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Mi sono sponzato alla festa di Vinicio. Ed è stato bellissimo

Articolo pubblicato su Medium il 3 settembre 2016. Tutte le foto: Facebook Sponz Fest

Se si ha la fortuna di assistervi sotto l’ala protettrice di irpini autentici, lo Sponz Fest offre interpretazioni ben più stratificate della sua immagine apparente. Che per me, nuovo a questa terra, è sempre stata assimilata all’idea di ‘solito’ festival estivo. Magari leggermente bizzarro, se non scampanato, certamente verace, genuinamente arrabattato. Un pregiudizio dei tanti pronto a frantumarsi già al primo contatto reale, che è per forza quello paesaggistico: arrivando dalla Puglia, l’illusione di un cromatismo familiare a quello della Capitanata, tra terra arida, pale eoliche e pendii accennati. Un’illusione, appunto, perché passata una tortuosa strada dalla corsie sempre troppo strette il paesaggio muta drasticamente, in un’esplosione di boschi fitti ma accoglienti e rupi ricoperte di un verde intenso. Una terra di confine, non di “dove finisce la terra” ma al contrario dove le terre si incrociano e sovrappongono, i dialetti — nella loro radicata diversità da comune a comune — convogliano echi del foggiano e del beneventano, meno cantilenanti del napoletano urbano, più morbidi del potentino. Benvenuto in Irpinia, di cui nulla sai e di cui non è detto che tutto scoprirai.

Da neofita, l’unico strumento d’accesso di cui dispongo una basica conoscenza del Vinicio Capossela più recente, e non solo quello delle Canzoni della cupa. Che mi è sempre apparso popolare in un senso molto contemporaneo e allo stesso tempo ancestrale: queste sue composizioni — ma dire ‘sue’, mai come in questo ultimo lavoro, è una forzatura — fanno rivivere storie e armonie affidate alla sempre più esigua trasmissione orale, in una rielaborazione piena di commistioni eppure fedele al volere originario. I brani inediti sono invenzioni ‘alla maniera di’, coraggiosamente affiancati a intelligenti interventi di restauro conservativo. E nella reinvenzione, i molti paesaggi popolari scoprono analogie e somiglianze, gli accostamenti sono sorprendenti, Calitri e San Antonio, la Daunia e la Romagna, i cavalieri irpini a braccetto coi mariachi.

Nulla di nuovo per chi conosce Vinicio. Se non fosse che questo Vinicio lo si può, se non capire, ma vivere davvero solo mettendo i piedi su questa terra, alzando la sua ‘polvere’, tòpos dominante di questo Sponz. Che a me è sembrato, più che un festival, un atto artistico compiuto e articolato, l’oggetto finale della ricerca quasi decennale di Capossela sul tema, oltre l’album, il film, il libro. Teatro ed escursione, ricostruzione filologica e baccanale, ritratto e cinema. Sergio Leone, prima di tutto. Ossessione Caposseliana fin dalla toccante Nutless, il far west ricostruito del regista (irpino d’origine, di Torella dei Lombardi), per questo Sponz è una sorta di imprimatur visivo, dal letterale assalto al treno (la Rocchetta — Sant’Antonio, storica tratta monobinario riaperta per l’occasione, seppur temporaneamente) con cui Vinicio inaugura ufficialmente le danze alla straordinaria esecuzione nel concerto finale di Componidori, brano tra i più stratificati e complessi tra le Canzoni della Cupa, tour de force ritmico con esplosione finale dove materializzi i cowboy, lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli, la pentola di fagioli. E Leone, per dover di cronaca, è anche al centro di uno degli incontri dello Sponz, che Vinicio amministra come un discreto conduttore di un caffè letterario, mettendosi sempre umilmente da parte, eppure ‘marchiando’ ogni attività.

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Perché lo Sponz non è il festival dell’artista Vinicio Capossela, il vezzo estivo di uno tra i più valorosi nomi della canzone italiana contemporanea, come ne abbiamo visti a iosa (e dimenticati altrettanti). Lo Sponz mi appare più come la festa del paesano Vinicio, il figlio di Vito, quello che sta a Milano. Uno che, probabilmente, se non avesse realmente dato dal basso una scossa di speranza a un territorio da molti dimenticato, sarebbe stato giudicato da qualche buontempone ‘lu pacciu ri lu paesu’ (e qui, si perdoni l’interpretazione molto, molto libera del calitrano).

