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Figlio, perché non ti sento?

Storia dell’uomo che vendette la sua ombra di Michele Gazich, da La via del sale, 2016

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Se esistesse un’equità, Michele Gazich sarebbe già da anni un nome di quelli che da impiegare con nonchalance nella retorica sull’esportazione del talento italico. Perché oltre ad aver collaborato con decine di artisti italiani, Gazich ha suonato negli album e nei tour di nomi di spicco del songwriting americano, da un’istituzione come Eric Andersen a Michelle Shocked, fino a Mark Olson dei Jayhawks, che lo chiama a registrare The Salvation Blues.

Tutti artisti che afferiscono a un’idea di “tradizione” rivolta verso il futuro, contaminata con ragionevolezza, un punto d’incontro tra folk, blues e rock che che non tradisce il canone in virtù di una foga da ammodernamento ma allo stesso tempo lo fa evolvere (nei Jayhawks, addirittura, si può sentire l’eco del grunge).

Nonostante il calibro di queste esperienze e il suo ruolo “osmotico” di produttore per altri artisti, Gazich è ancora quasi un “segreto” al di fuori della preziosa nuvola del folk-rock italiano – che intanto, mentre ci si dissolve in pilotate parafrasi sull’indie, il non-indie e il pop vestito da indie, si evolve e si riscrive e si espande, in una generalizzata noncuranza che nemmeno si sforza più di celare il suo snobismo d’accatto, il suo radicato provincialismo contro uno spettro sonoro sempre più “globale”.

Ad un certo punto del post Duemila Michele Gazich ha cominciato a raccogliere questo modo di leggere le influenze, costantemente “mediato” dalle molte collaborazioni (e forse anche dalla sua esperienza nell’insegnamento) e a tramutarlo in una forma espressiva personale. Che fortunatamente ha avuto concretezza discografica: negli album Dieci canzoni di Michele Gazich (2008), Dieci esercizi per volare (2010), Il giorno che la rosa fiorì (2011), Collemaggio (2010, con La Nave dei Folli), L’Imperdonabile (FonoBisanzio 2011), Una storia di mare e di sangue (2014), nel live Verso Damasco (2012) e nel progetto FolkRock in co-firma con Massimo Priviero (2012).

Gazich ha proposto un’idea sonora originale del termine “folk”, cautelativamente a distanza dalla replica e dall’emulazione ma in grado di “evocare” fantasmi antichi fino a renderli tangibili. Un discorso per certi versi dosato ma contemporaneamente in grado di spingersi verso lidi intentati, trasformando la ricerca storica in un atto creativo inedito e ancestrale.

Con l’ultimo lavoro, La via del sale (2016), ha portato a un nuovo stadio questa ricerca su un spettro musicale vasto e per certi versi imperscrutabile, in cui far respirare un’intera topografia che mescola l’Irlanda e i Balcani, l’Appennino e la Spagna, gli Stati Uniti e la Sicilia.

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È un suono che vive in funzione della sua scrittura, profondamente civilista eppure sganciata dalla cronaca antipoetica. Versi tutti dalla parte delle vittime silenti della distruzione ordinaria operata da un’Europa sempre più votata al bioritmo finanziario (linee di devastazione che operano, appunto, lungo simboliche vie del sale).

Nel tracciare questo reticolo tra le storie di sprofondamento ancora attive nel Vecchio Continente, Gazich è mosso da una pietas senza tempo, in grado di far confluire sotto la stessa tenda lo sterminio degli ebrei di Salonicco e “l’esilio” degli abitanti dell’Aquila post terremoto.

Soprattutto in La via del sale, questo artista “in continuo movimento e incarnazione contemporanea dell’ebreo errante” (definizione di Blogfoolk) si avvicina al sogno di uno stile capace di travalicare i generi, verso un’idea di espressione che lui stesso definisce “totale”. Col suo timbro grave e solenne, il fiato che riempie le frequenze, strumenti come zampogne e bouzouki decontestualizzati e calati in un contesto ritmico di poetica sobrietà, La via del sale pare a volte respirare la stessa aria dell’ultimo Leonard Cohen, quello di Old Ideas o del testamentario You Want It Darker.

Per arrivare a un risultato tanto clamoroso, ha gradualmente ridotto e asciugato la scrittura, puntando all’essenziale anche nei brani in cui il contesto storico di riferimento richiederebbe agganci narrativi più espliciti. Storia dell’uomo che vendette la sua ombra è l’esempio più avvincente di questo processo di disidratazione.

