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Picchiano le armi

Sole silenzioso, Subsonica feat. Roger Rama, da Amorematico, 2002

268 - Subsonica - Sole silenzioso

Alcune date: il G8 si tiene dal 19 al 22 luglio 2001 nel capoluogo ligure, l’omicidio di Carlo Giuliani avviene il 20 luglio, l’irruzione nella Scuola Diaz la notte del 21. Il sito Antiwarsongs.org riporta decine di canzoni sul G8, alcune di artisti affermati, come Simone Cristicchi, Linea 77, Bandabardò. Anche Guccini inciderà una sua personale Piazza Alimonda, nel 2004.

Amorematico esce l’11 gennaio 2002, a meno di sei di distanza dopo i fatti di Genova. Dentro c’è Sole silenzioso, che a quegli eventi è ispirata, senza tuttavia possedere alcun riferimento diretto o cronachistico, come accade invece in molte altre canzoni di rievocazione.

È plausibile che sia stata scritta ‘sopra’ un costrutto musicale già definito: la terza parte della suite Atmosferico, che chiude l’album, è sostanzialmente una versione strumentale di alcune sezioni di Sole silenzioso, probabilmente la sua matrice.

Come ha già fatto altre volte, Samuel delinea il paesaggio di un’apocalisse, attraverso poche presenze, dotate di attributi non realistici, al limite del grottesco.

Danza la coscienza

nella domenica ipnotica

delle verità svendute

dell’adunanza catodica.

Bisognerebbe immaginarsela quella domenica, il 22 luglio 2001, a fare zapping tra i contenitori pomeridiani della tv generalista, inebetiti dal flusso-tritacarne ad alto contenuto manipolatorio (la domenica è “ipnotica”), tra tentativi vari di ricamare versioni filo-governative (le “verità svendute”). Un’azione coercitiva la cui efficacia si sgretolava man mano che arrivavano immagini ‘non ufficiali’, anche perché il G8 è stata forse la prima volta nell’era contemporanea in cui le fonti di documentazione autonome hanno superato per rapidità e quantità quelle ufficiali. L’allitterazione della “danza della coscienza” questo evoca: immagini di figurine grottesche con paresi facciali a manovrare una narrazione differente dei fatti e a sputare giudizi (“nuovi traffici e farisei”), mentre monta la fobia del momento (che ovunque, anche nei rifugi bunker delle proprie case, ci potesse essere un ‘black-bloc’).

Samuel poi scandisce e dilata i finali di rima “ipno-ti-ca” e “cato-di-ca”, facendo riecheggiare la voce più del solito, appoggiandosi sulla sillaba finale e scaraventandola in aria. Pare stia creando connessioni nello spazio, come se stendesse un nastro tra l’adunata davanti al piccolo schermo e la folla manifestante, abbacinata.

Da questa panoramica a tutto campo l’occhio la visione si restringe e arriva, zoomando, a un ‘te’ generico e totale.

Dentro di te un sole silenzioso

Qui la musica fa entrare in campo la pietas. Al kick profondo che fa da scheletro ritmico alla strofa si aggiunge prima un fraseggio sintetico in crescendo, con una specie di theremin che ‘piange’ note luttuose; poi un tappeto di archi sembra estendere la visione sulla vastità di una folla abbacinata. Occhi commossi, espressioni di annientamento. La musica prosegue, senza parole.

È una scelta di composizione decisamente da soundtrack cinematografico, come si fa quando un tema portante viene anticipato in una versione contratta, per poi esplodere nel climax della storia: il primo ritornello non è cantato, ma è costituito solo dalla sua infrastruttura armonica; il tema non è nemmeno suggerito, lo si può immaginare muoversi in piccole particelle solitarie nell’aria plumbea di uno scenario di guerra.

Quando il secondo ritornello aggiungerà la voce, la linea melodica acquisirà una solidità da inno, con i contorni emotivi di un finale di film al negativo, un apocalypse movie senza salvezza. Appena tratteggiate nella prima parte del brano, queste silhouette impercettibili tra la folla prendono gradualmente luce. Il riflettore individua i loro volti in modo netto, illuminandone le espressioni di afflizione e resistenza. Immagino una scena da ‘terzo stato’ versione Duemila, dove i partecipanti sono tutti quelli il cui cuore ancora “batte a fondo”, quelli che hanno visto esattamente quello che c’era da vedere, e non fingono di non riconoscere: “gli occhi non ti si confondono”, e chissà che si non alluda alle disquisizioni durate mesi sugli scatti che documentarono l’uccisione di Carlo Giuliani, abbattuto proprio da quel colpo di pistola che i Subsonica, un paio di anni prima, rivolgevano con toni minacciosi verso il nemico.

