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Altre registrazioni del 2017

In quel luogo del mondo musica in cui l’artista prova disinteresse per la forma canzone più convenzionale o strutturata, o dove essa si sfalda, intenzionalmente, per diventare flusso, ci si imbatte facilmente in lavori che paiono paesaggi sonori, o che hanno proprio nella creazione di universi scevri dalla loro rappresentazione verbale hanno il loro primario obiettivo. Sono album da ascoltare tutti d’un fiato, sorvolando sulle separazioni, sugli inizi e sui finali. Le parole possono mancare del tutto, comparire nelle forme di frammenti destrutturati, essere appena abbozzate o addirittura eccedere i limiti: in ogni caso, esse agiscono nel disegno complessivo come elementi funzionali al pari degli altri, particelle di un sistema complesso, molecole necessarie solo in funzione dei loro legami. Altrove ho elencato le quaranta canzoni che esporrei in una mostra temporanea su questo 2017: in questa selezione ci sono invece le mie “altre registrazioni” dell’anno. Sono cinque tra lavori che si potrebbero definire album sperimentali o strumentali (ma che in realtà non lo sono), provenienti da continenti musicali opposti e tutte ugualmente – se non in misura maggiore, in certi casi – capaci di evocare quel che non si può vedere.

Don Antonio – Don Antonio

È il primo album da solista di Antonio Gramentieri, già Sacri Cuori, qui Don Antonio, prodotto con la collaborazione di Cesare Basile. Come uno di quei film post-moderni in cui certa Italia sembra la pampa argentina, il Delta del Mississippi o la foresta nera a seconda della luce che gli si vuole proiettare addosso, Don Antonio gioca con le suggestioni topografiche e le collisioni tra immaginari, come fanno certi lavori dei Calexico, o il bellissimo Film / O / Sound di Adriano Viterbini. È un gioco di seduzione lenta e sinuosa, dove nulla è strillato, ma tutto è suadente: rumba, cumbia, dub, twist, nenie sudiste e mestizaje rivierasche. Frammenti piccoli, giusto il tempo di cambiare luce al set, e ci si trova altrove, un altrove che è sempre distante ma con una punta di familiarità, come sognare un sunset davanti all’Adriatico.

 

 

Dig! Delve! Damn! – Clap! Clap!

In Clap! Clap! c’è un’idea di Mondo in cui le suggestioni ritmiche e atonali più distanti vengono portate a galla lungo i binari del comporre sintetico mettendosi al loro servizio, senza fagocitarle con violenza o alternarne la natura. A Thousand Skies, pubblicato all’inizio dell’anno, ha mostrato la natura più affabulatoria del suo talento: un album elegante, notturno e ammaliante, come se provenisse da un luogo indefinito, ma che respira di globo e vite passate e visioni future insieme (diciamolo global futurism, come il nome della playlist pubblicata da Clap! Clap! sul suo canale Spotify). Un lavoro che si colloca un emisfero più avanti di molta produzione strumentale o cantata in lingua inglese di suoi colleghi nazionali.

Da affiancare all’album principale è però anche Dig! Delve! Damn!, realizzato su commissione dal progetto RE:VIVE del Netherlands Institute for Sound and Vision e reso disponibile in free download. Di fatto un’iniziativa di etnomusicologia: Crisci ha avuto l’opportunità di esplorare gli archivi audio di Tropenmuseum di Amsterdam, che conservano field recordings realizzati intorno agli anni Venti del Secolo scorso in tutto il mondo. Voci lontane, sempre presenti, verrebbe da dire: pescando dallo Zambia alla Libia, dal Suriname all’Afghanistan, Crisci ancora una volta si inerpica su una lettura sottilmente pericolosa (è ricerca o post colonialismo culturale?) mostrando in modo palese i principi del suo comporre. Il risultato è di grande fascino: un frullatore intercontinentale che in una ventina di minuti dà l’idea di trovarsi al centro di un caleidoscopio contemporaneo, cullati dai loop ripetitivi dei canti secolari, accarezzati da certe suggestioni jazzistiche che in A Thousand Skies sembravano quasi tenute più a freno.  

 

Torturatori – Paolo Spaccamonti e Paul Beauchamp

Geometricamente divisi sui due immaginari lati di un LP, i Torturatori Paolo Spaccamonti e Paul Beauchamp giocano in maniera speculare, intervenendo l’uno nel campo sonoro dell’altro, alterandone il più possibile le possibilità e, finiti i quindici minuti a disposizione, ribaltando i ruoli. Così nel “White Side” è l’acustica di Spaccamonti in regime tonale a reggere la struttura – in fondo riconoscibile – e il compagno a seminare il panico, nel “Black Side” ci si muove all’interno di un paesaggio ululante di droni e inquietudini, dove è proprio la struttura a vacillare, come se le sicurezze millantate nella prima parte del lavoro rivelassero la loro caducità. Che l’ombra la si proietti da un lato o dall’altro, è comunque benedetta, tanto è capace di imprimere pathos al paesaggio sonoro: il resto lo fa il Dio dell’improvvisazione, ben disponibile a svelarsi, se evocato da mani tanto consapevoli.

 

Botanica – Deproducers

È l’ultimo esito del progetto composto da Vittorio Cosma, Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Max Casacci, in cui la musica presta letteralmente il fianco a una funzione insolitamente divulgativa, e insieme approfitta del pretesto scientifico per abbandonarsi a sonorità non facilmente esplorabili nella quotidianità del pop. Realizzato in collaborazione col brand di farmacia naturale Aboca e basato sulle ricerche del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, Botanica per Deproducers sancisce il passaggio dal macro e dallo spaziale (di Planetario) al micro e al biologico delle piante e dei vegetali, alla scoperta di una vita spesso non considerata tale. L’ascolto è stimolante anche in assenza del set performativo, svelando un potenziale ipnotico notevole, come potrebbe essere assistere estasiati al lento “Sviluppo di un fiore” o a un processo di “Fotosintesi”. In “Disboscamento” vengono a galla inserti percussivi dai principi industrial, ma è vero che su tutto aleggia una sensazione di allerta, e di tenue malinconia.

 

Rubisco – Donato Epiro

La rubisco, contrazione di ribulosio-bisfosfato carbossilasi, è un enzima responsabile di una parte cospicua di produzione organica della Terra. Alla rubisco Donato Epiro, biologo di formazione, ha intitolato il suo lavoro forse più astratto e rarefatto, ben più immateriale del suo già scarnificato “Fiume nero“. Siamo alle latitudini più lontane dalla forma canzone, persino dalle sue più destrutturate deviazioni, in territori decisamente estranei al cono ottico abituale di questo portale (e infatti il viaggio si ferma qui). Ma ci siamo perché una volta addentrati qui, in questa Area 51 in cui tutto ciò che è organico sembra aver abdicato per sempre, in favore della sua smaterializzazione, è difficile resistere alla tentazione di esplorare di nuovo, cogliere lampi di ritmo come scheletri metallici (“Scilla”) o allusioni tonali allo stato di rumori di fondo (“Rubisco”), come lontanissimi segnali da uno spazio tempo che abitammo e che oggi è il suo involucro nel suo disfarsi (“Nessuna natura”). Dovrei sentirmi molto più a mio agio tra bridge, hook e variazioni melodiche, e invece se dovessi indicare gli album di questo 2017 e avessi solo pochissimi gettoni, sono certo che uno lo terrei per questa fantasmagoria della fine, dal suo primo all’ultimo secondo. Perché da queste parti, così tremendamente familiari, ci si riconosce davvero meglio che altrove.

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