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La migliore canzone dell’estate di sempre

Che tenerezza quando ogni anno, intorno a maggio, gli airplay mainstream nazionali cominciano a dare ossigeno alla paranoia principale del mercato discografico: piazzare il “turista per sempre” di ogni bollettino Siae, lo scatto di livello su ogni trattamento pensionistico degno di essere chiamato tale. La canzone dell’estate che fa impazzire le spiagge, il “tormentone”.

Le strategie compositive della canzone dell’estate sono sempre le stesse, dagli anni Sessanta a oggi: immaginario sonoro a base di ariosità e salsedine, pinne fucile ed occhiali, melodie iper frammentate, rapide e forzatamente iconiche, ballabilità isterica ma non sfrenata, un mid-tempo sostenuto insomma, perché è pur sempre estate, non isteria da pienissimo anno lavorativo. E poi testi che dicono se stessi, spesso in chiave meta-testuale (del resto non c’è parola più frequente nelle canzoni per l’estate di “estate”).

In sintesi: una mistura collaudata che favorisce l’acquisizione latente da parte dell’ascoltatore, al punto che basta un minimo contatto con una di queste melodie, anche fortuito, per subirne la vischiosità programmata. E non è un male, sia chiaro: le canzoni per l’estate questo dovrebbero fare, e c’è chi canzoni per l’estate le ha scritte con grandiosa perizia tecnica, come se l’estate esplodesse tutte le potenzialità di un personale immaginario (penso a Mango, “estivo” nella struttura); c’è anche chi ci ha trovato la forza di virare sul pop intere esperienze “sperimentali” (penso al Pino Daniele degli anni Novanta, tanto vituperato per la sua svolta commerciale quanto in grado di aprirsi un nuovo pubblico proprio grazie a hit come Io per lei o Dubbi non ho). C’è poi chi approfitta della liberazione “leggera” garantita dall’estate per contaminare il proprio linguaggio con stimoli extra territoriali: un esempio straordinario, forse uno dei più efficaci in assoluto, è la Roma-Bangkok costruita in laboratorio da Takagi & Ketra per Baby K e soprattutto per un rilancio light di Giusy Ferreri, fino ad allora incagliatasi in un vicolo cieco umoralmente deprimente. Un pezzo curiosamente latino per una tratta topografica che con l’America Latina non c’entra nulla – e che, nel 2017, viene “corretta”: Voglio ballare con te ripropone la stessa formula, pari pari, ma in modo più didascalico, con Barcellona, Palma de Maiorca, Città del Messico, un Álvaro Soler stagionale dalla faccia pulita (Andres Dvicio) e una vagonata di product placement a benedire il concept.

Che sia Porto Cervo o Indocina, in fondo, che importa: la canzone estiva deve evocare un generico “sud”, possibilmente polisemico, se vuole ottenere un effetto certo, ossia stimolare sculettamenti e il consumo di caipirinha annacquate. A questa formula ricorrono prima o poi tutti, anche degli insospettabili (quando freak era ancora chic, pensiamoci bene, furono i rockettari Negrita a colonizzare l’estate con la manuchaoesca Rotolando verso sud, e andava bene così).

Oggi che siamo in tempi di hype dell’hype e di consunzione rapida della canzone prima che essa diventi disponibile, l’ossessione del tormentone estivo si carica di un’ansia spregiudicata, con le pagine ufficiali degli artisti e le relative uscite stampa che ogni settimana bombardano gli utenti con propositi uno più sovrariferito dell’altro sulla presunta “tormentonità” di ciascuna proposta.

In sostanza, auto-annunciano se stesse, quasi fosse una minaccia violenta, che quella, ma proprio quella, sarà la canzone che balleremo sotto il sole. Facendo di tutto per far dimenticare al cittadino medio che i tempi delle settimane al sole e dei balli di gruppo sono finiti, che il modo di andare in ferie dell’italiano è cambiato totalmente, che città come Roma, ma soprattutto Milano ad agosto sono piene, e che l’estate è sempre di più un immaginario-miraggio, come la visione di un’oasi nella siccità, e che quando le vacanze ci sono, sono osteggiate da torturanti dipendenze da smartphone o skype call pericolanti su spiagge intasate.

