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I barbari di Colapesce, da Un meraviglioso declino, 2012

Colapesce_Un_meraviglioso_declino

Un flauto tremolante su note basse e qualche colpo di tamburo, poi un ritmo lento ma marziale: è così che viene annunciata l’avanzata dei “barbari”, sagome senza volto protagoniste della canzone a cui danno il nome.

Siamo nel mezzo di Un meraviglioso declino, l’esordio di Lorenzo Urciullo meglio noto come Colapesce. L’album pare un racconto di resistenza sentimentale a uno standard di vita sovraccarico, che ha imposto un cinismo gretto, di cui a farne le spese, in prima battuta, sono i caratteri più introversi, ultimi sognatori appoggiati sul crinale di una discesa, come quella posizionata su un arido campo, fotografata nell’artwork del disco.

Viste nell’insieme, le canzoni che compongono questo esordio si collocano nel minuto precedente a che la retorica del degrado diventi un fatto condiviso, appiattendo i restanti barlumi di indignazione. Prima che un’entità irruenta e vischiosa, una vera e propria barbarie, divori le ultime energie (“si prenderanno anche il silenzio”, Restiamo in casa), le voci narranti di Colapesce vivono ultimi interstizi di fragranza amorosa, tra fughe a rilento e micro-istanti quotidiani in cui leggere una bellezza sfiatata.

Oltre la texture musicale – una trama in cui convivono il Battisti americano e i Magnetic Fields, il folk e il dream pop – è il timbro della voce a fare la differenza, emanando l’odore di una sopravvivenza strenua in mezzo a un’apocalisse che sta per compiersi. È un canto falsamente sottovoce, malinconico e compresso, in cui lo sforzo del fiato è più di una filigrana, è eccellenza di fabbrica. Una coloritura unica, che nei momenti più acustici esalta la dimensione intima ma riesce a difendere la sua identità anche quando il tappeto musicale esplode in paesaggi poco confortanti, al limite del noise.

Nel mezzo del racconto si staglia I barbari, un’anti-ode, un ritratto al negativo. È probabilmente la materializzazione più diretta di questa “entità” che, in un certo senso, è la causa scatenante del meraviglioso declino a cui assiste l’io narrante lungo il corso delle canzoni, dal suo rifugio.

Su un andamento tra il solenne e l’implacabile Colapesce scandisce l’avanzata di queste figure, tracciandone i connotati. È una scrittura radicalmente ridotta all’essenziale, figlia di un linguaggio diradato. Sono molte le canzoni di Colapesce che esplorano, nell’espressione lessicale, questo essiccamento, innalzandolo a livelli spesso poetici. I versi sono essenziali, dalla sintassi prosciugata, non di rado con soggetti sottintesi. Il periodo completo spesso si articola per l’intera durata di una strofa.

L’io canta come da una posizione tutelata, un piccolo nascondiglio che immagino come un minuto appartamento di un condominio qualsiasi di una qualsiasi zona residenziale. Un frattale ordinario fatto di stampe alle pareti, tinelli, cucine a gas, giradischi e posacenere, tutti minimi ganci con una quotidianità lenta e umanizzata a cui legarsi prima di perderne la memoria.

Colapesce_I_barbari

Da questa planimetria ‘povera’, il narratore declama – solitario come un corifeo – l’imminente arrivo di questi barbarians, inquadrati come white-collar cocainomani, piranha squamati, ossessionati dal luccichio del potere economico. Colapesce è in grado di individuarne il soma con pochi versi, secchi, scanditi dilatando il più possibile l’enunciazione.

Dottori di ghiaccio
Comprano neve
Si amano davanti ai diamanti

La potenza descrittiva, frutto di un sapiente lavorio di asciugatura del verso, è una sorta di tratto distintivo di Colapesce, che ne fa ampio uso per rappresentare questi minacciosi invasori anche al di fuori della canzone I barbari. Se ne serve per fotografare il loro essere incantati da idoli volgari (“Festini porno e ruggine / Corrodono palazzi interi / Brandelli di città /Stipiamo l’oro sotto le macerie”, Un giorno di festa), o per stabilire un colore emotivo di questo vivere, una grigia omogeneità senza guizzi (“non vedo luce in questa stanza / la mediocrità poggiamola qui”, L’altra guancia).

Ma chi sono questi barbari?

Per adesso i connotati restano fumosi, ingabbiati in categorie legate al (cattivo) gusto (“si spaccano di docce solari”), all’ipocrisia lampante (“amici di tutti”), persino a un portamento deforme che tradisce la grettezza morale, come un’eco dantesca (“goffi nei gesti / (…) / s’inarcano per trovare le risposte”).

Questa feroce descrizione va addirittura oltre i tratti somatici: tanta è la brama di questi barbari, che nei loro atteggiamenti si osservano tratti cannibalici e persino sadismo ferino.

