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Essere tua colpa se la vita ti va male

Augh di Mara Redeghieri, da Recidiva, 2017

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Augh: un’onomatopea, un “falso storico”, l’attribuzione fumettistica e cinematografica di un connotato primitivo. È logos colonialistico: l’uomo occidentale che pensa di rivolgersi al nativo emulando il suo linguaggio, imponendo la sua visione di linguaggio.

Come un canto di battaglia, Augh procede su un ritmo di ispirazione tribale, incombente e percussivo. La voce sta sul battere: incalza, martella, marcia. Ha un suono metallico, arcigno, un ibrido tra l’avatar e il corporate.

È il canto di Mara Redeghieri, il suo stile. Un connotato che le consentiva di stagliarsi, nel canzoniere scabro e scintillante della scena alternativa anni Novanta, come un’icona di sensualità futuristica, coriacea e spettrale insieme, linfa degli Üstmamò.

Band misteriosa, gli Üstmamò. Battezzati al catechismo dei fedeli alla linea, imbracciarono una strada di progressivo disallineamento. Aprirono il tour di 1.Outside di Bowie/Eno. Intanto, tendevano quella linea emiliana sempre più verso l’Inghilterra, Bristol, il Trip Hop, Walking Wounded, lo spazio. Mentre il pogo si istituzionalizzava, puntavano gli Sneaker Pimps, Neneh Cherry, la drum’n’bass, emanavano persino residui di acid jazz.

Üstmamò (1995) e soprattutto Stard Ust (1998) spedivano il suono italiano in una dimensione satellitare. A riascoltarli oggi, sono due album che lasciano basiti per la stratificazione della produzione. Suonano come una bolla che si scopre resistente, ancora in grado di fluttuare.

Tutto passava dalla voce di Mara, carica di un erotismo digitale, un momento prima che il digitale diventasse il nostro principale portale all’eros quotidiano.

Dopo essersi sciolti, il silenzio. Gli Üstmamò si riuniscono nel 2014, lei non partecipa. Dopo un decennio, mentre fa l’insegnante in una scuola, a Mara torna voglia di cantare: recupera canti popolari anarcosindacali in un progetto chiamato DioValzer, e li esegue su piccoli palchi, nascosta alle cronache nazionali.

Poi, nel 2017, qualcuno riapre il sacchetto in cui la voce di Mara è stata chiusa sottovuoto, tenuto gelosamente nascosto. E la malìa olfattiva che si sprigiona è, incredibilmente, rimasta intatta. Se non più variopinta.

La prima parola che Mara pronuncia è Recidiva, una dichiarazione di sincerità inaudita che certifica scegliendola come il titolo del suo album, ritorno che è esordio, insomma un altro strabiliante paradosso.

E poi, Augh, in testa.

L’uomo occidentale si presenta con i verbi all’infinito, senza coniugarli: come nel più gretto degli stereotipi sullo scontro di civiltà, come certi doppiaggi italiani che ancora oggi stuprano il senso di un personaggio genericamente ‘straniero’.

Noi avere macchina molto potente

Noi avere internet connection credit cards

È una canzone in prima persona plurale, dove eccezionalmente chi parla incarna il personaggio negativo, l’invasore bianco, appunto, se la mettiamo con gli indiani.

Attraverso il sarcasmo Mara può permettersi di sfondare la quarta parete e capovolgerci nel ruolo dei cattivi. Lo fa con una disinvoltura pari, se non superiore, a come faceva un tempo. Dritta al punto, un classismo mai così vivo: “Noi volere bene a badante e cameriere / Come al nostro cane a seconda dell’umore”.

In Augh noi agiamo come si improvvisano Gulliver globali le società, che con lo scopo di esternalizzare esplorano paradisi del contro-diritto al lavoro. Siamo multinazionali e telco che offrono tessere sanitarie in India in cambio di servizi di assistenza a costi centesimali. Siamo imprese che vaporizzano promesse di assunzione in una sequela di collaborazioni a partita Iva, dietro il canto delle sirene del lavoro smart (“Vieni a costruire il nostro mondo migliore”). Siamo i magnati cinesi, gli investitori arabi, siamo i Riva (“Non è nostra colpa se non riesci a respirare”).

Siamo un ideale astratto di contemporaneità, in cui il lavoro non nobilita l’uomo, si limita a tenerlo in vita, come fosse un bonus (“Se ti vuoi salvare devi lavorare”).

Sorridere di fronte a termini come “rivoluzione” o “fabbrica”, tacciarli di passatismo, di retorica antagonista anni Novanta, sarebbe un errore madornale, l’indice di un cinismo ammorbato dall’asfissia contemporanea nei confronti di temi come la disuguaglianza, il sopruso, l’iniquità.

