentre un dolce ralenti e i colori di un mattino che pare ancora notte sfumano tutto in un tepore domestico, ovunque si trovi la mia città. 

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