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Sposarsi con una canzone italiana: il tutorial

Se volete chiedere la mano di qualcuno utilizzando una canzone, magari scritta di vostro pugno, potete attingere a molti modelli, in Italia. Prima di ogni tentativo, però dovreste eliminare tutti i cantanti che sulla scelta matrimoniale hanno espresso più di qualche riserva. Anche velata.

No Carboni: vieni a vivere con me, potremmo essere felici, fare un mucchio di peccati, per carità.

Attenzione ai false friends alla Antonacci. Convivendo, per dire, non va bene: Un po’ colpa mia… un po’ colpa tua… sposiamoci! In una bugia c’è la verità di vivere, troppo furbetto, fraintendibile.

Occhio anche a Tiziano, che è ottimo in struggimento ma esprime un’idea del sentimento spesso precaria. Perché piccola potresti andartene dalle mie mani, direi di no: Ti scatterò una foto non è il pezzo adatto per le foto del matrimonio.

Chiaramente non vanno bene i teorici della convivenza come Brunori (“se c’è una cosa innaturale è doversi dare un bacio davanti a un pubblico ufficiale”, ma davvero qualcuno pensa di sposarsi con Brunori?).

Insomma, rivolgetevi ad altri universi. Tenendo però presente che in Italia le canzoni di richiesta matrimoniale hanno un po’ quasi tutte le stesse caratteristiche, con poche eccezioni: il punto di vista maschile, il concetto di eternità vs la difficoltà quotidiana, la prostrazione, noi-due-contro-il-mondo, l’insistenza sul futuro. E per forza anche una musicalità tendenzialmente stucchevole, la velocità idonea a un lento per chi non sa ballare, un’epica da Boss delle Cerimonie, archi, archi, archi.

Dunque, vediamo quali santini portare con sé per scrivere una proposta di matrimonio in musica e parole.

L’abito che torna bianco – Sposiamoci alla Al Bano e Romina

Ideale per chi ha commesso errori e ha visto la fiducia del partner vacillare, il metodo Carrisi prevede che il matrimonio possa agire come una specie di punto e a capo su tutto il passato.

È una tecnica che consente al tormento amoroso di sembrare autentico (“il dolore è come un letto
dove non so più dormire”) ma chiaramente è un requisito che l’altro, in qualche modo, sia in una situazione ancora possibilista (“e guardandoci negli occhi scopriremo dolcemente / che far finta di lasciarci non è poi servito a niente”).

Fondamentale è l’indicazione del dress code per amici e parenti (“tutti in abiti eleganti forse pazzi ma felici”) e un coté floreale rigoglioso (“metterò le mie speranze sopra il nostro davanzale / come rossi tulipani che ritornano a sbocciare”). Concesse suggestioni magiche (“ti darò filtri d’amore senza trucchi senza inganno”). Non vi venga in mente un matrimonio civile: il metodo Carrisi non tollera che l’artista chieda la mano senza elevare la richiesta al Creato, che deve certificare (“ora mentre ti riposi salgo in cielo e col pennello per te scrivo oggi sposi”).

Suggerimento: usate il metodo con cautela, sganciandolo dal suo contesto. A Sanremo 1991 alla fine vinse il trittico della disperazione, Masini-Zero-Cocciante, con quest’ultimo che voleva sapere se stavano ancora insieme, altro che eternità.

L’abito bianco green e sostenibile – sposami alla Jovanotti

Se vi sentite più vicini a una variante ecochic del matrimonio, meno sbandierata, ma che comunque che rispetti i concetti di eternità, quotidiano, resistenza contro le avversità, il buon Lorenzo è quello che fa per voi. Se questo metodo vi attira, è perché formalmente detestate la conformità al canone del metodo Carrisi, ma istintivamente sapete che non potrete farne a meno. E allora il metodo Cherubini viene in soccorso, con una sorta di promessa matrimoniale alt-slow.

Essenziale è la scelta della location, che sia ardua e umile (“Una piccola abbazia”), va bene un tono sommesso, una marcetta ad esempio, ma senza rinunciare al country taste di una banda paesana che accompagna l’ingresso. Col metodo Cherubini, ricordatevelo, il focus non è sul giorno del matrimonio, ma sul matrimonio ogni giorno, “che ogni giorno sia un giorno d’amore e ogni luna una luna di miele”.

Suggerimento: premunitevi contro il rischio che l’altro/a si aspettasse proprio un qualcosa di faraonico. Magari attende una richiesta in bunjee jumping, e voi siete lì carichi con la biciclettata domenicale.

Noi, spacconi dell’understatement – sposarsi alla Max Pezzali

Un 883 d’annata come eccellente antidoto per chi, in generale, non si lancia in un progetto senza mettere prima le mani avanti cento volte. Come farebbe un candidato alle amministrative di un Comune che è appena fallito, qui si lavora di negazione ( “Io non ti prometto qualcosa che non ho / quello che non sono / non posso esserlo”) e legalità (“anche se so che c’è chi dice / per quieto vivere bisogna sempre fingere”).

