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Compriamo cose, ma ci servono davvero?

Money for Dope 2017 di Fabri Fibra, da Fenomeno, 2017

Fabri Fibra - Money for Dope 2017

Superate l’apparente tono ‘canzonatorio’ di Pamplona o Fenomeno (la traccia): Fenomeno (l’album) è un lavoro altamente introspettivo. Dentro c’è il terrorismo mediatico, l’imperscrutabilità del rapporto con le donne, la battaglia contro la paranoia, la concezione del rap come professione autentica vs chi ci vede un modo di fare soldi facilmente, il narcisismo d’accatto, la de-meritocrazia italica e, naturalmente, l’irrisolto familiare: temi sempre ricorrenti in Fabri Fibra.

Quel che sembra trasformarsi è lapproccio generale: è come se il linguaggio si fosse ‘essiccato’, proseguendo quel lavoro di sottrazione avviato in Guerra e pace e istituzionalizzato in Squallor.

Anche il flow è più lento e le parole oculatamente dosate, quasi che Fibra vi si appoggi con del peso materico. Come sempre, costruisce nuvole di significati a strati, che possono intersecarsi a seconda di chi è l’interlocutore e del valore che si vuole attribuire a determinati termini, similitudini o elementi musicali. Parto dalle scelte più esplicite.

 

La musica come base

Money for Dope 2017 – che nella scaletta sta esattamente tra Fenomeno e Pamplona – è basata su un sample decisamente carico di sensi possibili. Campiona, infatti, e riprende nel titolo Money for Dope, brano che intitola l’unico album finora mai pubblicato dall’attore e comico Daniele Luttazzi.

Luttazzi raccolse alcune delle canzoni che compose ai tempi dell’università, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Al centro c’era l’esplosione dell’eroina che falcidiò una generazione e seminò vittime anche tra gli affetti dell’autore. Pubblicate ‘solo’ nel 2005, queste tracce furono concepite come parte di un “musical elegiaco”, per definizione dell’autore. Le canzoni si muovevano tutte su toni tra il surreale e l’esuberante, tutte tranne Money for Dope, decisamente mesta. Afferma Luttazzi: “Il pubblico, in genere rumoroso, qui ammutoliva. Era come se quella canzone, facendosi carico del mio dolore, riuscisse a parlare del dolore e dello smarrimento di molti”.

Per la produzione, Fibra si affida a Bassi Maestro, il decano del rap italico che ne ha attraversato tutte le fasi più rilevanti, dai Novanta a oggi, rimanendo in posizione di garante di un certo modo ‘incontaminato’ di intendere il linguaggio. Per Money for Dope 2017 Bassi mette in campo un beat cupo e solenne, esaltando gli archi del brano originale e facendo tintinnare il suo pianoforte. Mi fa tornare alla mente il lavoro fatto da RZA per la colonna sonora di Ghost Dog, il film di Jim Jarmusch sul sicario black che alleva i piccioni in completa solitudine, seguace del codice dei samurai e di un’idea ‘pura’ di rispetto degli ideali. Un personaggio introspettivo, un solista e perseverante, attraverso i cui occhi il mondo traspare più infimo e antieroico di quel che sembra.

Il campione di Luttazzi e il colore acustico fornito da Bassi, oltre alla sua stessa presenza, sono elementi che alludono ad alcuni concetti base: la rielaborazione del passato, la valutazione lucida e interiore, svincolata dall’istinto, la dimensione solitaria come scelta di vita.

Ci sono poi altri indici di senso, che stanno appena fuori dalla traccia Money for Dope 2017, ma che non possono essere ignorati. Due frammenti, da non considerare erroneamente come ‘laterali’.

Il tempo

Il primo è una Intro, uno spoken word chiarificatore registrato con la voce triplicata, a tratti inquietante. È Fibra a parlare subito di età, senza fraintendimenti: 

Eccomi lì, a parlare per l’ennesima volta di un nuovo disco, cercando di convincere e di convincermi che sono in grado ancora di rappare, e poi vale ancora la pena rappare per me? Insomma ho quarant’anni, il rap è una cosa per ragazzini, in Italia è una cosa per ragazzini. E io non parlo di locali e di belle serate o di vestiti firmati, e la roba mia è molto più profonda del rap, quindi preparati a criticare perché io sono il rapper più odiato di Italia, ma io vi amo.