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I calitrani passeggiano come si fa le sere d’estate, le donne mettono il golfino, gli uomini salutano familiari di secondo grado venuti già da Lioni o da Andretta. Tutto scorre come deve scorrere, mentre in una spianata trasformata in balera con tanto di recinto e pedane in legno si balla la mazurka e la polka, il foxtrot e il tango. È la penultima notte di fuoco dello Sponz e Vinicio ha chiamato a raccolta una decina di orchestre e bande di provenienza differente: si sente un fortissimo odore di Romagna, almeno di quella utopica del nume della serata Secondo Casadei, ci sono Enrico Gabrielli e Rodrigo D’Erasmo travestiti da filologi del liscio con l’Orchestrina di Molto Agevole (straordinari, peraltro), ci sono gli onnipresenti ottoni balcanici, per forza fuori tono, c’è chiaramente la Banda della Posta, che da qualche anno stanno a Vinicio come la band delle Seeger Sessions sta a Springsteen.

I ‘complessi’ si alternano in modo armonico, concludendo il loro intervento con la stessa canzone, appunto, Polvere. Vinicio sale e scende dal palco introducendo con fare euforico e ironicamente cerimonioso. Tutto è splendidamente autentico e genuinamente ricostruito. Alle due di notte, prima che l’immancabile pizzica arrivi a scompaginare le formazioni con la sua arcinota forza infestante, la vegetazione attorno a me è composta al 70% da coppie over 50 impegnate in turbinanti valzer, talmente precisi nella danza da entrare spesso in collisione con quel 20%, di cui io stesso faccio parte, di sprovveduti cittadini in preda a una crisi da legnosità evidente. Il 10% restante non lo consideriamo, per il momento, ma è quello con gli zaini e il vino in bottiglia d’acqua da litro e mezzo, inevitabile ma curiosamente in sparuta minoranza.

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Guardo in faccia gli irpini: sono serissimi, quasi non ridono. Le mie guide locali mi dicono che è così, che l’irpino si presenta all’aspetto burbero e discreto, salvo emanare una calorosità autentica quando sente la fiducia. Del resto ho visto Vinicio più volte sembrare imbarazzato dai complimenti, dalle fotografie richieste nei vicoli, rifugiarsi in un rapido saluto ai paesani seduti fuori da nu vascio.

Questo affetto discreto che gli irpini sembrano nutrire per Vinicio, talvolta non esente da critiche, mi sembra avere poco a che fare con il concetto di notorietà e riscatto. Mi sembra, più semplicemente, una gratitudine espressa in punta di piedi e senza enfasi, quasi un ‘laissez-faire’ al paesano più stravagante degli altri in virtù della preziosa opera che sta compiendo. Lo Sponz, appunto, come sigillo su radici che si stavano sradicando, e in cui magari qualcuno ora torna a credere.

Mi sono particolarmente commosso quando sulla cima del Borgo Castello, nel lato di Calitri abbandonato dopo il terremoto dell’Irpinia, ho visto Marco Martinelli ed Ermanna Montanari del Teatro delle Albe, uno dei tesori teatrali più preziosi che abbiamo in Italia, dirigere con l’entusiasmo di capi scout alla prima recita un gruppo di adolescenti di Calitri in un’Antigoneitinerante organizzata in cinque giorni. Immagino che anche uno solo di loro, un domani, resterà folgorato dalla magia ancestrale dell’andare in scena e deciderà di seguire questa strada, e questo sogno sarà partito non da una inevitabile fuga a Roma o Napoli o Milano, ma da un giorno d’agosto a Calitri, nella parte del paese dove non ci si vive più.

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In questo senso chi arriva da Roma o Milano o Napoli col ditino puntato e i refrain d’ordinanza: “a cosa serve un festival se dopo tutto finisce”, “in Italia ci sono troppi festival”, “è un festival estivo come un altro” con l’interessante variante “Vinicio lo fa perché ci guadagna” si circonda istantaneamente di un alone evidente, l’essere fuori luogo, il non aver voluto capire nulla. L’occasione perduta.

Lo Sponz non è come nessun altro festival perché nessun festival in Italia — di musica, ma anche di letteratura, di cinema, di teatro — ha una struttura organizzata interamente, dal programma al sistema di ospitalità, dalla logistica fino alla app, attorno all’immaginario di un singolo artista, che funge da direttore ma soprattutto da spettatore numero uno, in costante overload di entusiasmo (ma va precisato che tecnicamente, dietro l’uomo vivo, c’è la pregevole associazione Sponziamoci).

