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Gabbani e il male: appunti sul Concertone

Il Concertone del Primo Maggio è stato realmente rinnovato? Se il rinnovamento c’è stato, nella proposta artistica come nell’impatto dello show, si è soltanto acquistato o qualcosa è andato perduto dolorosamente?

La mia sensazione è bifronte.

Si è parlato di svecchiamento e de-ideologizzazione dei simboli: e quindi pochi bandieroni, pochi sermoni e, per carità, mai troppo lunghi, le sigle politiche e sindacali meno in vista, quasi parificate ai loghi degli sponsor, comunque sul lato sinistro del palco, che compaiano solo all’occorrenza. Ridotte le cover di Bella ciao (incredibile: solo una, nel primo pomeriggio, tra l’altro per mano dello straniero Ara Malikian, un coacervo strabiliante di influenze musicali).

In compenso, la presenza in primetime di artisti di ampio seguito televisivo e web, affiancati da un’infornata di nomi nuovi della scena cantautorale (alcuni attivi, per la cronaca, da oltre un decennio, già intervenuti in altre edizioni del Concertone).

Più ritmo (o più fretta).

Se l’obiettivo era allargare le maglie del pubblico, possibilmente abbassando anche l’età media, liberando il Concertone di un ‘carico’ troppo ideologico, le idee c’erano e le motivazioni erano comprensibili.

Ragionando come un organizzatore, si è vista la volontà di capitalizzare al massimo tutto ciò che le risorse permettevano di fare. Questo è stato fatto, ed egregiamente: in tempi di demonizzazione totale di ogni euro speso per l’intrattenimento, mettersi a rimpiangere i tempi degli Oasis a San Giovanni è ridicolo.

Tutto premesso, resta la sensazione di uno spettacolo che poteva decollare più volte, ma non si è concesso il tempo per farlo né il fegato per arrischiarsi a provarci. Certo che i buoni momenti ci sono stati. A me hanno colpito, in termini soggettivi, la densità strumentale di Ermal Meta. Le suggestioni cupe come il set sotto la pioggia degli Editors. Un Fabrizio Moro esaltato ed esaltante, mai visto così a suo agio. Bombino. Brunori, in abito talare da consacrazione definitiva. Qualche artista di livello mi è parso confinato a ruoli un po’ troppo laterali (Marina Rei, ma la sua è stata un’esibizione viziata dal forfait di Paolo Benvegnù, per motivi di salute).

Il set di Ermal Meta: Odio le favole, Volevo dirti, A parte te, Vietato morire.

Rilevo che il rap è ancora desaparecido: con Sfera Ebbasta che ha dato buca, è stata riprodotta la formula sanremese, con Clementino e Rocco Hunt unici nomi che rientravano nel ‘capitolato’ concesso dalla diretta Rai. Questo non va bene, soprattutto alla luce di quello che è, oggi, la gigantesca genealogia del rap italiano.

Non ha molto senso prendersela con il presunto tono “deprimente”, per dirla con i social, di parte della produzione d’autore che è stata proposta. Perché vuol dire ignorare i due binari principali sui quali si muove la canzone italiana, oggi.

Da un lato la necessità di ristabilire gerarchie dell’espressione nella paranoia ipertrofica dell’opinione libera sul web: un’istanza che tiene incredibilmente vicini gli Iperconnessi di Le Luci della Centrale Elettrica (“Iperconnessi e in disaccordo con tutti / i desideri inespressi dove si sono nascosti?”) e il dropping di Gabbani (“Tutti tuttologi col web / Coca dei popoli / Oppio dei poveri, Occidentali’s Karma).

Dall’altro, c’è che la canzone italiana già da tempo immemore non incita più alla rivolta ma fa un’ampia cronaca delle strategie di resilienza in un mondo allo sfacelo per cui non si prova alcuna speranza. Per il gioco degli accostamenti arditi, qui immagino un Brunori e un Meta in grado di dialogare su uno stesso piano: il futuro (l’apparente tranquillità fatta a pezzi dal reale de L’uomo nero, “Io che sorseggio l’ennesimo amaro / seduto a un tavolo sui Navigli / Pensando in fondo va tutto bene / Mi basta solo non fare figli / E invece no”, che ha una sua risposta nell’essenziale, viscerale incitamento al non considerare la crudeltà del reale come definitiva, in Vietato morire, “Lo sai che una ferita si chiude e dentro non si vede / Che cosa ti aspettavi da grande, non è tardi per ricominciare”).

