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Non è cosa ma è come

È non è di Niccolò Fabi, da La cura del tempo, 2003

Niccolò Fabi_La_Cura_del_tempo

Da La cura del tempo, il suo quarto album pubblicato nel 2003, Niccolò Fabi ha cominciato a sciogliere le sue canzoni da una serie di legacci, vincoli esterni, esigenze rivelatesi secondarie. Fino a quel momento il suo percorso era stato prodigo di spunti, suggerimenti, ipotesi, le cui possibilità tuttavia a volte parevano ovattate, come compresse. Album come Niccolò Fabi o ancora più Sereno ad ovest lo testimoniano platealmente: le liriche sono ancora dialogiche, confinate nel “me e te” specifico di un racconto di vita amorosa, o al massimo nell’autobiografia, sebbene sia evidente che Fabi voglia spingersi oltre, “evaporare” (“la forma si evolve costante / ma chi è circolare non può diventare quadrato”, Il mio stato, chiusura di Sereno ad ovest).

Non aiutavano, fino ad allora, nemmeno la produzione, che deviava le idee musicali su territori che si parlano poco, invece che incanalarle. Si avvertiva l’effetto di uno smarrimento, uno di quegli smarrimenti tuttavia artisticamente affascinanti, lo spettacolo di una tensione. Così non aiutava una certa insistita associazione di Fabi, da parte dei media, con un’immagine di eclettismo, che si basava su una superficiale affiliazione con gli altri esponenti della canzone romana affermatisi in quegli anni: Silvestri, Gazzè, Riccardo Sinigallia, Tiromancino. Di tutti questi nomi, Fabi era forse il meno interessato dall’eclettismo; sembra strano dirlo, ma per qualche tempo di lui davvero non si parlò d’altro che dei “capelli”.

Passa il tempo e, appunto, il tempo fa la sua cura. Niccolò Fabi si prende il tempo di ricercare la sua inclinazione migliore: “Dopo qualche anno di scrittura delle canzoni, credo che rendere un certo tipo di intensità emotiva delicata e densa è forse la cosa che mi riesce meglio”, dirà a Rockol (intervista di Gianni Sibilla).

L’effetto è che il suono diventa tattile, fisico, asciutto. Dà l’idea di una spazialità familiare: una piccola camera, un luogo lontano dal caos. Le corde della chitarra cominciano a svelare un suono tangibile, artigianale, con sempre meno distorsioni. La ritmica vira segnatamente verso l’acustico, abbandonando senza troppe remore certi suoni sintetici dei lavori precedenti. Comincia a essere associato con figure come Damien Rice (prima) e Sufjan Stevens (dopo): parentele plausibili ma parziali, perché del primo omette certe sfuriate nel sentimentalismo, come del secondo tralascia il barocchismo sperimentale. E pensare che è solo l’inizio: al confronto con Una somma di piccole cose, La cura del tempo sembra ancora molto “prodotto”; ma è piuttosto fuori di dubbio che all’epoca per chi Fabi lo aveva seguito con costanza, il primo ascolto deve essere sembrato un piccolo, dolce shock.

Retro del CD "La cura del tempo". Lo scatto fotografico (come tutti quelli del booklet), è Alessio Pizzicannella: si nota già il desiderio di mettersi da parte, di scomparire nella pace della natura. È un tema che sarà ripreso, anche visivamente, in "Una somma di piccole cose", nel 2016.
Retro del CD "La cura del tempo". Lo scatto fotografico (come tutti quelli del booklet), è Alessio Pizzicannella: si nota già il desiderio di mettersi da parte, di scomparire nella pace della natura. È un tema che sarà ripreso, anche visivamente, in "Una somma di piccole cose", nel 2016.

Le prime note sono quelle di È non è, una canzone non radicalmente opposta a quanto aveva scritto finora, ma certamente “differente”. Dall’universo espressivo di questa le sue future canzoni non si distaccheranno mai più di tanto, anzi lo adotteranno come se fosse un paradigma. Non per carenza di idee, per carità: Fabi ha scritto in una dozzina d’anni uno dei canzonieri più importanti del post Duemila, proprio mentre scrivere canzoni in questo modo è diventato sempre più rischioso. Piuttosto, È non è pare avere il ruolo di un punto di svolta autentico, quelle rivelazioni improvvise che si compiono in un processo di evoluzione che, una volta comprese, non si mollano più.

Quello che Fabi ha compreso, penso, è che non esiste un io e non esiste un tu. Non esistono racconti, storie, fatti, dati (anche se Mimosa, dallo stesso album, è ancora una concessione narrativa). Non esistono epiche modello, canovacci, ritornelli da ripetere quando non sai cosa mettere o quando ci stanno bene. Non esistono, non hanno sostanza, non ci sono se si decide di non considerarli.