Le agenzie di promozione turistica fanno una fatica enorme ad accalappiarsi testimonial, il più delle volte imbronciati e impacciati, legati alle località da legami di facciata, residenze di lusso estive, se va bene aziende vinicole. Lo Sponz Fest agisce mille volte meglio: è Vinicio Capossela stesso il terroir, l’eccellenza locale, il caciocavallo impiccato. E non tanto in un senso feticista: il fan che viene per vedere Vinicio, tecnicamente, era una grossa minoranza, al concerto finale c’erano soprattutto gli irpini dei vari paesi scesi dalle loro rocche salutarsi come nelle grandi occasioni, come in una fiera (a Calitri, un tempo, c’era anche la fiera campionaria). Vinicio è il fulcro culturale di questo evento perché la sua storia è assimilabile a quella di tantissimi irpini: il migrante di ritorno durante le estati, integratissimo nelle città metropolitane ma costantemente ‘afflitto’ da una malinconia sottile, celata attraverso l’orgoglio. E quindi, il festival di San Vinicio è un’astrazione pura: l’irpino che incita gli irpini a scuotere la polvere, non feste in terrazza non vip in promozione discografica a reinterpretare tradizioni folk non dj set site specific.

Due note, prima della chiusura: ho citato la app perché, giuro, la app dello Sponz era fatta benissimo e soprattutto mi è sembrata la migliore riproduzione in chiave di mobile device dell’atteggiamento di Vinicio nei confronti del Festival. Costantemente aggiornata, in un festival che si snoda su territori distanti anche più di un’ora d’auto tra loro, il sistema inviava frenetiche notizie su scene improvvisate per le strade, avvertiva di eventi in avvio alle 3 del mattino su ardue montagne, ti consentiva di pianificare perfettamente ogni spostamento. A volte, la sera, la app si lanciava in scariche vorticose di notifiche anche futili, al punto che con un po’ di fantasia sembrava di essere lì insieme a lei, la app, Vinicio il Cinaski Ciccillo eccetera al settimo calice di aglianico. Una app molto professionalmente alcolica, direi.

La seconda nota: ho cercato di carpire a lungo, dalle mie guide irpine, il ‘segreto’ della loro sovrumana adattabilità ai contesti più differenti. La mia concreta interpretazione l’ho elaborata quando ho dovuto raggiungere Cairano, uno dei paesi centrali dello Sponz, per un concerto inaugurale alle cinque di mattino. Era il mio primo giorno, arrivavo dalla mia comodissima vacanza nella torrida Puglia, e sull’Irpinia c’erano nuvole rapidissime color fuliggine a minacciare un gelo cosmico, per essere il 22 di agosto. Già l’Ofantina Bis, una strada a due corsie costruita dopo il terremoto lungo uno dei due fiumi che attraversano l’Irpinia, mi sembrava tortuosa. Lo svincolo per Cairano, suggerito da Google Maps, mi ha scatenato un ridicolo terrore. Ero chiaramente l’unico a temere per queste strade dissestate, mentre le guide, pacatissime, risalivano il pendio con la naturalezza della consuetudine. In quel preciso momento, concretamente, ho visto le mie bizze di cittadino metropolitano diventare piccole piccole, fonte di vergogna quasi, come la mia scarsa adattabilità. Giunto sulla Rupe di Cairano, un lembo di roccia che, visto dal basso, sembra un cappello (o un ‘coppolone’, per dirla alla vinicesca), ho potuto godere uno degli spettacoli naturali più abbacinanti della mia vita. Un’alba, ma vera. Gli ottoni suonavano (Kalashnikov, chiaramente), io bardato in ogni modo sotto la pioggia godevo di una visione irriproducibile. E iniziavo a capire.

Il capolavoro dei capolavori, il colpo sparato più alto, è stato, chiaramente, l’arrivo di Gianni Morandi. Annunciata a Sponz già avviato, la presenza del Gianni nazionale allo Sponz ha chiaramente scoperto il gioco finora tattico del Vinicio direttore artistico. Produrre nei conterranei un’emozione ‘semplice’ e pura, un ricambiare la gratitudine espressa attraverso la presenza di un immaginario antecedente a Vinicio artista, e in qualche modo distante dalla sua reinterpretazione della tradizione popolare pre-boom. La storia è nota, che sia architettata alla perfezione o spontanea non importa, e resta un dubbio perfettamente in linea con la digital strategy morandiana: Morandi pubblica un ‘clippino’ in cui suona “La padrona mia”, il pezzo più campagnolo tra le Canzoni della cupa; Vinicio risponde all’omaggio con un’altra clip ombrosa in cui esegue “Se perdo anche te”. Gianni ringrazia, come è lecito aspettarsi da Gianni Morandi su Facebook.