Se sorridiamo, Mara ha colpito nel segno. Ribaltando le prospettive, utilizzando l’antichissimo e mai sopito registro dell’immaginario infantile, la filastrocca, il gne-gne, ha messo a nudo la grettezza della nostra superficialità di fronte a un società mai così diseguale: “Mangiati una mela devi consumare / Ma chi se ne frega se la vita ti va male”.

I pifferai cambiano, ma il piffero è rimasto lo stesso, pre Duemila come post Duemila: la televisione. Anche qui, intesa come un tipo: l’anelito di visibilità ha cambiato canali di trasmissione, aggiungendone di nuovi, riversandosi nella rete, ma non ha perso quel fascino ipnotico, semmai è diventato più sofisticato.

La rivoluzione non ti fa mangiare

Questo grande sciopero fa male fa male

Meglio fare a modo, torna nell’ovile

Guarda che programmi che ci sono alla tv

Dal video di "Augh"

Augh procede per caratteri, non per riferimenti realistici. L’invasore, il finto buono, lo straniero primitivo, l’abbindolamento, il trattamento migliorativo, l’inclusione, la comunicazione. Come gli archetipi incarnati dalle marionette di un teatrino, come quello che si vede nel video del brano: una stanzetta, una Mara infantile e insieme glaciale che assiste allo show su una tv di cartone in cui si confrontano un pellerossa e Donald Trump, unico effettivo gancio al presente (anche se sTrump è il nome di un altro brano, altrettanto velenoso, di Recidiva).

Invece che riottoso, l’approccio di Mara è (ed è rimasto) dentro una seduzione perversa, camuffata dietro il candore. È un canto che incarna le nostre tecniche colonialiste, ieri come oggi. Si può torcere il naso di fronte a cotanto veleno civilista, nel 2017, ma sarebbe, lo confermo, un grosso errore: oggi il debole è cambiato, appartiene ad altre geografie, insegue altri miti, la sua ragione sociale ha nomignoli anglosassoni, da business school; ma l’ineluttabilità della sua sottomissione continua ad esprimersi con dinamiche simili. E la canzone italiana mostre sempre più disinteresse a cantarne le gesta, quasi fosse uncool, da sfigati veterocomunisti.

E invece Mara, dopo quindici anni di silenzio, tira fuori Augh: una canzone che non sente il tempo. Potrebbe avere trent’anni o tre mesi, che importa: la sorpresa è ritrovarla, spogliata dalle vesti stellari del suono Üstmamò, che oggi rischierebbe di farla suonare anacronistica, o peggio nostalgica, pienamente in possesso delle sue migliori facoltà, forse espresse addirittura al loro meglio. Mara è capace di suonare ancora suadente, seduttrice, cantilenante, e insieme adottare un punto di vistapolitico abbondantemente imbevuto di sarcasmo.

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Alla fine quel che facciamo finta di non vedere, è che tutto si perpetra secondo un determinismo sempre più meccanico, asettico, ma altrettanto, se non maggiormente, vorace:

Essere tua colpa se la vita ti va male

Come a dire: così deve andare, così sarà, prenditi quello che ti stiamo dando e ringrazia, perché poteva andarti peggio. Arrenditi. Augh.

Dopo aver fatto rimbalzare la sua metrica monofonica, appesa a una melodia che ruota attorno a una sola nota, come una salmodia, la voce di Mara comincia a reiterare l’ultimo verso, il più crudele, il più beffardo. A ogni ripetizione si metallizza, diventando sempre più simile a un generatore sintetico vocale. L’insistenza ha il fastidio di una punta di lama premuta sul costato. È un effetto teatrale, di una teatralità di ricerca contemporanea: l’umano che incontra il tecnologico, il tecnologico che diventa effetto espressivo.

Ripercorro velocemente gli ultimi quindici anni di canzone italiana e, davvero, faccio fatica a trovare una voce femminile che avesse le doti, la malleabilità e l’esperienza (il proto-callcenterismo di Memobox?) idonee a creare questa tensione drammatica. E “femminile” potrebbe essere una specifica superflua, anzi fuorviante: quando mai il neocapitalismo ha avuto un sesso?

Dunque bentrovata Mara: non avevo alcun dubbio che questo ritorno non fosse un fatto pratico, un rigiramento nostalgico. Anzi: che fosse necessario. Del resto, come il tuo volto nel video di Augh, non c’è trucco. Del resto, ce l’eravamo promesso.

mistero così vuoto e presente

io sono respiro

mistero così vuoto e presente

io sono ci sono respiro

(Cosa conta, 1998).

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