Il dato anagrafico – i 40 anni – come chiave di accesso necessaria: il punto di vista dell’oratore si esprime attraverso l’elaborazione di un bilancio, quasi che le valutazioni sulla società di Fibra fossero rimaste le stesse, ma dieci anni fa erano guidate da dinamiche impulsive, oggi da una consistente osservazione e rielaborazione di quanto è già accaduto. Anche per questo, probabilmente, le sue prese di posizione risultano all’apparenza meno corrosive, ma sotterraneamente pervase da un’amarezza più solida, livida. Così Fenomeno mi pare un’esplorazione della maturazione anagrafica attraverso un linguaggio che fa fatica a leggersi maturo, in senso puramente anagrafico, almeno da noi (“il rap è una cosa per ragazzini, in Italia è una cosa per ragazzini”, dove “in Italia”, sottolineato dalla voce, è un’autocitazione tipica del suo stile).

Il presupposto anagrafico ritorna anche nel secondo di questi frammenti. Prodotto da Big Fish, lo skit che precede Money for Dope 2017 si chiama Il tempo vola ed è costruito attorno a una semplice ripetizione della frase del titolo, senza beat, su un piano elettrico che sembra venuto fuori dagli anni Novanta, e un suono sintetico che ricorda la sirena di una volante in lontananza.

Ancora, il cinema: uno skit tanto evocativo sembra giocare il ruolo che in un film può avere una dissolvenza che si apre su un flashback. Più che una sequenza del passato portata nel presente, sembra il suo ricordo fumoso visto dalla dimensione dell’oggi. Il tempo vola così disegna una sorta di cornice esistenziale che andrà a racchiudere tutto l’album, dove è proprio lo sguardo analitico-critico sul passato a fare emergere il nuovo Fibra.

The addiction

Dopo l’ironia sul concetto di Fenomeno, Money for Dope 2017 si sofferma sul lato patologico del rapporto con il denaro. Che sia il passe-partout per un nuovo status (“Mi guardo indietro, quante rime ho scritto? / Mi servono per diventare ricco”), lo strumento per placare l’immediatezza di un bisogno, che sia la matrice della voracità personale o dell’ineguaglianza sociale, il denaro resta un’entità con cui è impossibile stabilire un dialogo non problematico (“I soldi arrivano e subito dopo volano, ci credi? / Ho speso tutto in regali”).

Tutto ciò non è una novità a livello tematico. Fibra lo ha già cantato, più volte.

Devi darti da fare se in tasca non hai niente

Se non sai fare i conti bloccano il conto corrente

Se prendi ma non spendi investirai sicuramente

Ma se spendi più di quello che prendi ritorni a niente

Se in banca conti zero fai la fila e perdi tutto

Ma se in banca hai conoscenze prendi tutto e paghi zero

Stipendi a quattro zero, io ci spero, spero, spero

E zero in quattro stipendi invece è zero, zero, zero

È Controcultura, dall’omonimo album del 2010. Il denaro viene individuato come arma dell’autoaffermazione, ma è anche un materia micidiale da manovrare, pericolosa se non ci si sa destreggiare, causa del trionfo come del fallimento. Fibra interviene da una prospettiva ansiogena (“Nella testa ho il carico di panico / Lo senti questo? È lo stress che scarico), onnipotente e allucinata, una realtà parallela in cui lascia a briglia sciolta il suo personaggio (“attacco lo spinotto alla corteccia cerebrale e inizia il Matrix”), cita Kubrick e Huxley (“Leggimi nel pensiero se c’hai le palle /Le porte della percezione alle tue spalle”, “2020 odissee nello scazzo”) rivelando di essere sul filo del controllo (“Che cazzo ho detto?”). Se la verità è che “il soldo comanda, mama grana / è l’anagramma dell’anagramma, porca puttana”, a fronte di ciò Fibra dichiara di perseguire l’obiettivo con una glacialità chirurgica (“Super tecnico strategico, taglio e cucio”), pena il terrore di qualsiasi artista, non solo rap, ossia il decadimento della credibilità: “L’artista che vende la canzone ancora non esiste / E la canzone che vende l’artista è sempre più triste”.