Se il/la partner è refrattario/a ai personalismi, sarà super-efficace, specie quando dimostrerete una piena compatibilità con lo spirito del rito matrimoniale cattolico (“nella buona sorte e nelle avversità / nelle gioie e nelle difficoltà”, proprio così, identico alla messa, ma cantato).

Suggerimento: abbiate cura di non citare altro della discografia del Pezzali, non è generalmente una narrativa da vincente. E ritrovarsi “seduto in una stanza pregando per un sì” non è un pregresso che giocherebbe a vostro favore.

Scherzare col fuoco – usare Masini

Ora che avete capito come giocare di understatement, potete anche concedervi uno scherzo, ispirandovi a un pezzo tardo del vate dello struggimento italico. Mettetevi una faccia, appunto, strutta e iniziate così: “Io non ti sposerò perché non sarei io / la vita la vivrò amando a modo mio”

Se la reazione è una bocca storta interrogativa, perseverate: “Io non ti sposerò! Per bruciare lentamente ogni emozione / e cadere in braccio all’abitudine / per addormentarsi alla televisione / in pantofole…”, e qui dovete stare attenti, perché se intravedete un discreto fastidio, un corrucciamento silenzioso delle labbra, sappiate che potrebbe essere pronto a sciogliersi in un “vaffanculo”, un po’ come il gentile fuck-off della signorina Silvani dopo la straordinaraia serenata commissionata da Fantozzi ed eseguita dalla banda del Geometra Filini in Fantozzi alla riscossa.

Intanto sfruttate la pazienza dimostratavi e sferrate ganci, che consentano di mostrare l’idea matura (e anche un po’ battistiana) che avete di rapporto (“Io non ti sposerò per credere all’idea / che quando lo farò sarai per sempre mia”, insomma, cose così). Siete arrivati alla fine? Allora sferrate il colpo finale: “E allora amore mio / abbraccia questa vita / nella sua libertà / con me ti porterò… e lì ti sposerò!”. Se ha capito, sarà bellissimo.

Suggerimento: se non ha capito, avete comunque un grosso repertorio masiniano per esprimere il dissenso.

Fatelo in cloud – sposatevi alla Fedez

Se l’understatement per una promessa di matrimonio proprio non lo concepite o se sapete già che il wedding planner contesterebbe la scarpinata in campagna, sorridete: da qualche giorno Fedez vi offre un nuovo armamentario, ricco e variegato, per una proposta memorabile, un già meme.

Intanto Ancora un po’ è facile da eseguire – Masini, cribbio, troppi acuti – visto che non richiede doti vocali particolari, se non un flow a tempo, nemmeno arzigogolato.

Poi vi dà uno spunto importante: state al passo con le idiosincrasie della vita contemporanea. Sostituite le location liriche come belvederi o tramonti con i non-luoghi del nostro sbatterci quotidiano (“Ti blocco a Malpensa e ci vediamo a Charles de Gaulle”, altro che belvedere, qui siamo dichiarazione-trolley, sulla scorta del nuovo branding renziano”); fate piroette di metrica e accentazioni, che stanno al senso del testo come la ruota fluo di un pavone (“e invece eccoci qua tu la mia calamita / io la tua calamità”).

Giocatevi anche un product placement (involontario o no, dipende dal vostro brand manager), che fa tanto urban contemporary e sostiene l’idea che non solo siete in grado di addentrarvi serenamente dentro i calendar di lei, ma che riuscite a parlare il suo stesso linguaggio.

Fonte: FB Lufthansa

Ricordate: Al Bano, Pezzali, Lorenzo e anche gli altri che non ho citato, partono in ogni caso da un’idea non denigrante di loro stessi. Al massimo pongono i propri limiti sul piatto, ma con l’obiettivo subdolo di rafforzare l’eroismo del loro gesto.

Anche Fedez segue questa traccia: sdogana un ampio spazio alle paranoie e ai limiti personali, che servono a sottolineare il peso della stessa dichiarazione (“non ho mai fatto il nodo alla cravatta / fino ad ora la vita m’ha insegnato / a farmi il nodo alla gola”), ma in sostanza fa come Al Bano. “Ancora un po’” e “Oggi sposi” sono distanti solo nel linguaggio, ma adiacenti nell’atteggiamento: questo maschio pretendente fa sempre le stesse cose, si pente, si irride, si prostra per mettersi in mostra, ma alla fine resta un vigoroso narciso italico. Che sia l’altare della chiesa di quartiere o il palco dell’Arena di Verona, il suo gesto è sempre teatro, e per ogni messa in scena, serve una canzone.

E se non vi basta, un ultimo suggerimento, che li riassume tutti: studiate i neomelodici. Sempre.

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