Insomma: la canzone, grosso modo, mi pare muoversi qui attorno. Oggi. Il gusto resta un fatto opinabile ed è insindacabile. Ma la rappresentatività, su quel palco, almeno a questo livello, c’era.

In compenso, chi poteva urtare, portando magari i temi del Primo Maggio al centro della performance, ha pagato pegno a una resa sonora problematica, almeno vedendo lo show in televisione (e ci tornerò). Dagli artisti dal piglio più pop, invece, sono arrivati set affiatati e puliti, che però, pensando al contesto in cui eravamo, mi sono sembrati raramente abrasivi.

In una prima serata che scorreva fluida come un Coca-Cola Summer Festival, io ho avvertito una punta di nostalgia per gli interventi di rottura, ridotti a quasi zero, escludendo la provocazione de Lo Stato Sociale, che è connaturata al progetto e che, in qualche modo, era prevedibile (anche se mi è sembrata più attinente a San Giovanni che in area Mediaset).

Ma per essere un concertone, c’è una cosa che proprio “non si poteva sentire”, nel senso colloquiale dell’espressione: la voce. E non è solo una questione di doti vocali e bel canto. Anche perché

1. Il bel canto non è un diritto

Ora, ostiniamoci pure a sottolineare il problema delle stonature nel Concertone. Che ci sono state, è impossibile negarlo, e alcune erano fastidiose. Ma si stona quando non si riesce ad accordare la voce con la musica: che sia per demerito tecnico (del cantante) o per problema tecnico (dell’organizzazione), bisogna considerare sempre che la tv non è in grado di restituire fedelmente quanto accade sul palco. Leggi: Festival di Sanremo. Se ci mettessimo a scandagliare tutte le stonature del Concertone una per una, rileveremmo che qualcuno ha cantato intere sequenze fuori tono – e quindi, che non ha proprio riconosciuto la tonalità, diciamo che non ha sentito la musica: il che, per cautela, mi lascia supporre che ci fossero grossi problemi tecnici più che incapacità. Almeno perché molti di questi artisti, nei rispettivi live, non sfiguravano vocalmente come è parso. Poi conta l’effetto acustico ed in certi casi è stato devastante: ma il rispetto per l’artista passa anche dal fatto che almeno la sua espressione artistica andrebbe valutata oltre l’errore di una situazione. Il tenore dello shitstorm su Brondi, Ex-Otago e via dicendo mi dà più l’idea che si attendesse solo il pretesto buono per buttare un po’ di merda sui cosiddetti “complessi da Primo Maggio”, per dirla con Elio, ormai ipercitato, magari anche un po’ a sproposito. Comunque, fossi negli artisti o nei loro management, pretenderei un po’ più di sicurezze a livello tecnico.

2. Il dibattito non è un incubo  

Non per sembrar vetero-qualcosa, ma mi sembra siano venuti un po’ meno i contenuti. Non intendo quelle tirate moralistiche interminabili tra un gruppo e l’altro. No, quelle decisamente meglio che siano state ridotte, a vantaggio della conduzione Clementino+Camila, che seppur non frizzante, ha avuto il merito di non sovrapporsi al resto alimentando inutili protagonismi. Ma mi è mancato quello scarto nella proposta musicale che dovrebbe giustificare la differenza tra un festival musicale qualsiasi e, appunto, il Concertone, il Primo Maggio, i precari, il lavoro oggi, tutto trattato sul filo dell’eccetera eccetera. Gli artisti in primetime, quasi tutti ripescaggi sanremesi, hanno reso bene e coinvolto il pubblico: Moro, Gabbani, Meta. Ma in che cosa la loro proposta si differenziasse da un puro showcase promozionale, è difficile dirlo. Penso a uno come Samuel: con quella storia alle spalle, avrebbe potuto osare di più, non dico rifugiarsi nell’antagonismo anni Novanta, ma almeno sottolineare ai più giovani quale valore abbia, se un valore c’è, cantare su quel palco. Così non ha fatto altro che far sembrare ancora più volatili le sue liquide canzoni electro-pop (a quale Samuel penso? A questo).