L’immagine del Sole silenzioso è una sinestesia forte, un tutt’uno con la musica, che diventa epica e mortuaria allo stesso tempo. Il sole di una giornata estiva, in paradossale contrasto con il paesaggio urbano devastato, con la luce saturata, eccessiva. Insieme al silenzio di chi prima manifestava pacificamente, ignaro della guerriglia, e poi non sa davvero cosa dire, perché cosa vuoi dire veramente.

Questo “sole” serve a definire l’appartenenza a una moltitudine che da adesso in avanti non riuscirà più a leggere i concetti di “libertà” e “giustizia” come prima. La canzone sembra immortalare il momento in cui questa si realizza questa disillusione. Allo stesso tempo, la pietas è nel dono che i Subsonica ne fanno verso questa moltitudine, come se invitassero tutti a seguire quell’astro bollente nel cielo livido come traccia nel loro percorso sempre “dall’altra parte”, quella dei “servi disobbedienti” ai quali De Andrè regalò il suo ultimo, definitivo omaggio.

Di chi disubbidirà

lungo la terra di chi

sempre disubbidirà

nella giustizia di chi

Il “di chi” che definisce l’appartenenza a questa “terra dei disobbedienti” dialoga col “di chi” finale, sottintendendo un punto interrogativo: di chi è veramente questa giustizia a cui stiamo disobbedendo? La reiterazione aumenta l’insensatezza del tutto, la ciclicità del refrain infierisce nel dolore del senso di impotenza; allo stesso tempo, questi pochi versi si innalzano verso il cielo, con la voce sempre più filtrata, come l’eco di un coro. Prima dell’ultimo ritornello, la partitura di archi dipinge una variazione melodica dai toni solenni, mentre Samuel, con la voce ormai trasmutata, continua a rispondere: “di chi disubbidirà”. È un sancire un passaggio, dal prima al dopo, con un piccolo afflato di coraggio, più che di fiducia:

il futuro é con chi

sempre disubbidirà

I Subsonica certamente non avevano intenzione di scrivere un inno. Ma la conformazione di Sole silenzioso, il suo crescendo di grande impatto emotivo, la cruda limpidezza dei versi, persino la sua dimensione spaziale, sono tutte componenti che esaltano l’identificazione, il carattere collettivo. Nel paradosso di un brano che, più che di azione, sembra una meditazione sull’inazione, sullo stallo dopo uno choc.

Il ritmo di Sole silenzioso mi sembra mettere insieme coloriture dub con alcuni esperimenti tra pop e house dei primi anni Novanta (come One Day di Björk o addirittura Sweet Harmony dei The Beloved). È troppo lento per essere ballato, e il soggetto tematico in un certo senso mette un po’ di riverenza. Ma è sostenuto abbastanza per avere i contorni della marcia.

Questo è ciò che succede quando i Subsonica, a volte, rallentano. Almeno fino a Terrestre, è successo con una frequenza 1 a 5, pressappoco. Quando i battiti per minuto diminuiscono e il ritmo non viaggia ai consueti tempi missilistici, è segno che la band sta facendo qualche sottolineatura particolare, di qualche elemento che magari, a velocità più frenetiche, è più facile si confonda nel loro hangar acustico.

È allora che le suggestioni sintetiche si allungano, il ritmo si fa atmosferico, Samuel inizia a scandire oltre il tempo reale i suoi versi laconici, punteggiandoli di accenti metallici o scagliandoli facendoli risuonare da parete a parete. È in questi casi che si può vedere in azione, in tutta la sua efficacia, la capacità dei Subsonica di generare spazi con i suoni. Nella versione slow dei Subsonica, questi spazi possono essere angusti, come ricoperti di plastica isolante (Lasciati, Ieri), o al contrario sembrano ‘masse di materia’ in fluttuazione tra confini sfumati (Dentro i miei vuoti).

E poi può capitare che una concomitanza perfetta tra il canto, il colore della sua registrazione e le figure musicali sullo sfondo faccia propagare il tutto senza confine, spingendosi come l’aria fa in ogni anfratto a disposizione, prendendo la forma del tutto.

 Questo effetto mi ha sempre fatto Sole silenzioso, forse il loro brano più direttamente politico fino a Piombo. Una canzone che mi sembra ancora respirare come gigantesco corpo autonomo, come se la si potesse ancora trovare, viva e pulsante, in qualche angolo della città. Anche dopo quasi 15 anni.