È circa l’una. Dopo tre ore di concerto, Vinicio indossa la maschera belluina e intona su una sola nota Il Ballo di San Vito, mentre i Diablos sputano fuoco attorno al palco. È l’immagine più inquietante dell’intero concerto, una discesa negli inferi che a me sembra, al contempo, un tentativo categorico di Vinicio di restituire a quella canzone una dignità lontana dai corsi di Pizzica al Quartiere Isola di Milano e dalle varie notti della Taranta (citata come ‘concorrente diretta’, peraltro, in una delle rare battute di Vinicio rivolte al presente). Una versione del pezzo bellissima e disturbante.

Finita questa bolgia infernale, Vinicio annuncia il ‘rassicurante’ Gianni quasi scusandosi per l’immagine poco rassicurante dell’inferno appena risvegliato. È l’una e le signore sono tutte lì, pronte da ore, telefoni alla mano. Sale Gianni, e dice subito che a Calitri, in 72 anni di onorata vita e carriera, è la prima volta che ci viene. Come faccio a non commuovermi.

Riempie di complimenti Vinicio, e Vinicio si imbarazza. Ancora una volta, l’indole autentica dell’irpino prevale sulle frasi di circostanza e le carinerie da duetto programmato. Morandi, cavallo di razza, sembra quasi spronare Vinicio a un gioco a due. Vinicio esce, e sembra fare un gesto di umiltà altissimo. Partono “In ginocchio da te”, “Un mondo d’amore”, “Fatti mandare dalla mamma” e “C’era un ragazzo”. L’atmosfera è surreale. Rientra Vinicio, ed insieme eseguono una versione incredibile di “Se perdo anche te”. Vinicio chiama Morandi “Gianni Cash”, ma è lui ad aver dato a quel pezzo la malinconia del grande folksinger. Morandi ricambia l’umiltà riconoscendo che la versione di Vinicio è più intensa dell’originale.

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Arriva anche Giovanna Marini, che agisce sul concerto come una sorta di nume tutelare, sia dentro che fuori il sentito omaggio a Matteo Salvatore, e insieme a Morandi fanno “Zompa La Rondinella”. Zompa la Rondinella. A questo punto sento lo spirito dell’aia. La parola ‘popolare’ esplode nel cielo come l’ultima batteria dei fuochi di artificio, quella che segui colpo per colpo perché non vuoi che finisca lì. Benedico la terra.

Andateci, l’anno prossimo, allo Sponz. Anche se sarà diverso. Anche se magari arriveranno a prendersi una fetta di torta interessi politici o giochini di potere, fino a mutarne l’identità. Anche se (ma spero proprio di no!) l’anno prossimo qualcuno vi proporrà il caciocavallo impiccato vegano. Prendete una stanza di una signora ad Andretta, da dove magari si vede il Monte Vulture, che dà l’acqua a mezzo Sud. Andate al bar di Cairano e chiedete il caffè con l’anice, come ho visto fare in Irpinia. Se prendete qualche giorno in più, spostatevi anche verso l’Irpinia ‘d’Occidente’, visitate Cassano Irpino, l’incredibile Abbazia del Goleto, Nusco. In questa Irpinia sempre ‘alta’ lo Sponz, al momento non ci arriva, ma chissà, domani. Lasciate perdere se qualcuno vi ha detto che lo Sponz, dai, è una roba bizzarra da freak anni Novanta. Non sa, non ne ha idea, non ne avete idea della sorpresa. Oltre il crinale, il paesaggio cambia all’improvviso, le nuvole si aprono rapidamente, i borghi spuntano arroccati contro ogni legge fisica.

La terra del Campo Sportivo a Calitri, che ha ospitato il concerto finale dello Sponz, è la stessa che ospitò le tendopoli dove venivano accolti gli sfollati del terremoto del 1980. Calitri fu uno dei centri più colpiti, come Conza, Bisaccia, Andretta. Tutte location dello Sponz Fest. Certe sensazioni le parole non le possono raccontare, specie se quella terra la vedi per la prima volta, peraltro durante il contesto di una grande festa. L’ha fatto il violoncello di Mario Brunello, all’inizio del concerto, prima di qualsiasi cosa, prima della festa. E mai, mai, il concetto di ‘rigenerazione’ mi fu così palese, davanti agli occhi, circondato dalla gente di Irpinia, al centro dell’Appennino.