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Il poster e l’adesivo

Cattiva di Samuele Bersani, da Caramella smog, 2003

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Era l’estate del 2011. Come ormai era un’abitudine da qualche anno, spendevo alcuni giorni di pausa ospite di alcuni amici nel tarantino. L’area era quella tra Campomarino e Porto Cesareo, un tratto di costa ionica le cui struggenti spiagge sabbiose sono state invase dal turismo di massa più lentamente che in altre zone più a sud, come il Salento gallipolino. Guidati da una forte repulsione per i mega-eventi e l’intrattenimento programmato, le nostre serate consistevano in una ferrea ricerca di sagre contadine e feste patronali, un sano ibrido tra sacralità arcaica e paganesimo spinto che ha sempre rappresentato un antidoto potente al cinismo frenetico del vivere in città nel resto dell’anno.

Uno di questi piccoli comuni agricoli dove si festeggiava il santo di turno era improvvisamente diventato, suo gigantesco malgrado, un nome caldo nell’opinione pubblica nazionale. Nel borgo di Avetrana, dove fino a un anno prima l’evento più eclatante era, appunto, la sagra da cui parte questo racconto, c’era stato l’omicidio di una quindicenne, Sarah. Per quanto gli elementi sul tavolo in prima battuta – l’ambiente familiare, le invidie, le bugie, la futilità apparente dei moventi – potessero lasciare intendere che ci fosse un buon potenziale di morbosità, nessuno poteva immaginare in quale proporzione la materia sarebbe stata ingigantita, per l’effetto congiunto della voracità mediatica e di un tortuoso compiacimento a comparire in video, depistando e confondendo le acque, dello stesso nucleo familiare. Il delitto di Avetrana sarebbe diventato per un po’ il delitto nazionale per eccellenza. Zio Michele, Sabina e Cosima, anche in virtù di una loro corposa complicità, avrebbero occupato i ruoli di protagonisti nella nuova stagione di caccia all’assassino, la serie tv più infestante, immarcescibile e sorprendentemente longeva del canale paese Italia.

Erano passati dodici mesi dall’evento. Rientrando dalla sagra, ci sfidammo a passare in auto dal vicolo dove si era consumato il delitto. Ci sentivamo in qualche modo ragazzini, esploratori nel pieno di una bravata, come in Stand By Me. Ma avevamo trent’anni. Ricordo che contestai blandamente l’iniziativa, che mi sembrava stupida (e lo era). Quando l’auto entrò nel vicolo, fui assalito da una sensazione orrenda. Lì attorno non c’era niente: solo villette, cancelli, luci spente. Eppure quel luogo parlava, o meglio, riverberava all’interno di uno spazio della mia memoria che non era associato a un mio personale vissuto, ma esisteva, aveva concretezza. Risuonava di inquietudine e di migliaia di telegiornali. Quel vicolo magneticamente titillava “la mia curiosità impregnata / di pioggia televisiva”.

L'era del delitto di Avetrana è contrappuntata dalle irriducibili titolazioni del salotto-Italia di "Porta a Porta", una sorta di sottogenere linguistico che fornirà - e fornisce ancora - un parametro di riferimento della morbosità. (Fonte screenshot: Davidemaggio.it).

Cattiva è una canzone nata molti  anni prima del delitto di Avetrana. È nata nell’epoca del plastico della casa di Cogne da Bruno Vespa, a qualche anno di distanza dal caso dei coniugi di Erba, molto dopo Erika e Omar, per molti l’evento che avviò una nuova fase della tele-drammatizzazione della cronaca nera. Eppure tanto è puntuale e inventivo l’approccio di Samuele Bersani al tema, che è come se fosse stata scritta nel momento in cui la sia ascolta. Perché in fondo la cronaca nera è rimasta un cavallo di battaglia della tv generalista, anzi, nel corso degli anni ha permeato i confini di formati televisivi che non erano nemmeno nati o pensati per farlo. E dall’altra parte dello schermo, si è solidificato il ruolo degli arbitri assoluti, oltre la verità, detective da schianto immuni a qualsiasi regola giurisprudenziale, paladini della morale guidati da impulsi infallibili, refrattari anche alla più evidente evidenza di innocenza.