Conoscono bene le loro prede
Si nutrono
Dei tuoi fallimenti

(…)

Si leccano il sangue tra i denti

Diciamo subito che più avanti Colapesce arriverà a un’identificazione precisa, e insieme ambigua: “Maledetti italiani”, inveirà nel suo secondo album, Egomostro, senza omettere di rovesciare la maledizione contro se stesso (“maledetti, maledetto me”).

In I barbari, invece, è come se Colapesce mantenesse la distanza di sicurezza, come se sotterraneamente preferisse non definirne con precisione l’identità. Si percepisce, sotterraneamente, quasi un timore per la loro influenza, il vigore della loro azione, la spregiudicatezza.

Non si esalta nel suo isolamento: al contrario, sembra posizionarsi nel ruolo di documentatore di questa invasione dal punto di vista di chi non riuscirà, per sua natura, a passare dall’altra parte. Al massimo, suggerisce all’interlocutore di osservarli, senza però arrischiarsi in un atto di resistenza, che probabilmente riterrebbe vana (“Sono stanco di sentire / La parola cambiamento”, Egomostro).

Per quanto ci si sforzi di mantenere la lettura in un contesto non politico, è difficile astenersi da una lettura civile di certi versi. Anche nelle canzoni in cui la base del discorso è nel rapporto a due con la figura femminile, Colapesce sembra inserire dei richiami diretti, a volte addirittura espliciti (“Da anni sventoli bandiere / Ora di rosso c’è / Solo il tuo viso stanco”, La zona rossa). Ma è anche difficile chiamarlo un cantare politico: piuttosto, è come se il declino al centro di questo lavoro diventasse il tema di un requiem per la società civile, un assistere mesto al “cadavere di Utopia” che emana gli ultimi singulti di vita mentre la prevaricazione si compie.

Non c’è un invito al rifiuto, perché non c’è un’idea di collettività, diffidata come simulacro del passato. Non c’è il livore aggressivo di Lo Stato Sociale, l’indignazione furente de Il teatro degli orrori, la rabbia affogata nel sarcasmo di Ministri o The Zen Circus, tutti artisti che incanalano il male di cui è intrisa la collettività nell’energia nel rifiuto. Tutti artisti in cui un “noi”, almeno come negazione del “voi, merde”, esiste. Piuttosto, Colapesce sembra muoversi come a testa bassa nello spazio di una minoranza sparuta, quasi rassegnata.

Artwork del singolo "Maledetti italiani", pubblicato in Egomostro, secondo album di Colapesce, del 2015. È una rielaborazione della cover di "The Next Day" di David Bowie, realizzata da Jonathan Barnbrook. Al posto dell'opera originale - la cover di "Heroes" del 1977 realizzata da Masayoshi Sukita, c'è l'immagine cover di una nota pagina Facebook, "La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno".
Artwork del singolo "Maledetti italiani", pubblicato in Egomostro, secondo album di Colapesce, del 2015. È una rielaborazione della cover di "The Next Day" di David Bowie, realizzata da Jonathan Barnbrook. Al posto dell'opera originale - la cover di "Heroes" del 1977 realizzata da Masayoshi Sukita, c'è l'immagine cover di una nota pagina Facebook, "La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno".

Ma se è vero che I barbari sono chiunque, io, tu, noi tutti, è altrettanto vero che alcune parole brillano nel piccolo mucchio, scatenando associazioni dense di significato. Ne ho scelte tre.

Libertà

Il termine “libertà” andrebbe letto con ironia, nel paradosso che essa sia un diritto all’apparenza inalienabile, quindi non sottoposto al voto. Ma è impossibile non pensare a quella deformazione del senso che il termine ha avuto, in Italia, dal 1994 in poi. Del resto, il corollario di feticci di questi barbari (le docce solari, lo champagne) è chiaramente lontano da quell’ambientazione umile da cui si esprime l’io, così come lo è la costruzione di un senso inestistente, una felicità posticcia in cui, schermati dal piccolo schermo, abbiamo vissuto per decadi (“si vantano di conquiste mai avvenute”).

Con un nugolo di parole che si contano sulle dita di una mano, Colapesce riesce a rievocare un presente ingombrante, inteso più come sistema di anti-valori veicolato attraverso le nuove generazioni che come figure identitarie vere e proprie (varrebbe la pena ricordare che il Governo Monti entra in gioco solo alla fine del 2011).

Allora almeno un pezzo di questa orda barbarica è composta, ipotizzo, da un Popolo delle libertà, la cui immagine più efficace resta la parodia fornita dalla ditta Guzzanti in L’ottavo nano (“Siamo il popolo delle libertà, facciamo un po’ quel che cazzo ci pare”).

