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Tempo di essere nuova immagine

Vamos a Bailar (esta vida nueva) di Paola e Chiara, da Television, 2000

Paola e Chiara - Television

Le sorelle Paola e Chiara Iezzi ritirano una vittoria annunciata al Festival del 1997, cantando all’unisono Amici come prima. È un emulo di irish folk-rock che sconvolge più per la sua dimensione acustica straniante – un irremovibile unisono – che per il contenuto dei suoi versi. La formula, già in ritardo di qualche anno sul resto d’Europa, viene comunque forzata anche nel resto del repertorio delle sorelle.

C’è spazio per qualche concessione acida (Ci chiamano bambine), ma già col secondo album Giornata storica il suono sembra leggero, troppo lieve, un mezzo bicchier d’acqua (Non puoi dire di no). Le Iezzi diventano personaggi ma con la minaccia enorme di una ridicolizzazione rapida.

Che arriva: a Ciro, il figlio di Target, show chiave di fine secolo, Luciana Littizzetto capitalizza l’affinità corporea con la dimensione mignon delle sorelline e soprattutto il timbro acuto, e lo rende arcigno, insopportabile.

Serve una rigenerazione rapida, i Novanta si sono portati via molto rapidamente i Cranberries, Zombie compresi, ma anche le Spice Girls, in piena elegia (“Goodbye my friend, it’s not the end”). Il pop internazionale è già immerso in una dimensione sintetico/acquatica, il paesaggio sonoro che il pubblico ha adottato per vincere il suo millennium bug. Ci vogliono:

– esotismo: alla Anggun, la pop star indonesiana naturalizzata francese che, algida e sinuosa, canta in inglese le nevi del Sahara (Snow on the Sahara)

– ammiccamento, possibilmente barely legal, cercando una mediazione tra sesso e qualità: se proprio in Italia non si può fare Britney, che almeno sia Cristina, che la voce ce l’ha

– futurismo: prendere a modello il rivoluzionario uso della voce in autotune di Cher nel mega-successo Believe, l’indice esemplare di come una produzione accurata possa rigenerare pienamente chiunque.

Lo sguardo deve essere internazionale, come la più fine tradizione della disco italiana insegna. Per farlo, serve appellarsi alla massima semplicità linguistica, volendo alla lallazione. Gli Eiffel 65, di Torino, hanno fatto di I’m-blue-da-be-di-da-be-da un successo mondiale.

E se non è italiano, che sia per forza lo spagnolo.

A tracciare la connessione più netta è Geri Halliwell, già una ex Spice quando le Spice sono ancora in pista.

Un’immagine da ragazzina già ‘vissuta’, una sensualità da caricare nelle rotondità già eccessive, una strana malinconia, senso di inadeguatezza. Su uno yacht tra bonazzi lucidi da spot D&G, Halliwell si gioca l’ultima carta di una carriera solista mai decollata con un glorioso esperanto italo-anglo-spanish ricalcato con lo scalpello su La isla bonita:

Take me back to my sweet lavida / Find my love my dolce vita

Show me where I need to go / Donde está mi chico latino

È fatta. Gli elementi chimici ci sono. La reazione è pronta. È l’estate del 2000 e Paola e Chiara possono sganciare la bomba.

Niente più canto obbligatorio all’unisono. Ci sia distinzione. Al bando l’immaginario teen, le bambine, le amiche, le lolite. Assolutamente vietate le cornamuse e le chitarre distorte. Al loro posto, una sciacquata gigantesca di suono sintetico.

Sulla quarta del booklet di "Television", due algide poltrone bianche: una sala d'aspetto? In attesa di cosa?
Sulla quarta del booklet di "Television", due algide poltrone bianche: una sala d'aspetto? In attesa di cosa?

Vamos a bailar (esta vida nueva) è l’oggetto più stralunato, simbolico, soverchiante e certamente tormentante dell’intera estate 2000 (considerando il panorama italiano e lo ‘standard’ di hit estiva). Lascia alle spalle le strade abitualmente tentate dai Ramazzotti e dagli Zuccheri nei Novanta, suggerendo loro di riallinearsi su questo gusto ‘neo-latino’. Eros innesterà subito del Fuoco nel fuoco, Fornaciari ci prova con Baila, baila morena, sotto questa luna piena, che se non ci fosse quel sarcasmo ridanciano a rendere implausibile la proposta, sarebbe solo una clamorosa gettata di ossigeno sul fuoco tenuto in vita dai suoi storici detrattori, in merito alle sue abilità ‘derivative’.

In Paola & Chiara vanno via anche i versi compiuti. Le poche parole che compongono il testo sono sibilline ma perentorie. Sono sei frasi, eccezion fatta per il refrain.

Tutte scandite in terzine ampie, senza variazioni, personalizzazioni, giochetti vocali. Nulla.