Questi omicidi diventati casi nazionali accadono negli anni in cui le città consolidano il loro ruolo di centri attrattivi e si espandono in sempre più vaste aree periurbane, accogliendo una straordinaria quantità di flussi demografici esteri. Di contro, da Erba ad Avetrana, da Cogne a Garlasco, la provincia ci viene raccontata come un immaginario teatro della tranquillità a cui saltuariamente viene fatto saltare il coperchio, rivelando orrori e crudeltà, cinismi e ossessioni che sfociano in delirio. È il primo stadio, il più classico e imprescindibile, di ogni racconto mediatico del nero: gli inviati piombano in anonime strade di località fino a quel momento quasi incontaminate, intervistano i passanti, “sembrava una persona tanto perbene”. Si fanno nomi delle vie, si inquadrano villette, cancelli, inferriate, rotatorie. La proprietà privata disvelata. La nazione assorbe, in pochi giorni, nuovi dizionari topografici. È la medesima urbanistica dell’inumano celato dietro il decoro su cui David Lynch ha costruito un intero filone della sua fortuna, da Velluto Blu a Twin Peaks.

Questo contesto, penso, è importante da tenere in mente ascoltando la canzone di Bersani. Il protagonista di Cattiva non mi pare il piccolo schermo in sé, ma un immaginario gruppo di spettatori – verosimilmente un nucleo familiare. Sono persone confinate in un auto-isolazionismo, barricate nelle case del loro anonimo quartiere. Muoiono di noia: “Raccolgo i sassi rotondi in una scatola quadrata / ho un passatempo inutile”, dichiara il protagonista, individuando lui stesso la futilità, al limite del delirio, del suo uso del tempo.

Il fatto scatenante è, in Cattiva, il caso di cronaca, che accade “casualmente” proprio nel giorno in cui gli annoiati protagonisti hanno deciso di farsi un giro del quartiere, praticamente un evento eccezionale.

Usciamo fuori dal quartiere una volta al mese solo di sabato

ma pensa che coincidenza…

L’eccezionale vicinanza geografica con il fatto scatena una reazione compulsiva. Sconvolti nella routine, i nostri si proiettano improvvisamente nel piccolo schermo, come avvertissero la chiamata all’essere protagonisti. Lo fanno perché, molto semplicemente, l’hanno visto già fare. Hanno visto vicini e dirimpettai intervistati, nei casi di cronaca precedenti, e non riescono a fare a meno di seguire questo copione telecomandato, questa coazione a sentirsi Truman.

Sembrano distanti, ma in realtà siamo noi. Quelle volte in cui un evento tragico o violento incrocia, con la sua traiettoria, un pezzo del nostro percorso. Ci ritroviamo ossessionati nel cercare di convincere chi ci sta intorno che “io lo conoscevo bene”, che tutto è accaduto proprio a due passi da noi, che per una questione di minuti potevamo essere proprio noi. Come se avessimo la foga di esserci, in quella storia, come se dipendesse da quel misero comparire da comparse il nostro esistere.

Così mi spiego il verso-chiave di Cattiva, e probabilmente uno dei più corrosivi mai scritti in una canzone italiana dal Duemila in poi.

Chiedi l’autografo all’assassino

Cioè: l’evento è già spettacolo, noi siamo dentro. I piani si fondono e confondono: il killer diventa star, colpevole o innocente che sia, quel che conta è l’ebbrezza, l’occasionale possibilità di esserci finiti dentro alla storia, la chance di guardare “il colpevole da vicino”. Approfitta, fagli una domanda, toccagli la gamba, come fosse una reliquia. Dì: io c’ero.

Sono le stesse forme di incitamento che potrebbero farsi un giornalista d’assalto e un video reporter sul campo, ma il punto è proprio questo: lo spettatore è chiamato ad agire all’interno della realtà già spettacolo, e lo fa adottando i mezzi che ha a disposizione, che sono il prodotto del linguaggio che ha subito. Si tramuta in reporter. Un linguaggio cinico che inevitabilmente, in nome del diritto di cronaca, penetra dove è inopportuno penetrare. In grado di trasformare ogni singolo dettaglio in dato eclatante, o peggio di trasformare una congettura in un assunto di colpevolezza.