Dunque se la canzone dell’estate oggi può avere un valore, è solo come “meme”, ricostruzione di senso sganciata dalla realtà e ideata per essere già perfetto e ben congegnato canovaccio parodistico. Riccione di Thegiornalisti è l’apice di questo processo: è un corpo cavo, una canzone che non esiste con un ritornello che non esiste (“Sotto il sole – sotto il sole – di Riccione – di Riccione”) e un testo a frattaglie immancabilmente smartphone-citazioniste (“Selfie di ragazze dentro i bagni che si amano”, “Video di ragazzi persi dentro ad un telefono”).
Tutto purché gli elementi in ballo esauriscano ciascuno la funzione per cui sono stati progettati, negli share e nei gruppi privati di presaperilculo a Tommaso Paradiso, molto ma molto prima che la canzone approdi su un’ipotetico lido adriatico.

All’interno di queste funzioni, Riccione è una costruzione di senso efficacissima: un richiamo a qualcosa che oggi è inverosimile, tra Baywatch e l’Aquafan, un cadavere del divertimento per cui nessuno si sognerebbe realmente di investire i propri risparmi ma che provoca conforto nella rievocazione perché, sotterraneamente, se ne esorcizzano le distanze. Nella sua funzione di ologramma del nulla, Riccione è più lieve di Pamplona di Fabri Fibra, sempre con Paradiso dominus, camuffata dietro un ritornello riff appiccicoso come resina ma ancora molto agganciata al grigio reale di oggi (“ma quanta violenza in tele”).

Certamente è più appiccicaticcia delle convenzionali Lento/Veloce di Tiziano Ferro, perso in un’estetica L.A. già proiettata al pubblico extracontinentale, ma in fondo troppo poco gradassa per rievocazioni di templi contemporanei alla Samsara di Gallipoli, o dell’iper costruita L’esercito del selfie, sempre di Takagi & Ketra, sempre con testo di Tommaso di Paradiso su base motownesca e ninazillesca, Arisa e Francesco Mandelli (!) nel consueto studio pseudo-Rai in bianco e nero con coreografie optical al seguito, e tutto che fa tanto, ma proprio tanto, Tale e quale show di Carlo Conti, quando una come Mietta fa Iva Zanicchi.

Un altro divertissement sulla smartphoneria, ricalcato attorno alle idee fondanti del metodo Rovazzi, ma già a una velocità sensoriale tre volte più arrancante di quest’ultimo. Che, non a caso, lancia un pezzo estivo non estivo: una traccia pseudodubstep già vecchia, o meglio già fuori dal suo tempo di riferimento, pienamente dentro il linguaggio del web marketing di alto profilo, in cui la musica è marginale da protocollo. E infatti Volare è un pezzo che funzionerebbe a gennaio come ad aprile come ad ottobre: a ricordarci che, su quella spiaggia, comunque controlleremo le notifiche, commenteremo l’ultimo flashmob con i piedi ammollo, ci scervelleremo in interminabili scroll con gli occhi opposti rispetto al sole.

A parte un Ghali che, intelligentemente, usa la suggestione afrobeat per costruire un brano realmente “caldo” (Happy Days, ennesima prova del talento sonoro di Charlie Charles, uno che lavora con due-elementi-due, ma dedica loro una cura tanto spasmodica da farli luccicare in mezzo alla bigiotteria), il resto è uno stiracchiarsi di suoni-pulviscolo e giochi di parole sempreverdi e perciò “antichi”, di contorno come la carta da fritto di una rosticceria street food: l’elettronica polivalente di Marco Mengoni in Onde (che non ha solo un titolo “tag”, un generico generico estivo, ma esce già in Ep in cinque remix, prima che abbia senso memorizzare la versione originale, perché non ha senso), il ritmo appesantito di Francesco Gabbani con l’ansia di affermarsi oltre il fardello di Occidentali’s Karma (ma con un testo sottilmente attuale, il giusto per seminare qualche dubbio), e poi il pruriginio allusivo di Levante in Pezzo di me, graziato dall’ingresso di Max Gazzè.

Nulla che resterà negli annali del memorabile, perché è così che deve essere: la consunzione deve essere rapida, deve consentire a tutti uno spazio, perché un product placement non deve soverchiare l’altro, il mercato deve distribuirsi, i fenomeni non li vogliamo, in fondo.

 

Tante canzoni per l’estate, una sola

Ovviamente di canzoni per l’estate gioiose, memorabili e influenti ce ne sono molte. Contando anche quelle “non intenzionali”, cioè quelle acquisite a inni estivi pur non nascendo con quell’obiettivo, metterei dentro di certo Vamos a bailar di Paola & Chiara, Infinito di Raf, Summer on a Solitary Beach di Battiato. Tra le più recenti, P.E.S. dei Club Dogo, Vieni a ballare in Puglia di Caparezza, Hotel Riviera di Jolly Mare. Ma non avrebbe molto senso fornirne una lista dettagliata, o meglio, non è il punto di questo post.