Laurea

Mi colpisce che Colapesce doti di un riferimento, diciamo, curriculare questo magma umano. I barbari infatti arrivano “muniti di lauree”, e non escluderei che il riferimento valga solo per i facoltosi figli di mandati a studiare in scuole di prestigio con i soldi di.

Viene invece il sospetto che molti di questi invasori appartengano a una più generalizzata nuova massa di “acculturati”, vittime dell’illusione di un passaggio di status attraverso il titolo, che ha sperimentato in breve tempo la fregatura di un’offerta di competenze spaventosamente più ampia della relativa domanda.

Il verso a cui mi riferisco è composto in fondo da sole tre parole (!); tuttavia, se è di inaridimento totale che si parla, allora è un processo che è andato ben oltre le categorie sociali, gli indici ISEE e il pedigree familiare. In fondo la bolla delle lauree è stato fatto cruciale per interpretare l’Italia post-2000, purtroppo letto spesso in termini esclusivamente legati ai fattori economici o alle politiche del lavoro, e forse troppo poco dal punto di vista culturale. Se il barbaro è laureato – magari un laureato triennale, grazie alla riforma del 2004 – la sua voracità può essere scatenata anche dalla volontà furente di utilizzare questo status acquisito. E poi, volendo attingere alla biografia, va detto che Colapesce appartiene anagraficamente a una delle generazioni protagoniste di questa corsa al titolo (1983).

Retrocover di "Un meraviglioso declino"
Retrocover di "Un meraviglioso declino"

Storia

Nel bridge che precede la fine del brano, prima che i fiati arrivino a invadere il panorama sonoro, Colapesce cede a una sorta di monito, sempre essenziale, sempre asciutto, ma dal tono chiaramente più perentorio:

La storia non è un fiore

Da far morire nei margini dei libri di scuola

Si abbassano i toni, la melodia si rivolge verso i suoi colori più profondi, come a sancire l’irreversibilità di questo processo. Dal suo trespolo-rifugio, mentre il blob barbarico avanza, l’io narrante esplicita il suo requiem per il senso di quel che è stato.

Dalle “lauree” si arriva ai “libri di scuola”: l’immaginario legato alla formazione è più di un caso, è un arco di significato teso tra la forma e la sostanza, l’arrivismo e la dimenticanza. Ciò che i barbari faranno fuori, soprattutto, è la storia, intesa come complessità culturale, come linguaggio, come disponibilità a leggere oltre il livello superficiale delle cose.

La marcia degli zombi incravattati falcia pezzi di storia, in ossequio a un revisionismo d’accatto e a una furia sbrigativa. È un filo nero claudicante, inelegante: lo si avverte nel’uso di battute spezzate nella struttura ritmica, che sono sistematicamente affidate a verbi in forma affine (“si vantano”, “s’inarcano”, “si nutrono”) cantati con la voce che si impenna su note più alte, quasi dolorose.

I fiati danno una connotazione ‘aperta’ al brano, quasi pubblica, facendolo uscire dal suono domestico più comune in altre canzoni di Un meraviglioso declino. Contengono il colore acustico di una marcia littoria, declinata però sui tratti armonici malinconici tipici di Colapesce, ribollenti di accordi in settima maggiore, con un piede in Il nostro caro angelo di Lucio Battisti.

Avanti marsch: I barbari è così la processione di una informe classe dirigente che avanza per inerzia, mentre chi ha deciso di vivere l’illusione assiste inerme. Se a sentir parlare di “storia” e di “libri” si sente odore di pedanteria, vuol dire che Colapesce ci ha visto benissimo: in fondo il cinismo è la benzina della nuova barbarie.

Alla fine, rimane una domanda, parzialmente legittima? Dov’è che si rialza la testa? Dov’è la resistenza reale?

Quando Franco Battiato iniziò a rimuovere ogni sarcasmo dada dalle sue canzoni, divenne feroce e lapidario, incontestabile (Povera patria, Come un cammello in una grondaia). Battiato tuttavia, attraverso un approccio da eremita, poteva accusare forte di una profonda e maturata capacità di contemplazione della materia. Colapesce, siciliano come Battiato, ha una prospettiva più ristretta, figlia di un’esperienza ridotta. Il suo sentire civile è già figlio di un vivere da trentenne bombardato di immagini di speranze spezzate.

Perciò più che di una ribellione di eredità novecentesca, l’uomo Colapesce si esercita nell’osservazione attenta, come in uno stato di stand-by in allerta. Si annida nelle sacche di resistenza delle quali conosce bene le posizioni più strategiche, scrutando l’orizzonte condominiale di fronte in attesa di vedere una lucina a lui simile. Vai a vedere che, quando la città sarà sterminata e gli squali si mangeranno tra loro, lui sarà ancora lì, a fumarsi la sua sigaretta dal tinello.

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