In Controcultura Fibra – “quello vero, quello puro” – è aggrovigliato a un flow pirotecnico, che fa rimbalzare le rime spostandole dentro i versi attorno i termini “niente”, “tutto” e “zero”, i cardini del discorso. Sembra un canto di battaglia, una battaglia costante, in cui il denaro si rivela chiaramente nel suo ruolo determinante ma Fibra è tutto dentro la questione, e ci è in un modo, come dicevo, allucinatorio, nervosamente imbrigliato.

In Money for Dope 2017 tutto è più posato, nel flow si fa strada il silenzio, le parole cadono come se avessero un’eco. Il totem del soldo è ancora lì, la battaglia non è terminata e probabilmente mai lo sarà. In compenso, Fibra ha evoluto il suo discorso: la nostra voracità perenne, la sua dimensione eternamente problematica all’interno delle nostre vite, l’esperienza maturata ci rivelano semplicemente quanto non sia il denaro il fulcro della questione (“I soldi arrivano e subito dopo volano, ci credi?”), ma le nostre dipendenze. Nel termine ‘dipendenza’ c’è forse il punto cruciale del brano: Luttazzi aveva messo in musica la distruzione portata dall’improvvisa dipendenza dall’eroina, Fibra sembra sostituire all’eroina il contante come merce di scambio primaria. Giocando sull’ambiguità di significato tra il denaro come droga (“for” come “as a” dope) e il denaro come complemento di causa (il “money” che serve per il nostro “dope” quotidiano), Fibra canta il suo ruolo di strumento per rimanere in eterno nella nostra condizione di consumatori. È come se non fosse cambiato nulla dagli anni Ottanta, come se nemmeno essere consapevoli del fallimento del nostro modello economico ci illuminasse sulla nostra addiction. “Ogni giorno sento la pressione che mi schiaccia per terra / Ogni giorno dietro questi soldi perché farli è una guerra”, dirà più avanti, in Ogni giorno.

Universale

È un pensiero che si può fare, in modo autentico, solo avendo vissuto sufficienti esperienze per individuarne la ciclicità del suo ruolo nel nostro equilibrio. Ed è qui che mi pare essenziale pensare a Fibra nei suoi 40 anni: poiché tanto il suo discorso si è asciugato – di virtuosismi, deviazioni allucinatorie, divagazioni tematiche – tanto è stratificato, al punto di essere in grado di diventare universale, a seconda dell’interlocutore che siamo in grado di materializzare nel tu.

Fibra potrebbe parlare a un collega anagraficamente vicino ma in declino (“Certi giorni sali, certi giorni scendi”). A un aspirante rapper inebriato dal profumo del denaro immediato (“Prendo la musica sul serio, gli altri giocano, li vedi?”). Il perentorio incipit si presta bene a questa lettura ambigua:

Compriamo cose ma ci servono davvero?

O siamo sotto con la pubblicità?

Dove “siamo sotto”, ragionevolmente, è il colloquiale “stare sotto”, essere preda di ossessioni, tormentarsi. Ma chissà: si stesse rivolgendo a un collega, quel “siamo sotto” potrebbe alludere alla necessità sempre più impellente di avere investitori pubblicitari sul corpo dell’artista, e al conseguente terrore del declino economico, nel momento in cui i brand dovessero spostare le loro attenzioni su altre figure.

Oppure, Fibra parlerebbe a un italico contemporaneo-tipo, in piena allucinazione da notorietà da ‘fenomeni’: in questo caso, riprendendo il tema della title track, fornirebbe anche un gancio per leggere l’intero album in un’ottica organica, integrale (“Si accende la spia e si decolla / In ogni foto ci sta una magia / La tecnologia ci controlla / Ma chi controlla la tecnologia?”, un palese riferimento a 1984 di Orwell, “Who controls the past controls the future: who controls the present controls the past”).

In sostanza: che si tratti delle droghe di un tempo, le marche (“Mi piacciono le Marche!”, Vip in Trip) o della tech-dipendenza, siamo rimasti succubi schiavi delle cose, continuiamo ad attribuire loro un ruolo di status, di autoaffermazione di posizione, come se nulla fosse successo. Prenderne atto a 40 anni non dà più rabbia, ma solo amarezza. Questo è lo scarto.

