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T.S.O. di Colombre, da Pulviscolo, 2017

802 - Colombre - T.S.O

In mezzo al traffico sempre più congestionato dell’indie a trazione ‘synth’ che ha caratterizzato il 2017, l’esordio solista di Colombre, chitarrista di Maria Antonietta, si è distinto per il suo passo autonomo, rallentato ma brioso, ‘piccolo’ nelle forme (otto canzoni, 25 minuti totali) ma ricco di idee dense e ben messe a fuoco. Un brillante esempio di concisione pop e freschezza acustica, in cui le torsioni sonore di Mac DeMarco – influenza palese ed innegabile – o la sintesi dei Vampire Weekend sfumano in paesaggi nazional-familiari, da Nico Fidenco (Bugiardo) alla Mina dei primi anni Ottanta (Blatte, co-prodotta con Iosonouncane, da riascoltare vicino a una gemma misconosciuta della Tigre come Già visto, per coglierne la finezza citazionista dell’arrangiamento).

Questa felice immediatezza armonica che attraversa l’intero Pulviscolo con una rapidità talmente sorprendente da avere subito il desiderio di ricominciare da capo, investe in leggerezza anche i versi: sono canzoni articolate in modo molto diretto tra un io e un tu, dove tu è senza alcun raggiro linguistico l’amore attuale, la compagna abbandonata o il coetaneo votato all’inazione (Fuoritempo). O soprattutto, nel brano più poetico dell’intero lavoro, l’amico di un tempo “caduto giù nel labirinto del T.S.O.”.

Qui si fa riferimento a un tòpos non inedito nella canzone italiana, quello della compagnia di gioventù ritrovata adulta in uno stato di abbandono o delusione: ci si potrebbe scrivere un intero saggio, partendo dai Pooh e girando attorno ai vari Vasco Rossi, Renato Zero, Fabio Concato, i Baustelle de Le rane. Ma a pensarci e ripensarci, non trovo facilmente un brano che, come T.S.O., metta insieme il legame del passato, rivisitato senza nostalgie barocche, con un’immaginario del presente brutalmente onesto nel descrivere il disagio di questo”Icaro” ormai irriconoscibile, tra psicofarmaci, spaccio e pasticche.

Colombre_pulviscolo_fotografia

La scrittura è particolarmente attenta, quasi trattenuta, a non disperdere alcuna energia superflua né a debordare nell’inutile. Colombre è un esordiente ma non è certo alle prime esperienze: sa bene quanto il brio dipenda strettamente dalla capacità di non appesantire il carico dell’evoluzione armonica, né tantomeno è interessato a porre sottolineature enfatiche a versi che, tecnicamente, sembrano parte di un colloquiare rapido e impalpabile, quasi quotidiano. T.S.O. è la prova del nove in questo senso: dove la traccia poteva offrire il fianco da un lato a paternalismi insostenibile o dall’altro ad altrettanto noiosi maledettismi, Colombre sgancia i pesi da entrambi i fronti e si rifugia in un ritmo sfuggente, amichevole ma discreto, in grado di mettere insieme una nostalgia autentica ma appena rievocata (“non mi sembri tu, amico”), con un pragmatismo assolutamente funzionale, cristallizzato in una progressione di variazione di accenti e alterazioni sillabiche, raffinatissima seppure non virtuosistica:

fregatene

fregatene

fregatevene

come una volta

La sciolta abilità la si avverte soprattutto nel modo in cui queste due istanze tematiche – il “che ti è successo” con il “forza, riprenditi” – vengono fatte convergere in una struttura musicale fascinosa, dall’insolito carattere discendente.

Articolata su una forma anomala, composta da un’unica strofa e da un unico ritornello, la canzone è costruita attorno a tre centri melodici che partono sui registri alti e – sovvertendo una grande piccola regola scritta – si spingono sempre più giù, fino a diventare un sussurro, un bisbiglio in un orecchio, come a tutelare invece che a sbandierare il cuore del messaggio, la parte più intima.

colombre_tso_partitura_unadimille

Tutto avviene sotto un tetto di suoni tanto morbidi e sempre luminosi, seppur attraversati da un singolare riff arabeggiante (prodotto, spiega Colombre, da un “sintetizzatore Cammello”) che in qualche modo allude a una stranezza congenita, a un disturbo strisciante.

È il suono che mette il sigillo di anomalia su T.S.O., forse la promessa più risplendente di Giovanni Imparato. Una canzone di rivalsa psichiatrica non affettata, per nulla retorica eppure carica di un’energia benefica, sinceramente depurativa.

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