Esiste, invece, il pensiero relativo, lo spirito marginale, il sentire che si rispecchia in un altro sentire e risuona. Esiste un noi magmatico, del quale si può sentire di fare parte, a patto di esprimersi con onestà. Esistono desideri, aspirazioni, utopia, promesse di miglioramento, gesti consolatori, malinconie varie. Esistono tutte queste cose e tante altre e nessuna in modo unitario, autonomo. Lo dirà chiaramente: “Respiriamo cosa siamo e decidiamo di essere” (Novo Mesto), e ancora “È una somma di passi / che arrivano a cento” (sempre Una somma di piccole cose).

È non è è questo: arrivare al nucleo delle cose escludendo elementi, e insieme riconoscendo l’esistenza di altri. Un paradigma cruciale, perché considera la verità assoluta inconcepibile: gli esseri umani si avvicinano alla verità nelle visioni che sono in grado di produrre di essa, e l’artista passa dalla loro parte, evitando proclami, e invece intercettando queste onde del sentire, questo modo di riflettere la luce degli eventi sul proprio vissuto. Fabi lo farà sempre, da adesso in poi: la sua diventerà una canzone di riflessione esistenziale da cui farsi abbracciare, mai univoca, sempre in grado di affastellare sensazioni parallele, magari anche discordanti, ma dalle quali almeno una volta percepire empatia, al di là del tema: la città, l’amore, la morte, la nascita, il tempo. È una canzone inclusiva, ma non buonista, “morale” – perché invita allo movimento della coscienza – ma non moralizzante: quando suggerisce che “non si può trovare un negozio di antiquariato in via del Corso / ogni acquisto ha il suo luogo giusto e non tutte le strade sono un percorso”, non punta il dito contro nessuno, ma al contrario invita a scorgere la propria verità dentro la situazione richiamata, nella speranza che una canzone stimoli sempre un piccolo cambiamento, o almeno un’osservazione attenta sul nostro vivere.

Fabi potrà farlo, in modo quasi unico e continuo, perché gli è stato rivelato il suono giusto per farlo: come l’accordatura di un grande organo, una volta trovata, diventa una combinazione magica da tenere quasi nascosta, così Fabi troverà il punto d’incontro tra il tono confidenziale e insieme straziato della sua voce e un impasto sonoro sempre caldo, autentico, privo di fronzoli o impennate di egocentrismo. Purezza graduale.

Con un metodo. Che in È non è è palese, o come dicevo precedentemente, paradigmatico.

I versi sono asciutti e perentori. Spesso, spessissimo organizzati in periodi minimi, introdotti da anafore immediate. L’anafora è una figura costante della canzone d’autore: Fabi la usa in modo frequente, talvolta anche due volte in uno stesso verso, con uno scopo unificante, come a consentire a chiunque di subentrare, in un qualsiasi momento del brano, e perdersi all’interno di quel verso, senza costringere chi ascolta a seguire una struttura prestabilita. In più, l’anafora in Fabi ha qualcosa che si rifà lontanamente alla filastrocca, alla cantilena, o più semplicemente al folk, identità sonora alla quale gradualmente si avvicinerà senza remore, seppur declinata nella sua dimensione intimista.

Fedele al principio del non “affermare una verità”, ma fornirne un’angolazione tra tante, ogni verso si presenta come una piccola fotografia di affermazione o negazione: “È una passione giocosa / è un buon sentimento”, “Non è una sfida / non è una rivalsa”, “Sentire / fare attenzione / ubriacarsi d’amore”. Anche quando il lessico fa riferimento a elementi della vita concreta, Fabi riesce ad essiccare l’espressione verso l’essenziale: quando canta

non è invecchiare cambiando canale

non è un dovere dovere invecchiare

evoca un intero mondo di sbigottimento e delusione di fronte all’arrendersi delle generazioni precedenti di fronte all’incanto subliminale del telecomando, e insieme la tristezza per un’età vissuta solo come invecchiamento, come tempo rimasto da consumare. C’è un livello generazionale, uno socio-politico e uno esistenziale: tutto è evocato da due versi di grande eleganza retorica, con il termine “dovere” che ritorna in chiave polisemica e la ripetizione di “invecchiare” nei due versi in posizione opposta, quasi simmetrica.