Alla fine dei conti, a fare una retrospettiva meticolosa di tutto quel che è stato, c’è solo una canzone dell’estate che, da quando è stata pubblicata, dice ancora tutto di noi e della nostra estate, dell’idea che ne coltiviamo lungo le altre stagioni e di quello che la realtà, alla fine, continua a riservarci.

La canzone per l’estate che considero “la migliore di sempre” per me resta Mare mare di Luca Carboni. Vinse il penultimo Festivalbar della Prima Repubblica, e fu l’inno di un’estate, quella del 1992, in cui l’Italia era moralmente a pezzi, e di fatto è anche la canzone estiva più triste che si ricordi (Estate di Bruno Martino non gioca in questa categoria).

Sottotitolata Bologna-Riccione (ah! Paradiso…), Mare mare è costruita su due atti: l’intenzione e l’attuazione. Nella prima strofa, dal centro urbano caldo e insostenibile lui sente il richiamo del viaggio verso la riviera, dove potrebbe esserci lei, e si mette in viaggio “con le luci della sera” (altra atipicità: nelle canzoni estive, la sera non c’è quasi mai). Un viaggio lento, al ritmo di un funky elettronico dilatato e monocorde, in linea con il geniale impianto sonoro di tutto Carboni, un album immane, quello di Ci vuole un fisico bestiale e Le storie d’amore. La trasferta in moto è interrotta da pause caffè e momenti meditativi, ironicamente cadenzati da degli “olè” spagnoleggianti, riecheggiati da tenui fiati sintetici. Intanto, lui vaneggia il suo desiderio di arrivare al “mare mare mare”, in una serie di allitterazioni infantili (ma-re-ma-che-voglia… lì da-té-da-té).

Arrivato in Riviera, l’immagine che offre di sé è desolante, di uno sconforto sublime: “son finito qui sul molo / a parlare all’infinito”. Lei non c’è, in compenso, ci sono “le ragazze che sghignazzano” (altra allitterazione pazzesca, dove si prendono a pugni suoni anti-musicali come “sgh”, “gn” e “zz” con la cadenza bolognese, e l’effetto è come di un capitombolo nel ridicolo, una gomma che resta a terra dopo pochi chilometri, un bastone nei raggi di una ruota di bicicletta).

È uno squarcio di solitudine che la dice lunga sul senso di delusione che si doveva avvertire nei primi anni Novanta, quello che si ritrovava negli ululati di Marco Masini e nei ritratti di provincia meccanica degli 883, e che in qualche modo ebbe forse la sua massima espressione proprio nella canzone “estiva” di Carboni: abbiamo sognato, ci siamo fatti guidare ancora dal sentimento e da una forma di romantico slancio eroico, ma alla fine tutto era un’illusione, il risultato è disastroso. Queste sirene del mare ci hanno ingannato: qui è tutto solitudine e schiamazzo e nulla, “ma cosa son venuto a fare se non ci sei tu”?

In barba a ogni palma, cocktail e cabina, la cover del Cd Single di “Mare mare” era questo gioiellino di nichilismo.

Non resta che fare un gesto radicale, ribaltando le regole di un intero immaginario: scappare prima possibile da questo mare del malessere, “no non voglio restarci più, no no no”. Ma anche se si scappa, il disagio esistenziale è ormai cronico, dentro di noi per l’eternità: dietro il simulacro di un divertimento a tutti i costi, ormai ingabbiato all’interno della pratica dei consumi come una qualsiasi necessità costruita (“l’estate addosso”, per dirla con Jovanotti-Vasco Brondi), resta il valore simbolico del mare come linea di confine, un’orografia mesta e che non promette fuga, ingabbiante ma allo stesso tempo istintiva, radicata dentro di noi.

“Poi lo so che torno sempre a naufragare qui”. Appunto: le canzoni dell’estate sono una danza macabra per qualcosa che non esiste più, che aveva una veridicità solo quando l’Italia cresceva economicamente a ritmi impressionanti ed era in grado di vedere solo in chiave “progressiva”. Carboni, con il suo tono anti-eroico e concreto, il suo spleen sarcastico e disperante, l’aveva capito benissimo; Mare mare, riascoltata anche oggi, dice la verità di tutto quello che queste canzonettine da pallet sulla ghiaia e piante d’aloe a coprire gruppi elettrogeni cercano di nascondere: che da certa afa non si sfugge, perché ce la portiamo dentro. Di più: perché l’afa la portiamo noi, siamo noi.

 

Un’altra lettura: Sposarsi con una canzone italiana: il tutorial

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