La festa

La riflessione scatta attraverso una dinamica che sembra precisa: la proiezione di un passato all’interno del quale, all’improvviso, ci si ritrova nel presente, nelle possibilità di una valutazione. Questi ologrammi del passato Fibra va a proiettarli su uno schermo interiore, esplorando le sequenze il tempo sufficiente per poi venirne fuori e trarne una bilancio, nel presente.

Il meccanismo è esplicito nella seconda barra. Fibra visualizza una scena di festa: è una sequenza ordinaria (“A questa festa non serve l’invito”), una festa qualsiasi, tra canne e drink. L’immagine della festa si presta bene all’ambivalenza: da un lato richiama l’euforia, la spensieratezza, la libertà; dall’altro, il caos notturno, l’illusorietà di ogni gioia, gli altri come fantasmi sconosciuti. È una strategia di costruzione narrativa che ritorna, incredibilmente quasi identica, in Stavo pensando a te: anche qui la seconda strofa si apre sull’arrivo di Fibra a un party e sul suo alienarsi rispetto alla situazione, e va via via a restringersi su Fibra che, ripensando a quel momento, fa i conti con se stesso, oggi.

Dalla festa di Money for Dope 2017, d’improvviso, Fibra si estranea: “Mi guardo indietro, quante rime ho scritto? / Mi servono per diventare ricco”. Non è esplicitato, ma è come se nello staccarsi dal concreto quotidiano della sequenza, Fibra stesse facendo ancora i conti con la sua diversità, in senso polivalente: come artista realizzato ma detestato oggi, come aspirante rapper ieri. Ancora una volta, le parole con cui Luttazzi descriveva l’intento di Money for Dope, pubblicato non a caso dopo molti anni e con alle spalle una carriera avviata, non sembrano essere distanti da questa dinamica.

Tutta questa ambiguità di senso, mi sento di dire, sprigiona una grande forza letteraria, affidata a otto versi di cui 7 sono sdruccioli, con l’accento sulla terzultima sillaba, i più difficili da mettere in canzone, considerata la peculiarità metrica italiana.

Con le parole mi rendo ridicolo

Non mi interessa gli altri cosa dicono (No)

Vorrebbero farmi sentire piccolo

Li sento alle mie spalle, ancora ridono

E sui giornali i politici insistono

Anche se ormai sono così distanti

Quanti problemi ci fanno sul fisco

La soluzione ce l’hanno davanti

La riflessione non riguarda mai soltanto il privato, ma io e te come italiani. È qui che la delusione moltiplica la sua consistenza, come se Fibra osservando se stesso e il suo interlocutore, nelle proprie battaglie quotidiane contro questa dipendenza, identificasse entrambi come parte di un Paese che è sempre inefficiente e immeritevole, ieri come oggi.

Che amarezza in fondo rilevare che questa Italia è sempre attaccata all’effimera apparenza (“Tutti che amano l’Italia, Gucci, Fendi, Prada / Le sfilate di moda tutta la settimana”), all’idea di opulenza come barlume di positività (“Le vetrine illuminate, gente per la strada / Ma alla fine tutta questa bellezza si paga”), che non ha imparato a regolarsi rispetto al rapporto con il valore concreto delle cose (“Questa musica è una droga quindi pagala”).

Anche il Paese, Fibra, l’ha cantato e preso di mira decine di volte. Ma è da Guerra e pace a oggi che Fibra ha gradualmente smesso di esplorare il dettaglio vivo dello sfacelo e si è affidato a formule più essenziali, in cui ormai basta una singola coppia di versi a sintetizzare schifo, insoddisfazione, rassegnazione, ingiustizia (chiaramente, sempre attorno al mezzo principale, il denaro).

E chissà quanti soldi che girano in nero

Perché in Italia, frate, è così che va

Naturalmente Fibra è quanto di più lontano dall’idea di un guru che rinuncia al concreto per rifugiarsi nell’ascetismo, e lo precisa: “Ci sono cose di cui non puoi fare a meno / Ci sono cose che non ti servono più”. Il punto è un altro: è che più diventiamo consapevoli dei meccanismi, più il nostro essere inermi si incancrenisce. Questa è la differenza con il passato: che oggi abbiamo gli strumenti per riconoscere la dipendenza nel suo svolgersi, ed è più doloroso vederlo. Possiamo essere coscienti non solo dell’obsolescenza programmata di natura consumistica, ma della stessa evanescenza del bene materiale. Ma se “ogni cosa perde forma entro una data”, la felicità resta “una formula elaborata”, complessa, ci frutto di una rielaborazione costante (“Rimanere così in alto / è una questione di equilibrio”, Equilibrio).