Il ritratto cover di "Diventi inventi 1997-2017", l'album celebrativo dei vent'anni di carriera (Foto di Shirin Amini, Artwork di Nicoletta Carbotti)
Il ritratto cover di "Diventi inventi 1997-2017", l'album celebrativo dei vent'anni di carriera (Foto di Shirin Amini, Artwork di Nicoletta Carbotti)

Questa fumosità dell’espressione consente ai significati di moltiplicarsi. Per un brano come È non è, è fondamentale che ciò possa accadere: l’idea stessa di basare un brano cruciale per il suo ritrovato percorso poetico sull’unità più piccola eppure più assoluta di significato – la terza persona del verbo essere – la dice lunga sull’intenzione di mantenersi aperti, trasversali, più ad ampio raggio possibile. E tradisce senza riserve il processo di autointerrogazione che ha portato Fabi fino a qui: chiedersi cosa è e cosa non è, da qui in avanti, sarà un esercizio continuo, un costante calibrare e riadattare il proprio sguardo sul mondo. Fabi è passato dall’“io sono” (“Io senza capelli / sono una pagina senza quadretti”, Capelli, un esordio fortemente autoriferito, con una forte sovrapposizione tra l’immagine e il senso) alla forma impersonale. L’io non è scomparso, anzi, È non è è pur sempre una canzone autobiografica: ma è un io che decide di esistere, come scelta politica, solo in funzione di quanto esso possa confluire nel sentire degli altri.

Perché alla fine, oltre l’elencazione, È non è punta a un obiettivo finale, svelato “al contrario”, riposto in un bridge che chiude il brano, rivelandone il senso, e innalzandolo epicamente.

Sentire e fare attenzione

ubriacarsi d’amore

è una fissazione

è il mestiere che vivo

e l’inchiostro aggrappato

a questo foglio di carta

di esserne degno

è il mio tentativo

Cio che per me è, insomma, è “il mestiere che vivo”, la scrittura, richiamata dalle immagini antiche e anch’esse paradigmatiche dell’inchiostro “aggrappato” al foglio di carta, e il tentativo “di esserne degno”. Una dichiarazione di poetica, che assume il valore del suo percorso artistico in questo momento: focalizza la centralità dell’atto creativo e il peso che ad esso è connesso, in qualche modo sottintendendo la difficoltà, il cesello, la ricerca costante, il lavoro artigianale, se è possibile anche la decisione di perseguire un binario più laterale, pur di garantire che questo impegno sia autentico (“raro è trovare una cosa speciale / nelle vetrine di una strada centrale”, sempre Il negozio di antiquariato).

Ma fuori dalla biografia, è un finale che invita ad abbracciare con consapevolezza le proprie aspirazioni, ponendo attenzione al processo, più che all’oggetto (“non è cosa ma è come”): è come se ciascuno, chiedendosi che cosa è e cosa non è, compiesse un’anamnesi esistenziale, un percorso maieutico il cui scopo finale è mettere in luce la verità di se stessi, quale che essa sia. Rifuggendo dalle glorie effimere, dal riconoscimento blando dato dagli altri: “Non è la vittoria l’applauso del mondo / di ciò che succede il senso profondo”.

E sia chiaro che non è per tutti: Fabi, infatti, spera di essere intercettato da sensibilità simili, che siano in grado di cogliere anche solo uno spunto e da lì in grado di applicare lo stesso metodo. “Non è di molti né pochi / ma solo di alcuni”, ma si può essere certi che quegli “alcuni” cercheranno altrettanto, prima o poi, la loro chiave per interrogarsi, perché “è una conquista, è una necessità”.

Ci vuole tempo e cura, per arrivarci. E anche introspezione, sporcarsi le mani, dolori, tanta osservazione. Ma alla fine, quando l’immagine che ci restituiamo è veritiera, attendibile e armonica, siamo destinati a non abbandonare più il metodo. Lo limeremo e lo affineremo, spingendolo verso forme sempre più complesse, e insieme naturali. Ma sarà una nuova vita da cui non vorremo autoesiliarci più. Perché il metodo è la questione principale, il come arrivare.

Le canzoni di Fabi, alla fine dei conti, raramente parlano di qualcosa di specifico. Più frequentemente, sono la traccia di un processo di osservazione e valutazione del mondo. È a questo che mi riferisco quando dico che da quella sfera magica che è È non è, Niccolò Fabi, non si è più allontanato. Ha sottratto e levigato, avvicinandosi a una radice dell’espressione ancora più pura (tutto Una somma di piccole cose ne è la testimonianza più fervida). Ma tant’è: che ci suggestioni con le immagini limpide di un “sorriso regalato a quel passante”, “un paragrafo di una pagina qualunque” (ancora, la scrittura), “la salvezza in ogni grano di un rosario” o “ogni lettera del mio vocabolario”, lui è ancora lì a chiedersi, come principio, che cosa è.

Ps.: Pubblico anche il link di questa versione di È non è, registrata live insieme a Mario Venuti, del quale ho raccontato a lungo qui. Riascoltandoli insieme, ho avuto la forte sensazione di una comunanza “astrale” tra i due. Nel loro modo di vedere la propria posizione rispetto al contesto, nell’umanità “altra” del punto di vista. Nella pace evocata e ricercata, pur in tempi di guerra.

Un’altra canzone: “Dottori di ghiaccio comprano neve”  – I barbari di Colapesce

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