Nella seconda strofa Bersani immagina il suo protagonista, euforico per l’improvviso coinvolgimento nella storia, prendere parte direttamente al tribunale simbolico messo in piedi dai media: “È stato lui / io lo so”. È qui che si apre, come l’uovo di Alien, il prodotto più subdolo di questo meccanismo pervicace, il più mostruoso: nella convinzione di essere dotato di tutti gli strumenti per giudicare, compreso il diritto di poterlo fare, l’individuo giudica, esprime la sua sentenza, cercando di cooptare chi gli è attorno, sbracciandosi per convincere che lui, davvero, ha la verità in mano. Qualsiasi tentativo di vedere i fatti con cautela, in attesa che il quadro sia chiaro, viene bollato come “la campana degli innocentisti”.

L’Italia non è diventata il Paese dell’opposizione tra garantismo e giustizialismo, oltre la ricerca pura della verità: lo è sempre stato, ma certamente il coinvolgimento magmatico del cittadino comune nei “processi mediatici” ha consolidato questa posizione, rendendo il tutto più feroce, autorizzandolo a comportamenti arcaici, come una battaglia tra gladiatori che si squartano davanti all’imperatore.

Anticamente ero io un centurione con la spada

e non lo posso difendere

È lo stesso Bersani che ci ricorda che così siamo sempre stati, attraverso un capitombolo dal sapore ancestrale, straordinario per capacità corrosiva. E ancora, viaggiando tra le epoche, evoca Galileo e Giovanna D’Arco, la gogna pubblica e il rogo come atto di pura libidine: “provavo immenso piacere / mi sentivo bene a vedere come si muore”, come a dire che la forza dell’intero processo mediatico sta, in fondo, nell’aizzare la violenza più recondita all’interno dell’essere umano, fomentandolo in particolare per quella sua capacità di mal digerire la verità, anche quando gli si palesa davanti in modo pressoché limpido, ma che così è sempre stato, così sempre sarà. Siamo fatti così.

Smascherata questa crudeltà, il nostro spettatore-gran giurì e disvelato nell’intento del suo agire. Che è cruento: la domanda all’assassino deve essere spietata, come un proiettile al ralenti di cui ci viene mostrato “il foro d’entrata”, che si piazza lì e fa il suo dovere “senza visto d’uscita”. Che Alberto Stasi o Sabina Misseri o Massimo Bossetti o Raffaele Sollecito siano realmente colpevoli o innocenti poco importa, non rileva in questa riflessione: conta prendere atto del fatto che una fetta abbondante della cittadinanza, al limite del plagio, decide a un certo punto quale verità adottare, senza riserve. Lo show mediatico può orientarsi tra posizioni più colpevoliste o cautelative a seconda della trasmissione, ma in fondo il punto resta quello: noi puntiamo il fuoco sul presunto assassino, perché voi aboliate la presunzione. Quando l’avrete fatto, ve ne sarete impossessati del tutto. Volete Gesù o Barabba. Esaurita l’attenzione, vi offriremo un’altro piatto da “strafogare”: “comincia un’altra partita”.

(Fonte Screenshot: Tvblog.it)
(Fonte Screenshot: Tvblog.it)

Cantare dei meccanismi di costruzione di senso della televisione non è certo qualcosa di eccezionale. C’è una letteratura fittissima di canzoni sagaci sul piccolo schermo, intensificata ovviamente con l’avvento della tv commerciale, dagli Ottanta in poi. Ma Cattiva ha qualcosa di speciale, qualcosa che la posiziona su un livello superiore. Come ho cercato di mostrare, la televisione, in Cattiva, è solo un pretesto narrativo, uno strumento di coercizione che serve a rivelare lo stato belluino in cui amiamo, a fasi regolari, posizionarci. Cattiva parla semmai di come abbiamo assorbito questa dinamica in modo ampiamente osmotico, non inserendo alcun filtro tra noi e il discorso dichiarato. Di come, in sostanza, siamo rimasti allo stato puberale nella nostra educazione al mezzo televisivo. A metà degli anni Dieci discutiamo e ci flagelliamo per l’overdose di bufale che pervadono il web, e ci incarogniamo quando un nostro simile ci casca, quando non riesce ad accettare che una non verità non sia verità davvero. La tv, intanto, è sempre lì. Non ha perso un briciolo del suo potenziale di coercizione. Semmai, ha trasferito la dinamica sul mezzo più giovane, il web. Ma alla fine, sempre spugne rimaniamo.