L’amico

Ovviamente individuare precisamente tutti questi interlocutori è un’azione che lascia il tempo che trova. Il tu potrebbe essere chiunque o, come sempre, anche la propria immagine allo specchio, un Fibra che parla a un altro Fibra. Ma il tu, in Money for Dope 2017, potrebbe essere, più semplicemente, un amico, nel senso più assoluto del termine.

L’immagine di una riflessione amichevole, ma sempre derivata dalla maturità, potrebbe essere confermata dagli ultimi quattro versi, e in particolare dall’ultimo:

Stai sempre chiuso in casa frate vai fuori

Si passa dal telefonino all’iPhone

La gente guarda male se non lavori

Ricordi quando fumavamo al parco?

“Frate’ vai fuori” è un monito, garbato quanto perentorio; nello scandirlo chiaramente, Fibra mette l’altro in una posizione che certamente presuppone un rapporto, almeno di comunanza. Un termine desueto come “telefonino” potrebbe ugualmente alludere a un’era passata, in cui i 3310 ci sembravano totem dell’innovazione, ma intanto già sublimavano funzioni che prima erano affidate al contatto sociale (non solo le telefonate, ma anche le ore perse delirando con lo Snake).

“La gente guarda male se non lavori” allude a chi ha adottato l’inedia come unica reazione a questa amarezza cronicizzata. Fibra sa di aver sganciato, sul finale, un consiglio concreto. Per non sbilanciarsi in un’ipotetica dimensione moralistica – che non gli appartiene – controbilancia con un ricordo personale, un richiamo a una sorta di idillio giovanile in cui eravamo ancora impermeabili a queste forme di dipendenza: “Ricordi quando fumavamo al parco?”.

Fosse un film sarebbe uno di quelli che finisce nel passato, per stemperare la cupezza della valutazione complessiva in un fotogramma di “tenerezza”. Già. So di poter far drizzare i capelli a chi ha una (errata) immagine troppo ‘cruda’ di Fibra, ma non riesco a leggere questo finale se non come l’espressione di un contatto umano nei confronti di qualcuno che è evidentemente ancora “preso dal panico”, per usare lo stesso Fibra.

Sarà forse a causa di un’altra suggestione cinematografica, una di quelle definitive, come C’era una volta in America. Ripensando all’uso del flashback soggettivo di cui ho già parlato e alla presenza del passato come traccia portante, immagino l’artista uscire dal suo rifugio in cui ha rivissuto un’esperienza alterata del passato e mettersi in cammino in solitario verso uno skyline metropolitano plumbeo e ingrigito, con gli archi crescenti sul beat che lo accompagnano mentre diventa un puntino sempre più piccolo in un campo sempre più lungo.

Oppure, sarà che a questo Fibra la sopraggiunta maturità anagrafica ha fatto scoprire il potere esorcizzante del dire le cose in purezza, in modo essenziale. Più che la risoluzione, certamente più che la rivoluzione, la risolutézza.

Del resto, da Money for Dope 2017 in poi le canzoni in Fenomeno si susseguiranno secondo un progressivo restringimento dello sguardo, che porta a un punto ben preciso: l’intero blocco finale, da Invece no a Ringrazio, in cui spazzare via questa nube di domande e questioni rimaste ‘appese’, sulle quali finora c’erano supposte spiegazioni, ma non dichiarazioni. In questi venti minuti finali c’è Fibra da solo con Fibra, allo specchio, scrutatore di se stesso con una lucidità mai così quadrata, che è il prodotto dei vari passaggi compiuti: Le vacanze in famiglia, le domande sul fratello, il rapporto con la madre. Gli altri ammutoliscono, possono solo prendere atto di quanto ascoltano. E restare zitti.

Alla fine di Fenomeno si resta zitti, senza consolazione, ma con una sottile sensazione di compiutezza, quasi di appagamento: l’amaro resta, ma ciò che si doveva fare, è stato fatto.

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