È una dichiarazione compatta, un bilancio: ti ho detto definitivamente addio, non c’è ombra di dubbio, perché tu “eri un’ombra su di me”. Di contro, il suono della voce diventa quasi oceanico, come se a scandirlo fosse una silouhette meccanica emersa lentamente dalle acque, posizionata nel mezzo di una distesa d’acqua.

“Cerco la mia isola / via di qua”.

Due ninfe, digitali però, in piena trasfigurazione:

“Ora è tempo / di essere / nuova immagine”.

Trattandosi di un’affermazione ben calibrata, piombata con tutto il suo peso specifico nel mezzo di un percorso professionale pericolante, è impossibile non considerarla come un’affermazione del sé ritrovato. Un manifesto, sostanzialmente, nella scia di altre canzoni di io sono più che di io sento (più Io sono qui di Baglioni che Io canto di Cocciante).

Questo io ritrovato è l’uno mai riconosciuto: le due metà Paola&Chiara diventano Paola con Chiara e Chiara con Paola; i versi sono finalmente alternati, le voci distinte pur con questa vetrazione cristallina che le rende quasi impalpabili, eteree. A chi è che stiamo dicendo addio, se non all’ego del passato? A quella immagine deforme che noi stessi abbiamo proiettato a lungo convincendoci fosse l’essenza, stregate da un effimero quanto invogliante successo?

È stato difficile, certo. E di fatti, il ritornello è preceduto da un’autentico bilancio interiore, in cui non si può evitare di guardare da dentro quel passato recente: l’ipotetico (“se qualche volta ho creduto che / fosse possibile”) rimpiazza l’indicativo (“Ho voluto / dire addio”), la tonalità cambia verso il si minore, si tinge di tensione.

Tra i beat atmosferici si fanno strada arpeggi da flamenqueria spiccia, essenziale. Chiara verticalizza un acuto doloroso, uno sbalzo acustico rispetto alla calma piatta della strofa, fino alla presa di coscienza del problema, con relativa soluzione:

“Non ho più niente da perdere / solo te”.

A liberazione avvenuta, dopo il passaggio nella tempesta e l’affrancamento dalle ombre, segue il momento di slegare il corpo, di celebrare questa vita ritrovata. Che non è una vida loca alla Ricky Martin, frenetico vagabondaggio in cerca di un impossibile approdo (“Outside / Inside out”), e invece è una pacifica vida nueva, rigenerazione e scoperta, ripartenza e ascesa. Si ritorna, pertanto, alla tonalità di partenza, al sound atlantico con cui il pezzo è partito.

Il ritornello di Vamos a bailar non invita al sabba o a una danza dionisiaca, piuttosto è un rituale di affermazione del sé cosciente, che si parte e si avviluppa sul Fa# minore, non evolve, è circolare, ciclico. Si presta benissimo alla ripetizione infinita e al loop. Come si presta altrettanto bene a una tipica deformazione da successo estivo, che nei primi anni Duemila equivale a poter godere di una coreografia standardizzata pensata per i ballo di gruppo da sfoggiare nei villaggi turistici. Una formula che funziona ovunque, ‘da esportazione’. Non perché il calcolo sia stato perfetto (o anche sì, ma che importa), ma perché Paola & Chiara esistono, e sono così a loro agio in questa nuova immagine che diventano universali.

Vamos a bailar è una canzone pienamente trans, e in una lettura possibilista ciò spiegherebbe bene perché le sorelle Iezzi scoprono anche una carica iconica gay, piuttosto rara tra le artiste italiane di inizio millennio. Purtroppo la funzione affermativa di Vamos a bailar è talmente forte e codificata che Paola e Chiara, malgrado loro, resteranno avvinghiate a quest’altra forma di trasfigurazione, a questa nuova immagine, un po’ come le nuove relazioni sentimentali che, in mancanza di autentico rinnovamento dalle basi, tornano a raffigurare le dinamiche dei vissuti precedenti.

E allora per un po’ di anni la loro produzione sarà un profluvio di esistenzialismi da bagnasciuga (“Festival / sento questa musica / che mi prende l’anima”), essenzializzazioni materiche (“Blu / Blu / I love you / Ritmo Universale / Che ci fa ballare”) e revival alla Carrà (“Fatalità / non pensavo che passassi di qua”).

Con questa dimensione cosmica richiamata costantemente, quasi a trincerarsi alle sue spalle, mentre si assottiglia irreversibilmente il gancio con il pubblico, ma anche con se stesse/i. Alla fine, dimenticati i tentativi in solitario, i lanci nel cinema, il revivalismo, Vamos a bailar vale ancora, dopo due decenni, come documento essenziale di una genuina, persino tenera, fiducia nelle capacità del sé che si rigenera. Del potere dell’immagine di dominare l’immagine stessa. In altre parole, della possibilità di un futuro, quale che sia il passato da cui proveniamo. Noi, anno 2000, “paradiso magico”.