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Il viaggiatore solitario Salvemini

Ho provato a raccontare quanto il gioco più frequente di Caparezza sia assumere sembianze altrui per dare ossigeno alle visioni del mondo filtrate dal suo personaggio. Al punto che ne è venuta fuori una sorta di codice, un meccanismo necessario per apporre sottolineature anche ingombranti sulla società e le sue incongruenze. Dopo quasi un ventennio di attività questo sistema di costruzione di senso è talmente rodato che rischia di volatilizzare la sua dimensione più personale, quella in cui – tra le pieghe delle molte personalità inventate, riattualizzate o deformate – scorgere il lato più intimo dell’espressione. Caparezza intimista: sembra un paradosso, o una stonatura.

Eppure Caparezza sa essere fascinosamente introverso. Accade raramente, ma riguarda canzoni che nel suo percorso hanno un peso rilevante. Al punto che, in questa sfida ad estrarre dal cilindro delle teste di serie rappresentative, anche questi episodi di “Caparezza autobiografico” penso meritino un’esplorazione, se non altro perché in questi casi i toni tendono a mutare.

Fase 1: l’intollerante

Un buon esempio di emersione del Salvemini “personale” è La mia parte intollerante, singolo di grosso successo da Habemus capa. È notoriamente una canzone esemplare sul vivere l’adolescenza da ‘diversi’, in cui Capa veste i panni di un minorenne introverso e bullizzato, un loser autoritenuto “patetico”, sdegnato dalla vuotezza dei suoi coetanei. La violenza è il motore fondante della canzone: in questo acuirsi di soprusi senza risposta, il personaggio matura un’attenzione per “la mia parte intollerante”, quella che gli rende “rivoltante tutta questa bella gente”.

La parte cantata è affidata alla voce di Gennaro Cosmo Parlato, in un simbolico ibrido vocale tra maschile e femminile che si muove in un’atmosfera acquatica, sospesa, quasi celestiale in senso ironico. Dopo aver descritto nell’ultima strofa il suo desiderata per un mondo differente (io vorrei “Cari professori miei, io vorrei / Che in giro ci fossero meno bulli del cazzo e più gay / Più dreadlock e meno Moncler / Più Stratocaster e meno DJ”), Capa sopraggiunge a Parlato nell’ultimo ritornello, sovrapponendosi e infine sostituendosi con la voce, tracciando un crescendo in cui il ritmo incalza e i toni morbidi si trasformano in nevrosi, isteria e infine violenza vocale esplicita, quasi un rigurgito, un conato di vomito nauseabondo e stridente. Come un alien orrendo che fagocita le fattezze di una efelide, è in questo finale che pare di vedere Caparezza spogliarsi temporaneamente delle vesti del suo personaggio per rivelare una indole genuinamente feroce, con un’intensità grunge che tende pienamente all’introversione. È una suggestione, ma sembra un momento di verità privata.

Fase 2: l’eremita

C’è un momento altrettanto ‘rivelatore’ in Chi se ne frega della musica, da Il sogno eretico. Qui ci muoviamo all’interno di un brano integralmente in prima persona, una sorta di manifesto dell’autonomia di Caparezza rispetto al ‘sistema musicale’, che tocca un altro tema classico del nostro: la voracità della visibilità, l’indispensabilità di una dimensione di ‘costume’ per comunicare l’artista che sposta l’attenzione dal messaggio principale, cioè la musica. È un’esposizione di self-proclaiming in verità piuttosto in linea con il linguaggio tradizionale dell’hip hop, che però più che sferrare attacchi espliciti a colleghi, concentra lo sguardo sulla propria scelta di isolamento. Una diversità ‘non sorciniana’, cioè non rimarcata come elemento di distinzione di Capa e dei suoi fan dal resto dalla massa, ma piuttosto un’elencazione di mancanze e debolezze, come un occhio di bue auto-puntato, lasciato libero di essere spietato.

“Ed io non so cantare, già, ma soprattutto / non so piangere in pubblico per bucare lo schermo / toglimi tutto questo che magari mi fermo / di certo non mi freddo in una stanza d’albergo!”: filtrato dal classico immaginario della copertura mediatica, dei talent come compendio farmacologico a una notorietà effimera e della pornografia dell’artista, è un Capa profondamente solitario quello che parla, che persino visualizza la morta e il suicidio, soltanto compensato da una musicalità ridanciana, una sorta di marcetta bandistica con echi di Rino Gaetano che serve a smorzare i toni e a dare a tutto un irrinunciabile tono teatrale (il video del brano, del resto, è girato nel restaurato Teatro Petruzzelli di Bari, tra figuranti in costume).

Fase 3: l’avventuriero

Certo, il posizionamento ‘al di fuori del sistema’ è anche parte di una retorica del genere, in particolare del rap. Ma è difficile contestare a Caparezza che questo rifiuto non sia autentico, guardando alla carriera che si è costruito, espulso com’è effettivamente dai circuiti canonici della comunicazione musicale odierna.