Costruita in forma di dialogo, un botta e risposta in cui le voci non si accavallano mai, e forse non si ascoltano nemmeno, e avviluppata attorno a un giro armonico cupo, che torna sempre allo stesso punto, Storia propone un coraggioso ribaltamento della figura materna. Questa figura vorace e rigida, che dimentica il calore e la consolazione (e che si carica di significati inquientanti se la si considera alla luce della trasmissione matrilineare nell’ebraismo) è interpretata da Rita Lilith Oberti, storica voce dei Not Moving alla fine degli anni Ottanta e poi dei Lilith and the Sinnersaints.

Oberti offre un timbro di matrice punk, fascinosamente grave e raschiato, che Gazich enfatizza in chiave teatrale, facendovi traspirare sfumature orrorifiche. Nel video che accompagna la canzone si esalta il suo sguardo arcigno, scatenando un terrificante gioco di sensi con il set: una camera-gabbia, con le fiere mummificate alle pareti, una grottesca tavola imbandita, che nei torni ricorda quella di Lunga vita alla signora, il film di Ermanno Olmi del 1987 in cui un allievo della scuola alberghiera ha la sua “iniziazione umana” servendo la cena di una vecchia megera, in un tripudio di degrado borghese, formalismi soffocanti e fustigazioni di status.

“È una canzone che mi ha accompagnato per molti anni”, spiega l’autore. “È la solita storia dell’uomo che vende l’anima al demonio, ma in questo caso il demonio è la madre. C’è il figlio che dialoga con la madre che è una figura come demoniaca, ma che alla fine ridiventa madre, ma solo attraverso le lacrime del figlio”.

Alleggerita di ogni riferimento a una possibile narrazione, Storia lavora attorno a pochi lemmi di grande carica evocativa: il mare, la notte, il fumo, l’acqua e le lacrime, quelle lacrime che, nella terza strofa, servono a riunificare in qualche modo la madre e il figlio, a fare accorgere lei del suo ruolo primigenio (“madre, il mio piangere è anche il tuo”). E poi, naturalmente, il termine “ombra”: emblema del distacco e della negazione identitaria, quest’ombra barcollante e tremante porta con sé un grosso carico drammatico. Viene così il sospetto che Storia sia anche una metafora dell’emancipazione dell’artista: se a un certo punto l’Ombra “sta per cantare”, è forse perché stiamo assistendo allo scambio tra un figlio che ha abbracciato la sua reale identità “oscura” rinnegando l’imposizione materna e “sfumando” in questo orizzonte universale?

E però, visto che La via del sale è una visione ampia e allegorica sull’Europa, si può pensare anche che questo dialogo sia una sorta di resa tra le macerie dei “valori costituenti” del Continente: da una parte i figli, che hanno venduto i valori fondanti della civiltà continentale “per tre monete”, all’inganno del liberismo; dall’altra i genitori, che vedono l’effetto di questa svendita, identificando questi simbolici figli europei senza Storia come figure bidimensionali (“figlio, perché non ti sento?”), ma che al contempo hanno abdicato rispetto al loro ruolo, smarrendo l’autorevolezza, o peggio, determinando un rifiuto.

È una lettura che si basa su suggestioni e che, come tutte le letture possibili, è arbitraria: in ogni caso è la prova ulteriore – se ne servisse una – che Gazich sta facendo il timoniere nelle acque sempre più increspate, difficili da navigare nel 2016, in cui si muove chi ha ancora una fiducia cieca nel potere evocativo della parola cantata, e del suo rapporto con l’ambiente musicale. Un antidoto al sentire unico, che sfrutta tutti gli strumenti a disposizione di una tradizione, per traghettarlo altrove, dove i contorni non accolgono con facilità, ma gli orizzonti si avvicinano al cuore autentico dell’umano. Come fa quella zampogna che interrompe il dialogo, unica deviazione dal colore compatto e oscuro dell’intero brano: mesta, laconica e insieme lapidaria, trascina con sé residui di pentimento, calore filiale, speranze quasi dissolte ma ancora fiammeggianti. Evoca ombre.

“Ognuno è seguito da un’Ombra, tanto più nera e densa quanto meno è incorporata nella vita cosciente dell’individuo”, scriveva Carl Gustav Jung in Psicologia e religione. Forse il cuore di un brano altamente evocativo, di suggestiva rarefazione come Storia dell’uomo che vendette la sua ombra, è proprio qui: nel canto di dolore della recisione necessaria per acquistare finalmente il proprio posto nel mondo. Un posto senza coordinate, che concretamente non esiste: perché è il Mondo, il mondo delle ombre a cui ogni luce, per sua Natura, dà vita.

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“Storia di un uomo che vendette la sua ombra” è una delle cinque canzoni candidate alla Targa Tengo 2017 nella categoria “Canzone”, vinta da Brunori Sas con “La verità”. Le altre candidature erano: “Ballata dell’ipocondria” di Canto Loguercio e Alessandro D’Alessandro, “Vietato morire” di Ermal Meta, “Amanda Lear” dei Baustelle.

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