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Se c’è un limite lo voglio spostare

L’ultima festa di Cosmo, da L’ultima festa, 2016

Cosmo - L'ultima festa

Nel 1982, anno di nascita di Marco Jacopo Bianchi, Jovanotti sta cominciando a fare il dj. Dal 2002 e per oltre un decennio Marco Bianchi è anima e voce dei Drink To Me, esperienza pressoché unica nell’immediato post Duemila italiano. Cantando in inglese, Bianchi può sperimentare formule che attraversano le evoluzioni musicali del periodo, in particolare quelle che coniugano una sensibilità psichedelica con l’elettronica contemporanea: Liars, Of Montreal, Animal Collective, e qua e là anche qualche fuga al limite della dance, come in “Future Days”. Passato il decennio, è naturale che venga il tempo di evolversi, e in qualche modo emanciparsi (dalla nicchia, dall’inglese).

Bianchi inizia a scrivere in italiano, muovendosi attorno al solco lasciato da nomi come Dalla o Battiato, cioè il meglio di chi ha declinato la canzone d’autore su strutture pop. Sotto il nome di Cosmo viene pubblicato Disordine, i cui testi ariosi (vagamenti afferenti a E già di Battisti-Velezia) si muovono su tessiture elettroniche piuttosto audaci per il contesto italico.  Il risultato suscita interesse critico, Cosmo viene indicato come ‘il nome nuovo’ della canzone italiana. Disordine è candidato ai Premi Tenco, ma il seguito da parte del pubblico non sarà ampio come sperato: questa asincronia tra il credito e la folla sarà indicata spesso da Cosmo come la spinta a muoversi ancora altrove, svelando la natura transitoria (sebbene necessaria) di Disordine.

In poco più di due anni si arriva a L’ultima festa, un titolo paradossalmente apocalittico, qualcosa che fa pensare al concetto di “ultima spiaggia” e a un tentativo in extremis. Si rivelerà un titolo propiziatorio.

Le canzoni continuano a essere costruite interamente su suoni sintetici, ma dell’impostazione psichedelica di Disordine è rimasta solo un’eco (Le voci, qui la scheda su Unadimille). Al suo posto, una caleidoscopio su fondamenta minimal techno, diffuse omogeneamente su tutti i brani. La voce è cambiata: sembra più sicura, piena, confidenziale e allo stesso tempo precisa di Disordine, sebbene svetti meno, quasi mai vada a inerpicarsi su note alte, rimanendo su registri bassi e un timbro quasi monocorde. I testi sono cambiati: invece che perdersi nelle riflessioni esistenziali, Cosmo le ha lasciate defluire il minimo indispensabile, fermandosi un passo prima che esse diventino voli pindarici. In compenso, si è messo a raccontare storie, più o meno compiute, ha iniziato a guardare altrove, a spostare il focus sugli altri (prendendo ispirazione, ad esempio, dalla sua esperienza di insegnante, come in Dicembre), a cesellare spunti minimi di vita quotidiana (Un lunedì di festa). Naturalmente non ha smesso di parlare di sé, ma ha cominciato a farlo in modo più immediato, quasi sbrigativo nel non voler perdersi in fissazioni interiori (Cazzate).

È evidente, all’uscita dell’album, che le potenzialità sono enormi. Nel momento in cui una nuova generazione di artisti risponde a una domanda di rinnovamento della proposta del pop italiano, L’ultima festa è un disco che si presta a essere interamente ballabile, innovativo per il contesto nazionale, denso di sperimentazioni sonore ma schiettamente popolare, in un ipotetico punto medio tra il Battisti de La batteria, il contrabbasso eccetera e lavori contemporanei come Zonoscope dei Cut Copy. Allo stesso tempo, è una possibilità di evoluzione della canzone d’autore “pura”, la stessa che Cosmo ha in qualche modo ripudiato dopo l’insuccesso commerciale di Disordine. Si respira (tanto) Luca Carboni, cioè la permutazione più originale delle eredità di Lucio Dalla e Franco Battiato che l’Italia abbia conosciuto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Cioè, tecnicamente, quando Cosmo era adolescente. Non è naturalmente casuale che tra Disordine L’ultima festa Cosmo utilizzi le cover italiane come un laboratorio di soluzioni sonore, e che una – incisa con Colapesce – riguardi proprio un classico moderno di Carboni, “Mare mare”.

Tra le otto tracce, L’ultima festa fa storia a sé. Musicalmente è un’esplosione del concetto di ‘ballabilità’ che Cosmo circuisce dai tempi dei Drink To Me ma che mai era arrivato ad esplorare in modo così esplicito, come se fosse una variazione su un tema proposto nel suo senso assoluto: il dancefloor. E allora il suono ha qualcosa di universale, attiene tanto agli 808 State quanto a The Field, per fare due esempi dislocati nel tempo. Ma è un suono anche senza nostalgie o retromanie varie: odora di fresco, di “qui ed ora”. Potrebbe essere reiterato all’infinito, continuerebbe a mantenere quello spirito ‘inedito’, rigenerante, che svela al primo ascolto. La dimestichezza e naturalezza con cui Cosmo si è approcciato a questo ambiente sonoro fa impressione, restituisce un artista davvero a suo agio con il contesto evocato, come fosse un habitat naturale.

Oltre il mero desiderio di fare una hit dance, che pure sarebbe legittimo, “L’ultima festa” tenta di essere anche qualcosa di molto vicino a un manifesto. È il racconto di una ventina di minuti circa, collocati temporalmente ad un’ora molto tarda, certamente prossima alla chiusura del nostro set spaziale. Una location anch’essa universale, che potrebbe essere il discopub di provincia o il tempio del clubbing della città metropolitana.