Chi se ne frega della musica, fin dal titolo, è autobiografismo basato sulla negazione. In Museica, tuttavia, Caparezza esporrà un nuovo nodo del suo mondo interiore, stavolta evolvendo il messaggio interamente al positivo. China Town, a tutt’oggi, è forse la canzone più intima mai pubblicata: Capa abbandona completamente la necessità di scagliare fendenti verso l’esterno, al punto che non ci sono neanche degli interlocutori. In compenso, rallenta i tempi e sceglie una forma insolita di ballata, dove a propendere è – quasi eccezionalmente – la melodia e dove l’incedere armonico assume un sapore quasi velatamente ‘classico’.

Formalmente l’ispirazione è un quadro, come tutte le canzoni di Museica, ossia “Il Quadrato Nero” di Kazimir Severinovič Malevič. Ma qui il pretesto sembra piuttosto labile: al centro del racconto c’è un Eden conosciuto, un luogo immaginario costruito attraverso un altro dei mirabolanti giochi da titolista del nostro. Non c’è nemmeno bisogno di spostare vocali o sostituire consonanti: China Town esiste se letta in italiano, con la ‘china’ a rievocare un mondo letterario maestoso e antico, l’immaginario della grafomania come nostalgia di un modo arcaico di concepire l’atto creativo, dove “l’inchiostro corre al posto del sangue”.

Senza il camouflage o la necessità di attaccare per raccontare (o di negare), Caparezza svela pacificamente in che modo concepisce la sua natura di artista. È un immaginario ancora una volta solitario, ma che ha a che fare con i mondi dell’esplorazione e del distacco dai condizionamenti (“senza web e layout”), con l’intero universo del viaggio come percorso interiore, con Salgari, Verne, Conrad. Ancora più intima è l’ammissione di un approccio quasi francescano all’atto creativo: sottolineando fieramente l’essenzialità dell’armamentario (“nello zaino i miei pennini e le carte”), Capa ammette l’umiltà come valore-guida (“a volte la felicità costa meno di un pound”).

Le iper-costruzioni che popolano certe raffigurazioni grottesche e complesse, le narrazioni ipertrofiche dei concetti alla base dei suoi concept album, i continui tranelli lessicali, certe arzigogolate figure retoriche, il rifiuto dei meccanismi di autopromozione, l’ostinazione a difendere la propria autonomia artistica (e politica): tutta questa architettura deriva da qui, sembra dire Capa, da questa elementarità del gesto, che in qualche modo smaschera un approccio quasi pre-adolescenziale, come un ragazzino ancora in grado di provare la malizia del fantastico, la sorpresa del gesto che crea. Non a caso, China Town è anche uno dei brani in assoluto meno fraintendibili, dove le parole dicono palesemente quello che devono dire, il sarcasmo scompare, un anelito di purezza aleggia con odori infantili. Così il senso, spogliato da ogni orpello, attraversa le cose come un gas, e come in un atto divinatorio Caparezza rivela l’interezza trasparente del suo fare musica, la ragione effettiva del suo scegliere di stare da solo, pur di fronte alla potenza che è, per forza, un pubblico cantante.

È con l’inchiostro che ho composto ogni mio testo

Ho dato un nuovo volto a questi capelli da Billy Preston

Il prossimo concerto spero che arrivi presto

Entro sudato nel furgone osservo il palco spento

Lo lascio lì dov’è

Dal finestrino il film è surreale da Luis Buñuel

Arrivo in hotel, la stanza si accende

E’ quasi mattino, c’è sempre una penna sul comodino

China Town è un brano che solo un artista con molti anni di esperienza potrebbe scrivere, uno che è dovuto passare attraverso tantissime maschere diverse e gradualmente imparare ad aprirvi all’interno spiragli di vulnerabilità sempre più grandi: la violenza subita che impara a rovesciarsi in rabbia di La mia parte intollerante, il rifiuto come linguaggio e l’isolamento come pratica di Chi se ne frega della musica, per mantenermi sugli esempi scelti, sono passaggi imprescindibili per arrivare alla città della china.

Qui, finalmente, rileggere il passato liberato dal suo peso: esperienze della vita come frammenti di specchi in cui l’artista impara a scorgersi, uno stato libero che richiede distacco, isolamento e viaggio per essere raggiunto, e che quanto lo si raggiunge, consente di accedere all’essenza del messaggio. Alla fine questa China Town, con la sua piccola epica avventuriera e il suo finale musicale che dà l’idea di una figurina che si allontana all’orizzonte fino a scomparire, mi ricorda tanto la fotografia interna di E già, il traslucente disco ‘puro’ pubblicato da Battisti nel 1982 dopo Mogol e prima di Panella.

Un misterioso paesaggio deserto, illuminato dal sole, solcato da una figura presa di spalle, mentre si specchia. Chissà che quell’ambientazione lunare, senza filtri e indicazioni, non fosse proprio una sorta di personale città della china di Lucio, un Eden di libertà finalmente raggiunto eppure, proprio per questo, il più privato in assoluto, ancora oggi difficilmente decifrabile, nonostante i suoi versi così puri, non mediati.

L’immagine interna di “E già”, l’album pubblicato da Lucio Battisti dopo il divorzio con Mogol e prima della collaborazione con Pasquale Panella. I testi sono a firma “Velezia”

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Uno stinco di suino – Felici ma trimoni, da Habemus Capa

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