Tutto ciò, in un pezzo tutto sommato semplice, che ha però quei dettagli disturbanti tipici del suo autore. Bersani, si sa, è un costruttore di armonie sbilenco, un compositore a cui non piace mai cercare la soluzione più semplice, ma che mai risulta arzigogolato, complicato in modo fine a se stesso. Cattiva è interamente in minore e ruota attorno a un arpeggio piuttosto convenzionale di chitarra; i versi chiudono, tuttavia, sempre su un accordo che “devia” dall’ambiente sonoro di provenienza, come se rappresentasse – e qui lavoro di immaginazione – l’altarino scoperto, il dubbio seminato (per i non tecnici, lo si ascolta in modo evidente su “un passatempo inutile” o “sono di un’altra razza”).

L’idea di dubbio insinuato, di pettegolezzo quasi, risuona anche in un paio di altre scelte. Nella terza battuta del verso iniziale della strofa c’è un cromatismo particolarmente sottolineato: le frasi “decidere la strada” o “non credo alla campana” (cantatele!) sono cantate, ascoltando con cura, quasi ‘forzando’ la linea melodica su note che non appartengono alla scala di appartenenza, un po’ come insistere sui tasti neri di un pianoforte quando servono soltanto tasti bianchi. Anche qui, lavorando di suggestione, il senso è tagliente, disturbante, un raschiare con le unghie sul muro a creare una sensazione di fastidio, irritazione. In più, e questa è la seconda delle singolari scelte di Bersani, la metrica del verso incespica su alcune sillabe: “de-de-cidere la strada”, “no-no-non credo alla campana”, come se chi pronunciasse quelle parole balbettasse, nell’ansia di dover dire la sua, o peggio, nel rimarcare come in preda a un delirio puntigliosetto la sua posizione. Quel “no-no-non” me lo immagino proprio accompagnato dal ditino che fa sinistra-destra, il volto deformato in una smorfia irridente di castigo, la fronte corrucciata.

C’è poi una chitarra elettrica in distorsione, suono non così comune nei brani di Bersani, a colorare l’ambientazione del brano. Per due terzi dello sviluppo, la si ascolta sullo sfondo scagliare note altissime, che paiono urla lancinanti dagli inferi. Terminata l’esposizione del brano, dopo l’ultimo secondo, l’arrangiamento “la libera”, consentendole di occupare lo spazio centrale dello spettro sonoro. Anche qui, non c’è banale enfasi: tutto ha il sapore di un ordinario svolgersi dei processi, cruento ma sbrigativo. Esaurito l’interesse per un delitto, scarnificati i cadaveri in cerca delle tracce, cerchiamo un altro totem a cui riservare mesi di attenzione. Si riparte, ancora.

Cattiva, dunque, mi fa pensare sempre ad Avetrana. A quei pochi minuti di brivido insulso, eppure tangibile, nel vicolo di fronte al garage di Zio Michele. Ricordo con precisione che, lasciato il paese alle spalle, nessuno volle in fondo commentare, in quella auto, ciò che (non) avevamo visto. L’orrore non fu tanto nel contenuto del delitto in sé, talmente rimasticato e digerito che non aveva lasciato più tracce, ma forse più nel nostro ritrovarci stanati in quella curiosità morbosa. Ammettere che eravamo come tutti.

Zio Michele si autocondannò e autoscagionò a più riprese, mentre ex fidanzati, zie, cugini/e e altri gradi di parentela penetravano le maglie larghe lasciate loro aperte dai format televisivi nel pieno della loro caccia. Tutti i membri di questa compagnia mirabolante di teatranti dimostrarono di aver assorbito e fagocitato alla perfezione la lezione della televisione, i meccanismi e i ganci su cui far leva. Una dimostrazione di comprensione massima del linguaggio, talmente sopraffina da essere utilizzata in termini al limite del ludico, con dichiarazioni fasulle, annunci di colpi di scena fatti dagli stessi membri del nucleo familiare, dichiarazioni spontanee. E lo zio sul trattore a passare da una parte e dall’altra, davanti ai microfoni, con una nonchalance abbacinante. Michele Misseri forse è il vero protagonista di Cattiva, l’uomo a cui pensava realmente Bersani prima che tutto accadesse, senza saperlo. Oltre i ruoli di vittima, complice e carnefice, Zio Michele è diventato un meme da condividere per sempre. L’uomo che dice “ho stato io”, stampato “sul poster e l’adesivo”.

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