È ora di andare via

mi sa che chiudono il locale

eppure mi sento da dio.

Sono carico di energia, “sono preso bene”, non vorrei che finisse, farò in modo che non finisca. Saltata la percezione del dolore, o perlomeno della fatica, siamo in un’estasi perfetta, il corpo supera le proprie possibilità. Se la ‘nuova canzone’ dei vari Motta, I Cani, Calcutta e simili ruota attorno una vastità di manifestazioni di inadeguatezza, Cosmo è dalla parte opposta. Celebra quel barlume di speranza, perlomeno energetica, che ti vorrebbe invitare a godere la vita nonostante tutto. Senza il “nonostante”, addirittura. In poche frasi, il frame di un’istante, che conta molto di più di tutte le ore affidate alle routine quotidiana, quelle “voci” di ordinario che trainano verso la lucidità, la ‘sanitè’ (il dottore di Le voci), quell’”altro mondo” fatto di palazzi e ambulanze e commesse dietro le vetrine da lasciarsi alle spalle (L’altro mondo). Fuggire, subito. Spostare il limite, come antidoto di vita. Un limite che in senso oggettivo è l’orario di chiusura del locale, ma che vale come concetto stesso dell’andare oltre, una sfida al consentito, per andare “in là”, con la consapevolezza del rischio insito, visto che “più in là” è anche “più giù”.

E allora, la sfida diventa manifesto:

Bevo la notte, grido più forte, rido di te.

E quando mi dici che non esisto tu sparisci con me

Contro l’arroganza di colui che sta minacciando, svuotando di significa un’esistenza stessa (“mi dici che non esisto”) una reazione più forte, un gesto irridente, quasi un’incantesimo, affidato al dio della notte. E così questa ultima festa, questo documento di uno stadio di alterazione euforico che potrebbe sfociare in rissa, diventa l’immagine stessa di un non volersi conformare al concetto di imposizione, di ‘festa finita’, di una proibizione al corpo. In altre parole, di confine alla libertà.

Come un sasso scagliato contro il vetro del condomino incazzato che ha rubato il pallone ai bambini nel cortile.

Forse non era un’intenzione esplicita, e forse Cosmo non ama nemmeno che se ne parli in questi termini, ma “L’ultima festa” indiscutibilmente si presta benissimo a svolgere il ruolo dell’inno. Di chi ha perso l’interesse, anche sfiduciato, a cercare un dialogo con l’altro, il “limitante”, un chiaro simbolo di potere, e ha deciso di sfruttare tutta l’energia a disposizione per ingaggiare una lotta di resistenza, rischiando la propria integrità, per ribadire che per quanto annichiliti dalla società, siamo più forti. Possiamo fare festa, fino a quando vogliamo.

Certo, a leggerla in termini fisiologici, e più letterali, sembra la fotografia del momento in cui, alla fine di una serata già molto alterata, il protagonista potrebbe decidere di smettere e rientrare o di tirare ancora con gli psicotropi fino a quando può. Quel “mi porta suuuuuu”, ululato al cielo che si irradia in un acuto sintetico, sembra il suono di questo stato psicofisico. La decisione è che si va avanti, anche se “ci stanno cacciando via”, magari altrove, al prossimo after, o nell’ultimo dei bar aperti. Ciò non compete alla canzone, appartiene già ai minuti successivi alla chiusura.

Sempre nel solco fisiologico, “L’ultima festa” è, in particolare, una chemical song. Di uno stupefacente del 2016 – poniamo, di MDMA – descrive in forma ritmica e sonora l’arco allucinatorio che è in grado di generare. Decodificando con attenzione l’ammasso sonoro, si riconosce un loop a base vocalica in apertura di ogni bridge musicale, prima della strofa. Come se in questa solitudine dell’irriducibile festante, si generasse ogni vota un affastellarsi di voci, tutte alterate, percepite in modo ovattato, filtrato, ma tutte in movimento sulla medesima pulsazione. Come fosse un invito a ripartire subito con le gambe quando l’allucinazione lascia scoperti gli angoli della stanchezza (e non sembra un caso che ogni ritornello finisca con il ritmo che si ferma, e il tappeto sonoro che viene scagliato verso una specie di miraggio stellare, per poi ripartire).

Girando nei festival estivi, ogni set di Cosmo si è trasformato in una specie di rito collettivo dell’alterazione. Cosmo in particolare è sembrato potenziare questo aspetto, in modo quasi consapevole, scendendo direttamente tra gli spettatori, confondendosi nel casino, sbaragliando le cose sul piano logistico. Un gesto di annullamento del confine tra palco e pubblico che è la massima esemplificazione del significato di L’ultima festa, il suo ruolo di inno da club, l’invito a immedesimarsi nella danza al livello più profondo. Può sembrare banale, ma se si fa un rapido conteggio del panorama musicale italiano del momento, non sarà possibile trovare una canzone di tale forza propulsiva, per forza positiva, anche se non leggera come potrebbe sembrare.

Quando Radio Deejay ha cominciato a passare L’ultima festa nel suo airplay quotidiano, altro non ha fatto che cogliere questo spirito ed estenderlo lungo il suo senso più universale: un invito generalizzato a fare festa nonostante tutto e contro tutto, con il lunedì che incombe, pensando alla prima riunione nel gorgo del traffico, ricordarsi di quel momento l’altra sera (o l’anno scorso, o un’infinità di anni fa, quando andavo a ballare) in cui, semplicemente, mi sentivo da Dio. Incredibilmente, nel 2016: uno squarcio di vita, allo stato puro.

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