3. Bennato non è Gabbani

Il peso sul presente l’ha certamente spostato Brunori Sas, del quale ho ampiamente parlato qui e che ha fatto un set straordinario, sacrificando le parabole morali dei suoi esordi in favore di una coerente sintesi in quattro canzoni di A casa tutto bene. Il presente l’hanno portato in modo sparso anche Motta, Vasco Brondi e Lo Stato Sociale, con linguaggi opposti, ma finché le uniche Luci che si è disposti a vedere sono quelle impazzite del livore, allora di che cosa parliamo?

Il contenuto, soprattutto, l’ha portato Edoardo Bennato, uno con più di 40 anni di storia alle spalle, e altrettanti di poetica della corrosione del potere. Bennato ha curato la sua mini-scaletta (4 pezzi, nessun classicone) seguendo un preciso percorso, dalla questione migratoria alla riqualificazione/svendita di Bagnoli, tema che solleva da decenni con coraggio isolato, nella canzone italiana. Fino alla chiusura su una raggelante Meno male che adesso non c’è Nerone, che oggi acquista tutto un significato velenoso, a seconda del Nerone che vogliamo rimpiangere e soprattutto a seconda del valore che vogliamo dare a quel “meno male”:

Lui comandava sopra il mondo intero,
teneva tutti sotto la sua mano
la storia dice e forse è verità
che alla fine incendiò la città…

Meno male che adesso non c’è Nerone
Meno male che adesso non c’è Nerone

Ed alle feste che organizzava
c’era il bel mondo ed anche lui suonava
gli altri all’aperto senza protestare
se no aumentava le tasse da pagare…

Peccato che la Rai abbia tagliato l’esibizione, perché i tempi stringevano. Eviterei di parlare di censura alimentando inutili complottismi: era evidente, guardando la diretta, che si fosse trattato di una questione di timing. Però.

Il set di Edoardo Bennato al Primo Maggio: Pronti a salpare, Vendo Bagnoli, A cosa serve la guerra,
Meno male che adesso non c’è Nerone

A leggere queste dichiarazioni, sembra che Bennato ci sia rimasto male, ed è difficile non essere d’accordo. Sul fatto l’organizzatore Massimo Bonelli, all’Ansa, ha dichiarato: “Bennato parla di trattamento inaccettabile, ma anche sforare, magari a danno di altri artisti, non è corretto”. Ha ragione. Anche se si parlava di due minuti, la tv impone tempi rigidi. Ma penso anche che, in un programma artistico così sbilanciato in termini commerciali, Bennato avrebbe potuto avere più spazio, magari meritando di essere elogiato come un padrino, non certo di essere trattato, al di là del potere discografico del momento, come un Gabbani qualsiasi. No.

 

4. Gabbani non è il male

Gabbani, appunto. A qualche veterano della Piazza la questione della scimmia deve aver dato una certa noia, lì, in mezzo alla fascia di rilevanza più alta del programmone del Concertone. Ma la verità è che di Gabbani molti ancora – commentatori come pubblico – hanno una difficoltà enorme a riconoscerne le qualità, terrorizzati dall’idea che si tratti di un Rovazzi radical. E intanto si allontanano, sempre più inesorabilmente, dalla questione cardine: che in questi 12 mesi in cui le fabbriche pop nostrane (i talent) non sono mai sembrate così spompate, c’è un perfetto sconosciuto che si è fabbricato e cesellato in studio, con tanta cura del tempo, un’idea di pop derivativa e a suo modo originale, nonsense e over-sense, mettendoci dentro tutto, appunto da Rovazzi a Battiato andata e ritorno, dalla Macarena all’involuzionismo, riuscendo a sembrare credibile ad Amici come al Concertone. Al punto che un hook come “Allora avanti popolo che spera in un miracolo” (Amen) o un verso come “La scimmia si rialza”, davanti al pubblico del Concertone, mi sono parsi acquistare un’epica tutta inedita, persino più appropriata rispetto a contesti come Sanremo o la spiaggia di Capocotta (e se sulla spiaggia di Capocotta Gabbani dovrà essere, che Gabbani sia, perché non è un problema, tanta gente che esulta perché magari ci si identifica non è il male, Gabbani non è il male, un tormentone non è per forza il male, su).

Può non piacere ed è legittimo sia così, ma a ignorarlo con la stessa diffidenza che uno può provare, per dire, per un Luis Fonsi qualsiasi si rischia – secondo me – di ritrovarsi come scissionisti PD davanti al risultato delle primarie. Anche perché la piazza, Gabbani, l’ha rivoltata sul serio come farebbe un rottamatore (uno vero).